mercoledì, Luglio 24

Donald Trump, Charlottesville e il problema del suprematismo bianco

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I fatti di Charlottesville della scorsa settimana hanno riportato d’attualità il tema delle tensioni razziali che – negli ultimi mesi – sembrano essere riaffiorate negli Stati Uniti. Già negli anni della presidenza Obama (che pure era stata considerata, all’inizio, come un segnale importante in tema di rapporti con la popolazione di colore) queste tensioni erano emerse con particolare violenza e con una serie di episodi eclatanti: in California, a Oakland (2009) e ad Anaheim (2012); a Ferguson, in Missouri (2014); a Baltimora, in Maryland (2015); ancora a Ferguson, nello stesso anno; a Milwakee, Wisconsin (2016) e Charlotte, in North Carolina, nello stesso anno. Tali vicende (che hanno portato- fra l’altro – alla nascita del movimento Black Lives Matter), hanno marcato in modo più o meno aperto le primarie dello scorso anno e le elezioni presidenziali che hanno portato Donald Trump alla Casa Bianca. Da più parti è stata rilevata una ipotetica relazione fra il successo del tycoon newyorkese e la recrudescenza delle tensioni razziali negli USA. Anche in occasione degli incidenti di Charlottesville è stato rilevato il tono cauto della condanna presidenziale dell’accaduto e la sua cura nel non prendere in modo aperto le distanze dalle posizioni del movimento suprematista.

In realtà, il problema ha radici molto più profonde. Nonostante le misure adottata della seconda metà degli anni Cinquanta, prima come conseguenza delle lotte del movimento per i diritti civili, poi nel quadro del progetto di ‘Great Society’ di Lyndon Johnson (in carica 1963-69), il tema della diseguaglianza fra bianchi e neri non è stato mai davvero risolto. Semmai, esso si è approfondito a seguito dei processi di deindustrializzazione e delocalizzazione produttiva iniziati negli anni Ottanta, oltre che delle loro conseguenze a livello economico e sociale. La crisi del 2007 ha concorso anch’essa ad alimentare il divario. Proprio l’incapacità dell’amministrazione uscente di risolvere questo problema spiega (almeno in parte) il successo inferiore alle attese di Hillary Clinton nei collegi in cui il voto di colore ha tradizionalmente sostenuto il candidato democratico nella corsa alla presidenza. Leggere dal punto di vista politico le attuali tensioni razziali in termini di ‘semplice’ opposizione repubblicani/democratici rischia quindi di essere fuorviante, così come fuorviante rischia di essere una lettura che vede nel mondo del ‘white power’ un bacino di consenso ‘privilegiato’ dell’attuale Presidente.

Se è vero, infatti, che su alcuni punti come quelli dell’autodifesa e del diritto a portare armi esiste una sostanziale convergenza fra la posizione dei suprematisti e di una parte della destra repubblicana, è anche vero che fra i due ambienti esistono molte differenze. Vale inoltre la pena di ricordare che, se il voto per Trump è stato in larga misura bianco, fra gli elettori di colore (neri, ispanici e asiatici) l’attuale Presidente ha registrato quote di consenso superiori rispetto a quelle ottenute nel 2012 da Mitt Romeny e in certi casi non lontane da quelle di George W. Bush, che nel 2001 è stato il candidato repubblicano che meglio ha intercettato il voto delle minoranze. In nessun caso si tratta di percentuali particolarmente rilevanti. Rispetto a neri, ispanici e asiatici, i valori raggiunti da George W. Bush sono stati, dell’11, del 44 e del 44%; quelli raggiunti da Romney del 6, del 27 e del 26%; quelli raggiunti da Trump dell’8, del 29 e del 29%. Per dare un riferimento, la percentuale di voto nero intercettata da Hillary Clinton nelle scorse presidenziali è stata dell’88%. Ciò, tuttavia, contribuise a ridimensionare l’idea che il voto ‘jacksoniani’ che ha portato Donald Trump al successo sia stato soltanto – come vuole un certo stereotipo – quello degli operai bianchi della ‘rust belt’ impoverita.

Non è, tuttavia, questo l’unico aspetto a mettere in dubbio l’idea di un rapporto ‘rigido’ fra l’amministrazione e il mondo del ‘white power’. Per questo mondo, ad esempio, il discorso antisemita costituisce un aspetto importante e un punto di rottura forte rispetto a un’amministrazione che vede nel rapporto con Israele un elemento centrale della sua collocazione internazionale. Alla stessa maniera, il rilievo che gli ambienti suprematisti danno al tema dello Stato minimo non può non scontrarsi con una visione come quella del Presidente che, sulla questione, resta assai lontano dalla ‘ortodossia reaganiana’ cui pure fa riferimento la maggior parte dei congressmen repubblicani. Anche per questo, il multiforme universo del suprematismo rappresenta quindi, per il GOP, un compagno di viaggio talora utile ma il più delle volte ingombrante. Questo vale –a maggior ragione –per un repubblicano anomalo come Donald Trump, per cui il mondo del ‘white power’ costituisce, più che un serbatoio di voti ‘sicuri’, un ostacolo al tentativo di posizionarsi in maniera trasversale rispetto alla barriera della razza; un tentativo che – se riuscito – può offrire un utile asset in vista dell’eventuale riconferma.

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