venerdì, Settembre 25

Divisioni sul fronte palestinese Dopo i recenti accordi, scattano le prime ragioni di conflitto tra Hamas e al-Fatah

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Mentre il rapimento di sette giorni fa dei tre giovani israeliani – il 16enne Naftali Frankel, il 19enne Eyal Yifrach e il 16enne Gilad Shaar – sta producendo il duro rastrellamento in Cisgiordania da parte delle Forze Armate israeliane, l’alleanza di governo di Hamas e al-Fatah viene messa per la prima volta a dura prova. La catena di arresti da parte delle autorità israeliane ai danni di membri di Hamas (si parla di 240 arresti) mostra come, nonostante alcune smentite provenienti dal gruppo, il movimento islamista sia oggi il primo indiziato per la scomparsa dei ragazzi.

Nel corso della conferenza dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica a Jedda, in Arabia Saudita, il leader di al-Fatah e dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas ha espresso la propria condanna nei confronti del rapimento: «coloro che hanno rapito i tre ragazzi vogliono distruggerci» ha affermato Abbas nel corso della conferenza, giustificando inoltre la collaborazione offerta dall’ANP alle operazioni di ricerca israeliane dicendo che «i ragazzi sono esseri umani e li stiamo cercando, ritenendo i loro rapitori colpevoli, dovunque essi si trovino» e che l’appoggio alle operazioni di ricerca sono «nell’interesse palestinese».

Ad Abbas ha risposto Sami Abu Zuhri, portavoce di Hamas, che ha criticato la scelta di Abbas di collaborare con Israele. «Le affermazioni di Abbas riguardanti la coordinazione della sicurezza sono ingiustificabili» ha detto Abu Zuhri, aggiungendo come la gente palestinese «abbia il diritto di difendere se stessa» dalle incursioni israeliane e di «contrastare i crimini dell’occupazione con qualsiasi mezzo possibile». Le frizioni tra Hamas e al-Fatah sembrano creare quindi problemi sulla prospettiva di tenuta dell’alleanza di governo tra i due partiti e sulla possibilità dell’Autorità Palestinese di avere un esecutivo forte al proprio comando.

La profonda conflittualità presente oggi tra l’Autorità Palestinese e Israele sta rendendo complesso comprendere quali prospettive si aprano per il futuro dei dialoghi di pace tra Israele e Palestina. Nonostante, a fronte dell’esponenziale crescita della minaccia jihadista e dei rischi di una definitiva regionalizzazione dei conflitti settari, siano oggi più che mai visibili i vantaggi che Israele e Palestina potrebbero ottenere  dalla riapertura di un dialogo e dal tentativo di incrementare le prospettive di pacificazione, continua a rimanere elevata la conflittualità tra le parti. L’impegno speso dagli Stati Uniti nel corso dell’ultimo anno per cercare di giungere alla riapertura di una linea di dialogo tra le parti sembra essersi risolto in un definitivo e scottante fallimento per la politica estera americana.

Nel paper “How The United States Benefits From Its Alliance With Israel, gli analisti del Washington Institute for Near East Policy David Pollock e Michael Eisenstadt hanno tracciato un quadro approfondito dei benefici che, a loro parere, il mantenimento di un legame solido tra Stati Uniti e Israele garantisce a Washington. «Mentre il contributo israeliano alla forza economica americana è relativamente modesto, questo si concentra frequentemente su settori che sono cruciali per la rivitalizzazione dell’economia americana e ristorare la sua competitività oltremare. […] Sebbene la relazione statunitense-israeliana non sia simmetrica – gli Stati Uniti forniscono a Israele un supporto economico, diplomatico e militare che è indispensabile – rappresenta un’alleanza vicendevolmente vantaggiosa i cui benefici per gli Stati Uniti sono stati finora sostanziali. Inoltre è una relazione i cui benefici sono maturati con un ridotto costo per le relazioni tra Stati Uniti e i suoi alleati arabi e musulmani, contrariamente a quanto comunemente si crede. Ed è un’alleanza che apre spazio a nuovi tipi di cooperazione – bilaterale e multilaterale – e a benefici ancor più sostanziali per il futuro».

Sul ‘New Yorker’, il commentatore politico John Cassidy ha espresso sostanziali critiche nei confronti delle posizioni prese da parte degli Stati Uniti sulla questione israelo-palestinese, rimproverando il fallimento di ogni sforzo per l’avvicinamento all’assenza di incisività delle scelte americane: «E’ chiaro da anni che la sola cosa che potrebbe cambiare le scelte del Governo israeliano è una minaccia credibile da parte degli Stati Uniti per un disimpegno nei suoi confronti, effettuato tramite il taglio del sostegno militare, e un suo aggregamento a uno sforzo internazionale per isolare lo Stato ebraico. Se gli Stati Uniti fossero interessati a rimuovere la presunzione universale che, in ultima istanza, prenderanno sempre la parte di Israele, potrebbero giocare veramente il ruolo del mediatore onesto. […] Con una scarsa pressione pubblica per un cambiamento nelle sue strategie, è difficile immaginare come questo possa accadere. Mentre Israele continua a costruire insediamenti in Cisgiordania e a definire incontestabili “facts on the ground”, gli Stati uniti continueranno a sostenerla militarmente ed economicamente. Finchè questa posizione sembrerà continuare a rappresentare ciò che gran parte degli americani vogliono, può essere, e sarà razionalizzata come riflesso dell’opinione pubblica».

 

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