lunedì, Ottobre 26

Donald Trump contro Wall Street, e viceversa

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Ma l’aspetto dirompente della concezione politica di Trump riguarda il rivoluzionamento della potentissima industria finanziaria, che secondo il magnate newyorkese dovrebbe tornare a svolgere la sua funzione originaria di sostegno all’economia reale. Conformemente a ciò, occorre legare l’erogazione del credito alla ricostruzione della disastrata industria statunitense, che nell’immaginario collettivo viene ormai associata idealmente alla cosiddetta ‘rust belt’, la ‘cintura della ruggine’ lastricata di città (Detroit, Chicago, Cleveland, ecc.) impoverite con ampi quartieri fatiscenti e/o controllati dalle gang. Trump ha più volte richiamato l’attenzione sull’effetto deleterio provocato dall’uso scellerato del denaro da parte dei colossi di Wall Street, nella convinzione che quel colossale fiume di liquidità garantito dalla politica di azzeramento dei tassi di interesse da parte dalla Federal Reserve dovesse essere canalizzato a sostegno dell’attività produttiva, nel quadro di un disegno coerente e di ampio respiro teso a rilanciare il comparto industriale Usa, anziché messo a disposizione dei voraci hedge fund o investito in Borsa.

Il fatto che i maggiori indici azionari abbiano bruciato un record dopo l’altro non ha apportato alcun vantaggio significativo né all’economia Usa né ai lavoratori statunitensi. Alla galoppata inarrestabile del Dow Jones, ai bonus stratosferici incassati dai manager di Wall Street (nonostante le pesanti responsabilità rispetto allo scoppio della crisi) e agli utili da capogiro realizzati dagli hedge fund non è corrisposto nessun nuovo posto di lavoro, nessuna nuova fabbrica, nessun nuovo prodotto dotato di un suo spazio sul mercato. Il fatto che il ruolo di icona del capitalismo statunitense sia passato da Henry Ford a Warren Buffett manifesta in maniera piuttosto significativa tale ‘sconnessione’.

Nell’ottica di Trump, occorre quindi favorire l’emersione di industriali come Ford attraverso una severa limitazione dello spazio di manovra della grande finanza, da attuare revocando le agevolazioni fiscali sui prestiti a brevissimo termine su cui si basa l’attività dei trader, elevando in maniera consistente le imposte sugli guadagni di Borsa, tassando pesantemente gli investimenti che non creano occupazione, introducendo restrizioni sul credito a favore della speculazione, rimpatriando gli immigrati illegali che il sistema vigente costringe ad esercitare una concorrenza al ribasso con i lavoratori autoctoni ed introducendo misure atte a disciplinare i movimenti di capitale. Diverse misure contenute nel programma economico elaborato da Trump sembrano ispirate alle idee del celebre economista Friedrich List, colui che concepì l’unione doganale prussiana gettando le basi per la poderosa ascesa industriale della Germania e fornì gli strumenti concettuali attraverso cui la Germania fu ricostruita per ben tre volte, da Bismarck ad Hitler ad Adenauer.

In parole povere, la ricetta di Trump per rivitalizzare l’economia statunitense comporta necessariamente un fortissimo ridimensionamento di Wall Street, che passa per il totale stravolgimento dell’attività finanziaria odierna, accusata di impiegare il denaro come strumento per far eleggere i candidati più allineati e strappare regolamenti funzionali allo scopo di macinare profitti. Durante un dibattito tenutosi nel New Hampshire lo scorso febbraio, Trump ha abbandonato la consueta retorica repubblicana inneggiante all’abbassamento delle tasse e alla limitazione dei poteri statali per sferrare un attacco diretto contro i principi della grande finanza, definendoli ‘parassiti succhiasangue’. Secondo Byron York, cronista che assistette al raduno, «Trump somigliava molto a Bernie Sanders, ma con molta più presenza scenica». L’avversione viscerale nei confronti del magnate newyorkese nutrita dagli amministratori delegati delle grandi banche statunitensi (da Lloyd Blankfein a Jamie Dimon a Michael Bloomberg), i quali hanno investito una montagna di denaro per finanziare la campagna elettorale di Hillary Clinton, non è altro che la logica, inesorabile conseguenza diretta di ciò.

Greg Valliere, analista politico del prestigioso Potomac Research Group, ha affermato che «Wall Street percepisce Trump come una variabile impazzita, e lo odia perché lo considera una sorta di ‘traditore di classe’ […]. Attraverso la sua retorica populista, ha alimentato la percezione che gli operatori di Wall Street siano degli avidi affaristi che guadagnano soldi a palate».

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