martedì, Settembre 29

Donald Trump e il nucleare fra Teheran e Pyongyang L’impressione è che sulla delicata questione nucleare l’amministrazione abbia deciso di attenersi a un doppio standard

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Il recente annuncio dell’uscita degli USA dal JCPOA, l’accordo sul nucleare iraniano, ha sollevato più di una perplessità. In particolare, la notizia – che sembra addensare nuove nubi di tensione sul Medio Oriente e la regione del Golfo – contrasta in modo strano con gli aggiornamenti confortanti che giungono dalla Corea soprattutto dopo la visita a Pyongyang del Segretario di Stato Pompeo. L’impressione è che sulla delicata questione nucleare l’amministrazione abbia deciso di attenersi a un doppio standard, concedendo alla Corea del Nord un’opportunità di dialogo negata, invece, a Teheran. Dietro questa visione sembra esserci più di un tratto di verità. La contrarietà di Trump all’‘Iranian deal’ data ai mesi della sua campagna elettorale e riflette molto più delle tensioni con Kim Jong-un un aspetto profondamente radicato della politica estera di Washington. Quella con Teheran è una guerra fredda che – per lunghezza – si avvia a superare quella che ha visto fronteggiarsi Mosca e Washington dalla fine della seconda guerra mondiale all’inizio degli anni Novanta. Per l’attuale amministrazione, il ‘nuclear deal’ rappresenta, inoltre, un progetto strettamente legato a quella che l’ha preceduta e alla quale essa apertamente si contrappone.

La questione presenta, tuttavia, anche altri aspetti di complessità. Lo scenario politico mediorientale è drasticamente diverso da quello coreano; in particolare, nel primo non sembra esistere un attore come la Cina, interessato a favorire una soluzione diplomatica della vicenda. Nelle scorse settimane, Pechino ha svolto un ruolo di rilievo nel favorire l’avvicinamento fra Mosca e Pyongyang. I suoi vertici politici, inoltra, hanno un chiaro interesse nel favorire la stabilizzazione della regione; anche gli USA hanno interesse a evitare l’escalation di una crisi che rischia di coinvolgere direttamente alleati cui sono legati da solidi trattati d’alleanza e sul cui territorio sono schierati ampi contingenti militari. Nessuna di queste condizioni sembra, invece, realizzarsi in Medio Oriente o nel Golfo. Quelli che sono oggi i principali interlocutori di Washington (Arabia Saudita e Israele), non hanno mai nascosto la loro ostilità a ogni trattativa sul dossier nucleare iraniano. In passato, Riyadh ha anzi adombrato in più occasioni la possibilità di avviare un proprio programma nucleare come risposta a quello di Teheran; una minaccia che è riaffiorata nelle scorse ore di fronte alla posizione assunta dai vertici della repubblica islamica dopo il ritiro di Washington dall’accordo.

Il ‘doppio standard’ scelto dalla Casa Bianca sembra, quindi, fondarsi su solide basi. Ci sono, tuttavia, osservazioni che meritano di essere fatte riguardo alle possibili ricadute di lungo periodo di questa scelta. E’ indubbio che, in Medio Oriente, la decisione del Presidente finisca per consolidare il legame di Washington con i suoi alleati ‘storici’ a scapito del più ambizioso progetto di ribilanciamento geopolitico sotteso al JCPOA. Ciò, a sua volta, rischia di avere pesanti ricadute sulle crisi attualmente aperte nella regione. Non appare senza significato che la denuncia da parte di Washington del ‘nuclear deal’ sia stato accompagnato da un chiaro aumento della tensione fra Iran e Israele, sfociata negli scontri armati delle ultime ore. Ciò, a sua volta, non può non riflettersi sul delicato teatro siriano, dove la ‘guerra per procura’ fra Teheran e lo Stato ebraico si salda da una parte con la questione della sopravvivenza politica di Bashar al-Assad e del suo sistema di potere, dall’altra con gli sviluppi del confronto in atto fra Mosca e Washington. Se fino a oggi, il basso profilo tenuto dagli Stati Uniti aveva favorito la convergenza delle posizioni russe e iraniane, il ritrovato protagonismo di Washington rischia di favorire lo ‘smarcamento’ del Cremlino dal suo alleato.

Il processo messo in moto dall’annuncio di martedì appare, quindi, assai più articolato e ricco di possibili ricadute rispetto a quello in atto nella penisola coreana. Soprattutto, esso sembra essere percepito da Washington come più ‘pagante’ rispetto alla strategia negoziale applicata con Pyongyang. Resta l’incognita di quale potrà essere un eventuale ruolo europeo, sia a livello di singoli Stati, sia dell’Unione nel suo complesso. Sinora, il Vecchio continente sembra intenzionato a proseguire sulla strada aperta nel 2015. Cina e Russia hanno anch’esse annunciato la loro volontà di continuare a onorare il JCPOA, in linea con la posizione ‘moderata’ assunta dal Presidente Rouhani. Il dubbio riguarda, piuttosto, il valore che l’Iran potrà concretamente trovare in un accordo in cui non siano coinvolti gli USA. Se il vero obiettivo del ‘nuclear deal’ era innescare una revisione del ‘balance of power’ mediorientale, lo ‘smarcamento’ di Washington non può non mettere in dubbio la possibilità di conseguirla effettivamente. In vista di tale obiettivo, la classe dirigente iraniana è riuscita, fino a oggi, a mettere la sordina alle sue divisioni interne, divisioni che rischiano tuttavia di riaffiorare nel caso in cui il ritorno al ‘vecchio ordine’ dovesse apparire una tendenza irreversibile.

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