venerdì, Settembre 25

Donald Trump contro Wall Street, e viceversa

0
1 2


I più autorevoli sondaggi realizzati negli Stati Uniti sembrano convergere unanimemente verso lo stesso esito, vale a dire il considerevole vantaggio accumulato da Hillary Clinton nei confronti di Donald Trump. L’ex first lady gode del sostegno dichiarato di Wall Street, del complesso militar-industriale, dei neoconservatori allontanatisi dal Grand Old Party, degli editori dei maggiori quotidiani internazionali, dei tycoon proprietari dei maggiori canali televisivi e degli specialisti del Council on Foreign Relations. Mantiene solidi agganci internazionali – specialmente tra le monarchie assolutiste del Golfo Persico – che garantiscono ricche sovvenzioni alla fondazione di famiglia. Hillary Clinton sembra, in altre parole, il candidato prediletto delle élite collocate su entrambi i fronti dello  spettro politico statunitense.

L’appoggio bipartisan accordatole dai potentati economici (non solo) statunitensi sembra relegare a un ruolo marginale il suo avversario politico, il quale dispone soltanto della propria sfrontatezza e del denaro accumulato nel corso della sua carriera di imprenditore di successo. I media lo dipingono come un moderno agitatore del tutto privo di idee ed acume politico, focalizzando l’attenzione sulla retorica iper-aggressiva e sull’uso sconsiderato dei social network che hanno caratterizzato la sua campagna elettorale, ma non possono negare il fatto che i suoi modi spiccioli gli abbiano assicurato il consenso di ampi settori della popolazione frustrati da una realtà socio-economica in continuo peggioramento.

Non stupisce quindi che il candidato repubblicano non sembri affatto incline a deporre le armi, nella convinzione che le indagini circa le intenzioni di voto siano quantomeno tendenziose – se non etero-dirette – e che, come nota il giornalista giramondo Pepe Escobar, «sotto tutto questo fracasso vi sia qualcosa che si muove in sordina. Potenti interessi economici che, lontano dal circo mediatico, supportano con discrezione Trump sono convinti che questi sia in possesso della ricetta giusta per raggiungere la vittoria». Una ricetta interamente votata al recupero della forza industriale statunitense, distrutta nei decenni precedenti da accordi internazionali attraverso i quali si è favorito il trasferimento degli impianti produttivi nei Paesi a basso impatto salariale e agevolata l’importazione – spesso illegale – di manodopera a basso costo dai vicini Paesi poveri.

Secondo la visione di Trump, il rimpatrio della produzione rappresenta un obiettivo fondamentale non soltanto sotto il profilo squisitamente economico, ma anche dal punto di vista militare, poiché lasciando che la componentistica dell’industria bellica, informatica e hi-tech statunitense venga fabbricata al di là dell’Oceano Pacifico si assicura a un avversario di primissimo piano come la Cina un colossale vantaggio strategico. Nel caso in cui il livello della tensione tra Washington e Pechino dovesse improvvisamente acuirsi, le navi da guerra e i sottomarini cinesi sarebbero nelle condizioni ideali per bloccare il traffico marittimo diretto verso la costa occidentale degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, Trump ritiene che non abbia senso «impegnarsi in giro per il mondo per poi registrare 800 miliardi di dollari di deficit commerciale», secondo una concezione neo-isolazionista che vincolerebbe gli Stati Uniti a ridurre la propria sovra-esposizione militare e ad impiegare le risorse a disposizione a beneficio degli interessi interni.

L’obiettivo è quello di riscoprire i vantaggi dell’insularità statunitense ed abbandonare i progetti imperiali messi in cantiere dalle passate amministrazioni, ridiscutendo ruolo e funzione della Nato, puntando sui rapporti bilaterali a scapito gli accordi internazionali (Wto soprattutto) e soppesando con maggiore attenzione costi e benefici prima di imbarcarsi in imprese militari. Strettamente collegata a tale concezione relativa al ruolo degli Stati Uniti nel mondo va considerata la riluttanza di Trump ad accordare al proprio Paese qualsiasi superiorità moralechi siamo noi per criticare la politica interna dei governi stranieri?», domandò Trump in un discorso dello scorso giugno), conformemente alla dottrina dell’eccezionalismo americano a cui si ispirano invece sia Barack Obama che Hillary Clinton.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore