mercoledì, Settembre 30

Docenti precari, Europa dei burocrati Il colpo assestato dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea alle casse e alla scuola dello Stato Italiano

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«Contrariamente a quanto sostiene il Governo italiano, il solo fatto che la normativa nazionale di cui trattasi nei procedimenti principali possa essere giustificata da una «ragione obiettiva» ai sensi di tale disposizione non può essere sufficiente a renderla ad essa conforme, se risulta che l’applicazione concreta di detta normativa conduce, nei fatti, a un ricorso abusivo a una successione di contratti di lavoro a tempo determinato».
Questa è una delle frasi chiave della sentenza del Corte di Giustizia dell’Unione Europea, emessa mercoledì, nella quale si condanna l’Italia sulla normativa legata ai contratti di lavoro a tempo determinato nel settore della scuola. Per la Corte di Giustizia europea le norme italiane sui contratti precari nella scuola violano la direttiva comunitaria: la Corte ha infatti condannato l’Italia per la violazione della Direttiva 1999/70/CE e giudicato illegittima la reiterazione, da parte della Pubblica amministrazione, dei contratti a tempo determinato oltre i 36 mesi.
In sostanza, nella sentenza si affermano due cose:  che l’abitudine dell’Italia di assumere docenti a tempo determinato, invece che a tempo definitivo, è in grave contraddizione con le norme più elementari di diritto dell’Unione (e di rispetto dei diritti dell’uomo! -da qui, ne sono certo, un’ondata spaventosa di possibili ricorsi alla Corte Europea dei diritti dell’uomo … roba da brividi);  che la presuntaragione obiettivaper fare ciò, avanzata dal Governo italiano, non è obiettiva per niente, anzi, è un trucco, visto che aggira  la norma sottoscritta dallo tesso Governo. Infatti, la legislazione europea, e una serie di accordi, stabiliscono che sì, eccezionalmente, un contratto a tempo determinato è possibile (ad esempio per sostituire eccezionalmente un docente ammalato o cose del genere) ma non altro; in Italia è  l’unico modo per assumere docenti,  l’ ‘eccezionalità’ dura dal 2000!

Il ‘covo di burocrati’ di Bruxelles ha battuto un colpo serissimo, che potrà lasciare un segno notevole, non immediato, ma serio. Si tratta, infatti, di una sentenza cosiddetta ‘pregiudiziale‘, cioè di un giudizio che la Corte dà su richiesta di un giudice nazionale, allo scopo di interpretare una norma comunitaria. In altre parole: se un giudice qualsiasi  ha un dubbio (o una difficoltà) su come interpretare una norma comunitaria, può (anzi, deve, se è un giudice di ultima istanza, come la Cassazione o la Corte Costituzionale) interrompere il procedimento in corso e chiedere alla Corte dell’Unione la sua interpretazione della norma. Dopo di che, però, il giudice (e quindi anche la Corte Costituzionale) è obbligato a risolvere il caso che ha sul suo tavolo applicando la sentenza comunitaria, ma così anche qualunque altro giudice che sia investito di una questione simile. Ciò, dunque, vuol dire che occorrerà ancora un po’ di tempo prima che gli effetti si facciano sentire realmente, ma quegli effetti ci saranno e saranno di grandissima rilevanza. Innanzitutto economica, come ovvio.

Ma anche molto più gravi e profondi. Infatti, se il risultato di tutto ciò sarà un’immissione in ruolo massiccia (non si comprende con quali soldi … anzi mi nascondo il problema perché se no c’è da mettersi a piangere) di qualcosa come duecentomila docenti, è certo che, una volta immessi, sarà lecito domandarsi perché gli altri che dovessero essere assunti successivamente, dovranno invece (sempre che il governo si decida a farne) superare un concorso.
Già si può facilmente intravvedere quanti problemi potranno discendere da questa situazione di evidente disparità, peraltro responsabilità unica dei Governi e dei governanti e dei relativi burocrati cui forse sarebbe lecito cominciare a domandarsi se si possa chiedere un risarcimento.

Il fatto è che, una volta di più, la sciatteria e la totale disattenzione (per non dire l’ignoranza) dei nostri Governi verso l’Unione Europea, della quale siamo tra i fondatori e anche gli inventori, ci colpisce tra capo e collo.
L’Italia, come noto, aderì, per un colpo di intuito politico rarissimo tra i nostri Governanti, all’allora Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) e poi alla Comunità economica europea (1951 e 1957) oggi trasfusi nell’Unione Europea, nella speranza di rimettersi in gioco dopo i disastri della guerra. Ma mentre lo facevamo (con l’opposizione fermissima e, lo dico retrospettivamente, fortunatamente battuta, della sinistra, comunisti in testa) ci siamo sempre comportati nei suoi confronti come verso un oggetto un po’ esotico, molto misterioso e guardato on sospetto e sufficienza, forse esoterico.

Abbiamo snobbato l’Unione, facendoci rappresentare (salvo rarissime eccezioni) da politici e politicanti più o meno trombati, mandando autisti e uscieri a lavorare lì (il clientelismo prima di tutto, signori!) e molti pochi funzionari preparati e capaci. Con la conseguenza che oggi il nerbo dei funzionari europei (quello che viene con sprezzo, appunto di nuovo, definito un consesso di burocrati) vede pochissimi italiani ai vertici. Per un complesso di circostanze veramente fortunato, almeno ai vertici della Banca Europea un italiano c’è, ma ragiona, deve ragionare e per fortuna lo fa con intelligenza, con una visione dell’Europa come collettività, in cui si privilegiano gli interessi generali e non quelli dei singoli Stati (in altre parole: litiga con la Germania, ma bacchetta duramente l’Italia, altro che burocrate). Perché gli Stati, gli Stati in quanto tali, sono rimasti presenti e pesanti, a fare valere gli interessi di ciascuno e quasi mai gli interessi collettivi (europei) tanto più prevalenti se chi doveva difenderne altri si guardava bene dal farlo, magari occupato a Roma (o a Madrid, ma non a Bonn o a Parigi!): la politica agricola ne fa fede.
Certo, l’Europa ha molto sofferto e soffre di questa presenza asfissiante dei Governi e assenza degli interessi popolari. La conseguenza principale è stata ed è (e rischia di continuare ad essere se non si agisce politicamente e non sbraitando) che l’Europa è rimasta, non per loro colpa, nelle mani dei soli funzionari, i burocrati, appunto. I quali, senza politica, ovviamente, fanno i funzionari, mica possono fare altro. Le decisioni politiche non spettano a loro, e la politica latita.
Prevalgono gli interessi nazionali di chi riesce a contare di più, ma se ciò accade è sicuramente per loro bravura, ma altrettanto sicuramente per ignavia e incapacità degli altri.
Il ‘guaio’ è che per migliorare la situazione, occorrerebbe rafforzare la politica, che vuol dire (oltre ad avere dei politici) consentire ad una Europa capace di pensare (dubito, in tutta franchezza, che sia il caso dell’Europa di Juncker, sia pure accudito dalla signora Mogherini, così graziosamente inutile) di decidere realmente e per tutti: non i burocrati, ovviamente, i politici. Che si traduce, per dirla in politichese, in una riduzione della sovranità dei singoli Stati. Una sciocchezza colossale, perché è esattamente vero il contrario: una maggiore Unione e coesione europea, una ‘politica’ europea, vorrebbe dire un aumento delle potenzialità (e quindi della sovranità) dei popoli: i Governi non dovrebbero servire, appunto, i popoli?
Forse mi sbaglio, è su Marte che è così.

 

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.