lunedì, Luglio 13

Diversamente radicalizzati: il terrorismo del dopo al-Baghdadi Intervista a Claudio Bertolotti sul primo ‘Rapporto sul terrorismo e il radicalismo in Europa’ dell'Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al terrorismo – ReaCT2020

0

Con l’uccisione del fondatore e leader storico dell’ISIS, Ibrahim al-Baghdadi, e la caduta dell’ultimo pezzo di Califfato, a Baghuz, il 2019 ha segnato la fine dello Stato Islamico così come abbiamo imparato a conoscerlo dal 2014. Nell’immaginario collettivo, e soprattutto nel flusso mediatico europeo, i due eventi hanno finito per coincidere con lo spegnimento dei riflettori sul terrorismo di stampo jihadista. Di fatto il terrorismo figlio dell’ISIS, ma non solo, anche delle altre non poche organizzazioni terroristiche jihadiste, a partire da al-Qaʿida, è ancora cronaca, soprattutto in Africa, ma anche in Europa. Piuttosto, per quanto riguarda l’Europa, si è evoluto, è cambiato, è meno palpabile. «Gli ultimi due episodi di violenza jihadista che si sono verificati a Londra (2019 e 2020), ad opera di estremisti recidivi rilasciati dopo aver scontato una breve pena per terrorismo, hanno segnato una nuova fase nella lotta al terrorismo, con la quale ci confronteremo negli anni a venire» dicono dall’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al terrorismo – ReaCT2020. Così come è un fatto con il quale dobbiamo fare i conti il radicalismo religioso, islamico, ma non solo. Radicalismo dal quale poi discende la violenza, il terrorismo.

Che poi il tutto sia, come ha ribadito la scorsa domenica Papa Francesco, il frutto della fragilità del pensiero politico occidentale dei nostri tempi -«L’inadempienza o, comunque, la debolezza della politica e il settarismo sono cause di radicalismi e terrorismo. La comunità internazionale si è fermata agli interventi militari, mentre dovrebbe costruire istituzioni che garantiscano uguali opportunità e luoghi nei quali i cittadini abbiano la possibilità di farsi carico del bene comune», ammonisce Francesco- rende bene l’idea di quanto la questione non solo sia terribilmente attuale, ma anche grave tanto che ci vorranno anni per provare affrontarla.
La minaccia, insomma, perdura e perdurerà, come dicono gli analisti di ReaCT2020.

Oggi, alla Camera dei Deputati, è stato presentato il primoRapporto sul terrorismo e il radicalismo in Europa’, realizzato dall’Osservatorio, nel quale ReaCT2020 monitora e analizza il panorama del radicalismo e del terrorismo jihadista europeo.

Il rapporto è composto da 12 contributi d’analisi che spaziano dalla presentazione e valutazione dei numeri delnuovo terrorismoin Europa, alla minaccia nel dopo-Baghdadi; dall’evolversi della comunicazione dello Stato Islamico, alla situazione controversa e irrisolta dei foreign fighters; dagli strumenti virtuali del cyber-terrorismo, cyber-jihad e guerra dell’informazione, ai limiti normativi anche in campo di lotta al finanziamento del terrore; dal calcolo del tempo di attivazione dei soggetti radicalizzati, al ‘capitolo’ droni e tecnologia, la questione spinosa e urgente della de-radicalizzazione e, non da ultimo, il nuovo approccio necessario per comprendere una minaccia che perdura.
Tutto questo prezioso insieme di varie informazioni e competenze, racchiuso nel ‘
Rapporto sul terrorismo e il radicalismo in Europaaiuta cittadini e decisori politici a rapportarsi con un tema che è e sarà ancora per un bel po’ parte della quotidianità.

Con il Direttore dell’Osservatorio, Claudio Bertolotti, che dal 2014 ha costantemente seguito l’evolversi del terrorismo jihadista in Europa e non solo, abbiamo fatto un quadro della situazione cercando di affrontare gli aspetti più problematici del tema.

 

Il Califfato è morto, lo scorso anno la sua fine. Qual è la strategia post-territoriale dello Stato Islamico?

È la sopravvivenza, attraverso i suoi affiliati e l’attenzione mediatica derivante dall’azione dei gruppi operativi in molte parti del mondo: dalla Libia all’Afghanistan, dal Sahel al sud-est asiatico. Lo Stato islamico territoriale ha ceduto il testimone a quei gruppi locali che, a partire dal 2015, attraverso l’atto di ‘Bayat’ (sottomissione-giuramento) hanno aderito al progetto califfale dello Stato islamico. Un califfato che ha dato prova di forza, in Siria e Iraq, ma che ha imposto il proprio messaggio di violenza anche in Europa, come dimostrano i 122 attacchi registrati dal 2014 a oggi. Ma oggi lo Stato islamico è anche ‘insurrezione individuale’, caratteristica del Nuovo Terrorismo Insurrezionale (NIT) a cui ha dato vita l’esperienza jihadista, che ha trasferito tecniche, tattiche e procedure di combattimento dai campi di battaglia in Medioriente e Nord Africa fin nel cuore dell’Europa. Oggi l’azione individuale nel nome dello Stato islamico, benché spesso non efficace, spesso fallimentare e dal basso impatto mediatico, si inserisce in questa fase del terrorismo di matrice jihadista, confermando l’esistenza di radici ormai ben radicate di un fenomeno in continua evoluzione.

Nel rapporto si sostiene che «gli attacchi emulativi ispirati allo Stato islamico rappresentano una minaccia potenzialmente in crescita» in Europa. La percezione dell’opinione pubblica sembra invece esattamente l’opposta. Quali sono i segnali in questa direzione e come è possibile che uno Stato Islamico in disfacimento possa ancora avere attrattività per taluni soggetti in Europa?

Numericamente parlando, è vero, i numeri ci descrivono un fenomeno terroristico in Europa che nel complesso è in diminuzione, ma il perdurare di fenomeni a bassa intensità -come gli attacchi individuali con coltelli- ci dice invece che, rispetto agli anni 2016/2017, momento di massima espansione territoriale e mediatica dello Stato islamico, oggi sopravvive la capacità di adesione al modello califfale attraverso il web: è un’adesione individuale, non strutturata, né organizzata, e per questo meno efficace da un punto di vista tattico. L’attenzione mediatica si concentra quasi esclusivamente su attacchi ed episodi di violenza di matrice jihadista ad alta intensità (come gli attacchi di Parigi, Bruxelles, Berlino, Nizza e Londra) per numero di morti ed effetti materiali, relegando alla cronaca locale le notizie relative agli attaccanti individuali che non ottengono grandi ‘risultati’ e spesso vengono descritti come soggetti psicologicamente instabili ed emarginati: ma è esattamente questo il modello di terrorista contemporaneo, che trova motivazione sul web e non ha legami diretti con lo Stato islamico.

Nel rapporto si parla del tentativo di al-Qaʿida di recuperare lo spazio che si era visto sottrarre dallo Stato Islamico. Questo significa che Al-Qaʿida sta facendo proprie le modalità di azione operative e di propaganda dello Stato Islamico? Come sta lavorando in Europa e in Italia al-Qaʿida?

La capacità di adattamento è l’unica possibilità di sopravvivenza. Come lo Stato islamico, anche al-Qa’ida ha saputo adeguarsi all’evoluzione della competizione jihadista. Propaganda e capacità di azione sono sempre stati due pilastri di al-Qa’ida, insieme alla capacità di mantenere una fitta rete seguaci e validi leader. Certo, il ruolo dello Stato islamico ne ha minato l’attrattività per alcuni anni, ma il gruppo che fu di Osama Bin Laden ed è oggi guidato da Ayman al-Zawayri, non ha mai cessato di rappresentare la minaccia che è sempre stata. Oggi sono decine di migliaia i combattenti che si battono in Siria e Iraq, altre decine di gruppi si sono consolidati in Medioriente e Nord Africa, nel Corno d’Africa e nel Sahel. È una galassia in continua trasformazione che ha affiliazioni, più o meno strutturate, anche nei Paesi europei.

I foreign fighters sono più problematici dei soggetti che si radicalizzano nelle società europee e che si trasformano in ‘combattenti’, oppure sono i secondi i più problematici da intercettare e de-radicalizzare?

Il rientro dei foreign fighter sopravvissuti all’offensiva contro lo Stato islamico in Siria e Iraq è un problema per la sicurezza nazionale ed europea. Ma la vera minaccia è rappresentata dai radicalizzati presenti all’interno dei Paesi europei, così come dimostrato dalla prevalente partecipazione di ‘europei’ (nella maggior parte dei casi figli o nipoti di immigrati) agli attacchi registrati dal 2014 ad oggi. Il ruolo dei foreign fighter di ritorno può essere quello di ‘acceleratore’, sia sul piano della capacità di coinvolgimento di singoli soggetti da avviare sulla strada del terrore, sia sul piano della trasmissione del know-how, la conoscenza acquisita sui campi di battaglia del califfato.

I Paesi europei, ma non solo, si guardi anche solo agli Stati Uniti, sono impantanati in fatto di foreign fighters. Quanto il problema è derivante da una paralasi legislativa sul tema e quanto invece dall’incapacità politica di gestire questo problema difronte all’opinione pubblica?

Direi che la questione di fondo è la volontà degli Stati nazionali di non voler gestire tali soggetti, per timore che una volta rientrati nel Paese di origine, possano divenire fonte di pericolo. È un timore ampiamente giustificato, ma la soluzione può dare effetti palliativi e solo sul breve periodo, poiché i terroristi continuano ad esistere, e non è detto che Paesi come Siria e Iraq (che al momento li tengono prigionieri), siano in grado di gestirli in futuro. Alcuni Paesi europei hanno optato per la chiusura totale e per la revoca della cittadinanza (Regno Unito), altri hanno accettato di far rientrare i minori, le madri e le donne (Olanda e Belgio), altri ancora hanno dato disponibilità per far rientrare anche gli uomini. Differenti approcci che confermano quanto in Europa vi siano ancora sensibilità a capacità politica differenti, spesso in contrapposizione. Quel che è certo è che tali soggetti, molti divenuti apolidi o nati tali (i figli dei foreign fighter nati sotto il Califfato non hanno cittadinanza né irachena né siriana), sono bombe a tempo, un problema irrisolto. Neppure un tribunale internazionale credo possa dare risposte efficaci sul piano pratico (forse su quello giuridico), in quanto le difficoltà di raccolta prove e verifica lascerebbero migliaia di ex appartenenti al sedicente Stato islamico nella condizione di non poter essere condannati.

Il rapporto presenta una pagina interessantissima di grafici attinenti all’evoluzione del fenomeno. Vediamo di sintetizzarla qui. Quale l’evoluzione del terrorismo jihadista in termini di attacchi organizzati e attacchi improvvisati, e armi e tecniche, e origine degli autori degli attacchi (provenienti da fuori, nati e residenti in Europa, e foreign fighters)? E cosa ci dicono questi dati?

Più di 8 attacchi su 10 registrati nel 2014-2019 sono stati compiuti da singoli attentatori, non organizzati né parte di gruppi operativi, il 15 percento da commando suicidi o ‘team raid’. Nel 63 percento degli episodi è stato fatto uso di armi bianche, 3 attacchi su dieci hanno visto l’impiego di armi da fuoco ed esplosivi; nel 16 percento sono stati impiegati i veicoli ariete contro i pedoni all’interno di aree urbane ad alta intensità di popolazione. In Europa è emerso sempre più il ruolo dinamizzante di azioni ‘autonome’ ed ‘ispirate’, dove la capacità attrattiva ed emulativa degli attacchi organizzati e strutturati, ad alta intensità e alto impatto mediatico, ha spinto singoli soggetti non associati allo Stato islamico a commettere azioni violente con un livello di preparazione tecnica minimale, ma in grado di ottenere l’attenzione dei media. Con il tempo le azioni strutturate sono venute meno, fino a scomparire del tutto, e lasciando il posto alle azioni autonome che oggi rappresentano la totalità degli attacchi. Uno scenario che potrebbe essere confermato nel breve periodo, fino all’emergere di nuovi ‘attivatori’ (attacchi ad alta intensità o propaganda) in grado di riaccendere un fenomeno pronto a riesplodere.

Nel rapporto si accenna al terrorismo di estrema destra, e però quando si parla di radicalizzazione ed estremismo si parla solo di quello islamico. Siamo reduci dai fatti di Hanau. Ti chiedo, non credi che dovremmo porci il problema della radicalizzazione religiosa e politica a 360° gradi se davvero si vuole avviare un percorso di guarigione da questo ‘virus’ mortale? E non credi che non farlo depotenzi le azioni di deradicalizzazione islamica?

L’evoluzione delle forme di terrorismo si inserisce all’interno di un più ampio fenomeno sociale di natura ideologica, politica e religiosa, che provoca vittime e danni rilevanti, sia sul piano sociale che economico. I tentativi di ‘de-radicalizzazione’ in Europa hanno dato risultati che ancora non possiamo considerare come risolutivi. Anzi, la maggior parte dei tentativi portati a termine ha dato risultati non soddisfacenti, quando non addirittura fallimentari. In una condizione socio-economico in progressivo peggioramento, in cui la marginalizzazione gioca un ruolo importante ma non fondamentale (non tutti i terroristi sono soggetti provenienti da situazioni disagiate o non integrati), il rischio di ‘radicalizzazioni ideologiche’ jihadiste, di estrema sinistra o destra, è alto. Il problema non è dunque de-radicalizzare, ma è evitare un processo di radicalizzazione che affonda le radici in un terreno fertile alimentato da disoccupazione, sotto-occupazione, ignoranza diffusa, in cui lo Stato viene percepito, paradossalmente, come una presenza sempre più inadeguata.

Vero che i numeri del terrorismo di estrema destra al momento sono ‘bassi’, ma il trend non sta forse andando a crescere? Non è che il prossimo terrorismo che attanaglierà l’Europa sarà quello di estrema destra, risvegliato da questi anni di terrorismo jihadista?

Si tratta di due fenomeni molto diversi tra di loro, al netto delle analogie nei processi di radicalizzazione e nelle tecniche utilizzate. Jihadismo e terrorismo di matrice anarco-insurrezionalista e di estrema sinistra sono molto simili, in quanto si tratta di movimenti ideologici orientati a colpire l’intera società avversaria e lo Stato, nei quali gli attentatori non si riconoscono: è un approccio terroristico sovversivo, dal basso verso l’alto, contro la maggioranza. Al contrario, il terrorismo di estrema destra mira a colpire le minoranze, che vengono percepite come pericolo per la propria identità, cultura: è un’azione mossa sullo stesso livello e non avrebbe fini sovversivi. Il fenomeno jihadista interessa il 16 percento delle azioni terroristiche, quello anarco-insurrezionalista e di estrema sinistra il 12 percento, quello di estrema destra il 3 percento. Vero è che negli ultimi anni si è assistito a un aumento del fenomeno di estrema destra, per quanto non abbia raggiunto l’intensità del terrorismo jihadista è comunque un fenomeno di crescente preoccupazione, anche in reazione alla violenza jihadista. È una sorta di reazione che, al pari dei terroristi autonomi del jihad, cresce con l’aumentare degli effetti e dell’amplificazione massmediatica del fenomeno.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore