lunedì, Maggio 20

Diventeremo ‘Cacciatori di vecchi’? Demografia e futuro dell’Italia - 2° parte: le politiche nataliste non fermeranno il decremento demografico

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Volendo fare una riflessione sul futuro dell’Italia ragionando sulla demografia, dopo aver considerato il dato di fondo che ci illustra la quadruplicazione della popolazione africana;  diminuzione costante e irreversibile di quella europea, è da studiare un altro indice che in Italia è sempre più preoccupante, quello di dipendenza strutturale. E’ l’indice che calcola quanti individui ci sono in età non attiva (meno di 15 anni e più di 65) ogni 100 in età potenzialmente attiva, fornendo indirettamente una misura della sostenibilità della struttura di una popolazione. Valori superiori al 50 per cento indicano una situazione di squilibrio generazionale.

Questo indice è salito dal 2004 al 2019 (1° gennaio) da 50,1 a 56,3 e si prevede che salirà ulteriormente nei prossimi anni: questo vuol dire che un numero sempre inferiore di attivi dovrà lavorare per mantenere non solo se stessi ma anche un numero sempre maggiore di inattivi.

Peraltro, anche la popolazione in età attiva sta divenendo sempre più anziana. La quota di individui in età 15-39 anni scende al 26,8% del totale, quella relativa ai 40-64enni sale al 37,2%” (report ISTAT sulla popolazione del 7 febbraio 2019) mentre erano rispettivamente di 31% e 34,6% nel 2009.

Tenendo presente che tutti gli studiosi di demografia concordano sul fatto che l’età di 15 anni è da considerare ormai un riferimento obsoleto, poiché i ragazzi continuano a studiare almeno fino a 18 anni, e quindi rientrano fra gli attivi più tardi, ci rendiamo conto del fatto che la dipendenza strutturale della popolazione italiana in realtà è già oggi molto più elevata: ciò vuol dire che presto  potremmo trovarci di fronte ad una situazione in cui ogni lavoratore attivo dovrà mantenere anche un’altra persona con il proprio lavoro.

Sulla base di questi dati, possiamo considerare possibile affrontare questi squilibri strutturali semplicemente con una politica natalista? indubbiamente necessaria, ma molto costosa se portata avanti con coerenza. Per quel che riguarda gli effetti di tale politica, va fatta una distinzione di fondo tra i prossimi 15 anni e i decenni successivi.

Per i prossimi 15 anni, al netto dei processi migratori (che Matteo Salvini vuole bloccare sostituendoli con incentivi alla procreazione), noi non ci muoviamo sul terreno delle ipotesi, ma abbiamo delle certezze, perché i nati nei prossimi 15 anni non rientreranno nel numero degli attivi e non incideranno sul mercato del lavoro.
Il fatto che uomini politici e molti opinionisti televisivi si lascino andare a discorsi sui nuovi nati che prenderanno il posto degli emigrati la dice lunga sul fatto che si preferisce sostituire la propaganda all’analisi razionale dei fatti.
È interessante confrontare le coorti (anni) prossime all’uscita dagli attivi e quelle in entrata nei prossimi 15 anni (dato già disponibile e non soggetto a possibili mutamenti).

Nei prossimi 15 anni quasi 14 milioni di persone andranno ad ingrossare la quota di inattivi e saranno sostituiti da soli 8 milioni che entreranno a far parte degli attivi portando l’indice di dipendenza strutturale a livelli assolutamente insostenibili: una società con questo rapporto tra attivi e inattivi non ha futuro, è destinata all’implosione (i dati appena pubblicati per il 2018 segnano una nuova riduzione delle nascite, 449mila, 9mila in meno del 2017). Inoltre, l’eventuale successo di politiche nataliste determinerebbe nei prossimi 15 anni un tipico caso di eterogenesi dei fini: la maggiore natalità per i prossimi 15 anni finirebbe per peggiorare la situazione perché aumenterebbe il numero degli inattivi e produrrebbe i suoi effetti positivi solo nei decenni successivi.

Questo futuro è confermato dai dati del World Population Prospects nell’ultima revisione del 2017, che prevedono che i 38 milioni di italiani in età attiva (15/64) del 2015 diventino poco più di 32 nel 2035 e meno di 29 nel 2050.

Un’immagine che rende anche visivamente questo processo di invecchiamento della popolazione la ritroviamo nel report dell’ISTAT su futuro demografico del Paese del 26 aprile 2017 in cui vengono messe a confronto la piramide d’età del 2017 e quella riguardante le stime per il 2025: se nella prima la ‘pancia’ rappresentante le coorti più numerose si colloca fra 40 e 50 anni (l’età media è 45,2), nella seconda la ritroviamo tra 50 e 60 e presumibilmente l’età media si collocherà tra i 50 e i 55 anni. Una prospettiva che non può lasciare tranquilli.

Questo ci fa capire che le politiche nataliste non possono essere contrapposte ai processi migratori, è, anzi, necessario combinare i due elementi.

È proprio quello che, per esempio, ha fatto la Svezia alla fine del secolo scorso. Quando la natalità, che era di 2,1 figli per donna nel 1991, crollò a 1,5 nel 1999, furono attivate tutta una serie di iniziative legislative per favorire le coppie che decidevano di fare figli, tanto che nel decennio successivo il tasso di natalità lentamente riprese vigore, fino a raggiungere nuovamente il livello di 2 nel 2011. Nel frattempo, però, fu avviata una politica tendente a favorire l’arrivo di immigrati per far fronte alla riduzione della natalità degli anni precedenti e nel 1997 venne introdotto un atto governativo denominato ‘Sweden, the future and diversity – from immigration policy to integration’ tendente ad un’integrazione basata su uguali diritti, responsabilità e opportunità per tutti, indipendentemente dall’origine.

L’importanza dei fenomeni migratori in presenza di popolazioni che tendono ad invecchiare può essere verificata analizzando l’andamento demografico della popolazione milanese.

Milano è una città attenta alla progettazione del proprio futuro ed l’Amministrazione comunale ha avviato un vero e proprio laboratorio, Milano 2046. Proprio all’interno di tale laboratorio, il 30 gennaio 2019 presso la Fondazione Feltrinelli, il professor Alessandro Rosina, docente di Statistica dell’Università Cattolica, ha fatto un’attenta analisi della struttura demografica di Milano.

Pur avendo un tasso di fecondità abbastanza simile a quello nazionale (basso), negli ultimi anni ha visto aumentare la popolazione (passata da meno di un milione e trecentomila nel 2008 a un milione e quattrocentomila (stima) nel 2018. Che cosa permette a Milano di continuare a crescere, se non l’attrattività nei confronti di persone che arrivano da fuori Milano e delle quali circa la metà sono straniere? il 45% delle circa 40 mila nuove iscrizioni all’anagrafe nel 2017.

Di estremo interesse è l’analisi della struttura della popolazione per fasce d’età. I milanesi nella fascia 30/39, fondamentale perché non solo attiva ma anche nella fase centrale della fecondità e quindi in grado di dare un importante contributo riproduttivo, nel 2018 sono 186 mila ma sulla base dell’ammontare della fascia 20/29 di 10anni fa avrebbero dovuto essere 84 mila in meno e quindi l’incremento 10 anni dopo non può che essere frutto dell’arrivo di migranti, in parte da altre parti d’Italia e in parte dall’estero.

Di estremo interesse è anche la struttura per fasce d’età dei 266.862 stranieri residenti a Milano il 31 dicembre 2017: il loro indice di dipendenza strutturale è bassissimo, 0,30, il che vuol dire che si tratta di una popolazione molto più giovane che può contribuire a contenere l’invecchiamento della popolazione e l’eccessivo peso degli inattivi sugli attivi.

Il caso milanese, come quello svedese, sono la dimostrazione che di fronte all’ingresso fra gli attivi di coorti d’età nettamente inferiori a quelle in uscita, l’unica soluzione è la compensazione con i migranti.

C’è un’area geografica dell’Italia che ha un presente e una prospettiva demografica più preoccupante di quella media del Paese, e cioè le aree interne che rappresentano il 53% dei comuni italiani con più di 13 milioni di abitanti corrispondenti al 23% della popolazione. In queste aree è in corso un progressivo processo di spopolamento e di invecchiamento della popolazione. A questo proposito Alessandro Cavalli nell’ebook di Neodemos ‘Popolazione e politica’, ricorda che «per quanto riguarda l’Italia, qualcuno ha avanzato la proposta di dare ai rifugiati una chance per tentare un parziale ripopolamento delle zone montane abbandonate dalla popolazione autoctona, scesa verso le coste e la pianura. Lo spopolamento delle zone alpine e appenniniche che non sono riuscite a riconvertirsi al turismo è un fenomeno reale ed è, oltretutto, una delle cause del dissesto idro-geologico di ampie zone del territorio». Richiama anche l’esempio tedesco di «alcuni sindaci di comuni rurali dei Länder orientali del Meclemburgo-Pomerania, della Sassonia e della Turingia in declino demografico (per effetto della denatalità, dell’invecchiamento e dell’esodo verso le città e le regioni occidentali) che hanno intravisto nell’accoglienza dei profughi un’opportunità di ripresa o, se non altro, un modo per frenare il declino».

Per capire le dimensioni del fenomeno basti pensare che per esempio in 10 comuni dell’appennino pesarese tra Urbino e il confine con l’Umbria la popolazione è passata dai 54.390 abitanti del 2010 ai 50.606 del settembre 2018, con un calo di oltre il 7%.

Di estremo interesse risultano le analisi effettuate dal giornale online ‘Dislivelli. Ricerca e comunicazione sulla montagna’ che ci ricorda la grande importanza che la presenza degli emigrati

ha per arginare lo spopolamento delle aree interne, con presenza importanti in tali aree in regioni come Umbria (10,39), Veneto (10,37) ed Emilia Romagna (10,33). Particolarmente rilevante è il loro apporto nella salvaguardia di aree forestali, come ad esempio nel Parco delle Foreste Casentinesi dove gli immigrati sono il 12,3% e rivestono «un ruolo fondamentale nella conservazione ed evoluzione del settore forestale. Non a caso, una parte significativa di questi neo-cittadini proviene dal distretto di Bacau (Romania), una zona rurale che ha molte similitudini con quella locale, ragion per cui le capacità tecniche di questi lavoratori sono riconosciute ed apprezzate e rappresentano una risorsa per il settore forestale locale».

In queste aree si sono sviluppati negli ultimi anni progetti di accoglienza dei rifugiati utilizzati proprio nella difesa delle aree montane, dalla pulizie delle foreste piemontesi al consolidamento dei terrazzamenti liguri.

La politica del nuovo Governo, in particolare il Decreto sicurezza voluto da Salvini, ha portato totale incertezza nei progetti legati all’accoglienza e ha complicato, e spesso azzerato, i tentativi di quelle comunità montane che utilizzando gli strumenti dell’accoglienza erano riuscite a sfruttarne le opportunità a vantaggio di tutto il territorio: persone ormai entrate a far parte delle reti locali e utilizzate a difesa di territori difficili se ne dovranno andare, lasciando dietro di loro ancora una volta incuria e abbandono.

Un’ulteriore dimostrazione della mancanza di analisi e progettazione per far fronte alle emergenze demografiche e territoriali del nostro Paese: è fuori dubbio che se si volesse far fronte e limitare lo spopolamento delle aree interne e l’abbandono di attività agricole legate alle montagne, ormai rifiutate dai giovani autoctoni che preferiscono spostarsi verso le città costiere o le grandi città, si dovrebbe partire da un grande piano diutilizzodi migranti, ma questo presupporrebbe la volontà di affrontare problemi difficili, cosa che porta meno consenso della facile propaganda che addita  gli stranieri come l’unico male di questo paese.

Tutto ciò dimostra che nei prossimi 15 anni le politiche nataliste in assenza di flussi migratori niente potranno contro la drastica riduzione della popolazione attiva che rischia di rendere economicamente insostenibile la struttura della popolazione italiana (cosa che non può che essere aggravata da politiche pensionistiche che accelerano l’uscita dal lavoro e anticipano l’età di inattività).

Come Salvini ritiene di poter far fronte a tutto ciò? L’unica ipotesi è che pensi di ispirarsi al racconto di Buzzati ‘Cacciatori di vecchi’, in cui i giovani si dedicano ad una caccia mortale nei confronti dei vecchi.

Resta aperto il problema di quali potrebbero essere i risultati effettivi delle politiche nataliste nei prossimi anni, che comunque produrrebbero effetti economici solo in tempi lunghi, fra 15/20 anni.

Per fare delle ipotesi sul numero di nati nei prossimi 20 anni che si affacceranno tra i lavoratori attivi a partire dal 2039, non possiamo non partire da quanto premesso da uno dei più importanti studiosi di demografia, Massimo Livi Bacci, nel paragrafo sul futuro della sua ‘Storia minima della popolazione del mondo’. Dopo aver ricordato che la mortalità si presenta attualmente abbastanza stabile nel tempo (anche se tutti gli studi scientifici ritengono assolutamente plausibili ulteriori innalzamenti della speranza di vita, come si vede anche dai dati appena pubblicati dall’ISTAT che danno un ulteriore aumento nel corso dell’ultimo anno, rispettivamente di 0,2 per le donne e 0,3 per gli uomini), afferma che le nascite nei successivi 20 anni sono «un’incognita che dipende da due variabili, una delle quali almeno ci è nota. Le nascite di questo periodo dipendono infatti dall’ammontare della popolazione in età riproduttiva, e questa è la variabile nota, perché coloro che entreranno in età feconda nei prossimi 20 anni sono già oggi quasi tutti nati; dipendono inoltre dalla loro propensione a far figli, e su questo non possiamo che far congetture più o meno plausibili». Lo stesso Livi Bacci però ci ricorda che in tempi medi (qualche decennio) le «previsioni demografiche possono contare su alcune rilevanti forze d’inerzia».
Se ipotizzassimo una fecondità di rimpiazzo (2,1), una mortalità stabile e assenza di migrazioni (situazione che dovrebbe portare alla stabilità demografica), la forza d’inerzia, che dipende dalla fecondità dei decenni precedenti, per continenti come l’Africa, che possiedono una struttura per età giovane, porterebbe ad una ulteriore crescita demografica; per continenti come l’Europa, a causa del forte grado di invecchiamento della sua popolazione, porterebbe ad un ulteriore decremento demografico.

Semplificando, Livi Bacci ci dice che se le coorti d’età che si affacceranno all’età feconda sono poco numerose (come in Italia), anche in presenza di una forte crescita del tasso di fecondità fino a 2,1 (oggi in Italia è di 1,32), la popolazione nei prossimi anni, in assenza di migrazioni, continuerebbe a decrescere. Basti pensare che in Italia le donne in età 29-39 (ovvero quelle che danno alla luce più del 90% del totale dei figli) erano 10,4 milioni all’inizio del 2001, 7,7 milioni nel 2011, solo 6,9 milioni all’inizio del 2016.
Il demografo Dalla Zuanna sostiene che «se nel prossimo ventennio il saldo migratorio rimarrà vicino allo zero, le giovani donne continueranno a diminuire: saranno 5,9 milioni nel 2026, appena 5,4 milioni nel 2036, e di conseguenza il numero di nascite nel 2026 sarebbe del 15% inferiore rispetto al 2016 (altri 70mila nati in meno) anche se il comportamento riproduttivo delle donne restasse uguale a quello di dieci anni prima».

Quindi, anche ipotizzando un alto tasso di fecondità nei prossimi anni, in Italia non solo diminuiranno gli attivi e peggiorerà l’indice di dipendenza strutturale, ma il saldo naturale della popolazione continuerà ad essere negativo e, in assenza di un saldo migratorio positivo, avremo ancora, come negli ultimi anni, una contrazione della popolazione (cosa peraltro avvenuta nel 2018 nonostante un saldo migratorio positivo di 190 mila nuovi entrati in Italia).

(la terza parte dell’analisi ‘Demografia e futuro dell’Italia’, sarà pubblicata venerdì 8 marzo 2019)

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