lunedì, Novembre 11

Disuguaglianze UE: l’estate avanza, le periferie si scaldano Molte sfide sociali da affrontare in UE, le periferie aspettano, se ne discuterà durante Le Giornate dello Sviluppo (EDD 2019). Intervista alla Giovane Europea dell’Anno, Yasmine Ouirhrane

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Il voto europeo ce lo stiamo lasciando alle spalle, abbiamo ascoltato ipotesi e visto proiezioni, ora basta. Adesso è il momento di tornare al reale, ai problemi reali che un Parlamento europeo già delineato si trova ad affrontare. Tra le sfide principali quella economica, ambientale e sociale. Gli Stati membri europei si dividono tra chi ricorda la crisi del 2008 e chi sembra viverla tuttora. Le piazze di tutta Europa si colorano di verde ogni venerdì per i FrydaysForFuture. Le periferie, invece, ardono sotto il primo sole estivo: la gente suda per il calore e per la paura di non avere un futuro.

La questione sociale in Unione Europea è un tema molto sentito: le lotte sindacali, le lotte studentesche, le manifestazioni e i concerti. 50 anni dopo Woodstock, i problemi della società sono diversi. Le nuove generazioni dell’età digitale vivono un panorama lavorativo e d’istruzione distante e confuso, la disparità di genere è sottesa e le disuguaglianze minacciano di escludere giovani donne e giovani uomini dal lavoro, dalla società civile.

Uno studio del WID (World Inequality Database) dimostra che in Europa sono ancora presenti differenze sostanziali tra le varie regioni europee in termini di reddito e che c’è più disuguaglianza economica ora rispetto a quarant’anni fa. Dato confermato anche da uno studio del OCSE (Organizzazione per Cooperazione e Sviluppo Economico) che aggiunge altre considerazioni. Il divario di genere uomo-danno è diminuito, ma persiste e le donne rimangono svantaggiate in termini di tipo di lavoro e occupazione. I giovani bassamente qualificati  -che non lavorano e non studiano- rappresentano il 17% degli europei tra 15-29 anni: questi giovani rischiano di rimanere esclusi per sempre dal mercato del lavoro. Gli immigrati tendono a ricevere salari più bassi dei ‘nativi’ in molte regioni europee e il tasso di disoccupazione dei figli di immigrati è più alto del 50% rispetto a quello dei figli della gente del posto.

In Italia, fa molto ragionare il recente rapporto annuale di Almalaurea della Sapienza di Roma. In 15 anni, le università italiane hanno perso oltre 40 mila nuovi iscritti. Lo studio riferisce che il calo delle immatricolazioni riguarda soprattutto i diplomati provenienti da contesti familiari svantaggiati e da istituti tecnici e professionali.

Abbiamo contattato la Giovane Europea dell’Anno 2019, Yasmine Ouirhrane, 23 anni, italo-marocchina, per discutere dei problemi e delle soluzioni che perseguitano le periferie cittadine e sociali. Il riconoscimento di Young European of the Year le è stato assegnato dalla Fondazione Schwarzkopf per «il suo incredibile impegno a favore dell’uguaglianza di genere e di equa opportunità a partecipare per gli immigranti in Europa».  
Yasmine è tra i 15 Young Leaders che saranno presenti alle Le Giornate dello Sviluppo (EDD 2019) in programma a Bruxelles per il 18 e il 19 giugno, grande evento dell’Unione Europea nel contesto del quale si discuterà su come creare un mondo che non lasci nessuno indietro, un mondo con meno disuguaglianze.

 

Quali sono le azioni concrete che hai messo in campo per combattere le disuguaglianze che si celano nelle città europee?

A livello locale ho lavorato come coordinatrice di progetti YoFest! al Parlamento Europeo per l’EYE (European Youth Event), il più grande festival politico di Europa che raduna circa 9.000 giovani. In quella occasione, ho voluto permettere a giovani svantaggiati, provenienti da una classe sociale bassa o figli di immigrati, di partecipare a questo evento e di essere sponsorizzati dal Parlamento Europeo. Per quei giovani studenti era la prima volta al Parlamento Europeo di Strasburgo. La soddisfazione più grande è stata sentire dire: ‘per la prima volta mi sento francese, per la prima volta mi sento europeo’. Parliamo di persone nate in Francia che non si erano mai sentite francesi, parliamo di figli di immigrati che non si erano mai sentiti integrati. A livello internazionale, invece, faccio parte del African Union – European Union Youth Cooperation Hub che riunisce 42 giovani esperti dall’Europa e dall’Africa. I giovani hanno un budget di 10 milioni di euro per sviluppare dei progetti che verranno poi implementati dalla società civile. Io lavoro dentro il ‘cluster’ che si occupa di pace e sicurezza, che include anche la prevenzione alla violenza e all’estremismo. Dunque, a livello locale ho lavorato per garantire giustizia e inclusione sociali, mentre a livello internazionale per solidificare la cooperazione tra Africa ed Europa attraverso il dialogo e l’inclusione. 

In Europa le disuguaglianze di genere, di etnia e di religione sono un grosso ostacolo alla convivenza dentro la società europea?

Non penso ci siano disuguaglianze etniche e religiose, nel senso che esiste solo una diversità etnica e culturale in Europa. “La diversità è un fatto, ma l’inclusione è una scelta” ha detto il Primo Ministro canadese, Justin Trudeau. La diversità in Europa è un fatto, noi siamo figli di immigrati, abbiamo diversi origini, ma siamo cittadini europei. L’inclusione, il fatto di sentirci europei è una scelta, un diritto e un dovere.

E te che vivi in Francia da italo-marocchina, ti senti mai discriminata?

In Francia vivo molte forme di discriminazione, soprattutto nell’accesso al lavoro. In Francia è provato che, a parità di competenze professionali, una persona con un nome arabo ha meno possibilità di essere assunta rispetto ad una con un nome francese. Mi impegno contro questo tipo di cose e cerco di denunciare queste forme di esclusione sociale che creano una grande disuguaglianza in termini di opportunità economica e di accettazione dell’altro. Il lavoro è un fattore importante per l’inclusione – tanto che nella nostra Costituzione si afferma al primo Articolo che ‘L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro’ – ma quando una persona non riesce a trovare un lavoro dignitoso, questo non gli permette di sentirsi inclusa ed accettata. Questa è una grande sfida, non solo per le future generazioni, ma anche per chi vive oggi in Europa.

Quindi, la soluzione alla disuguaglianza e alle sfide sociali passano prima dal cittadino e dalla sua azione quotidiana?

Penso sia essenziale una collaborazione tra cittadino e Stato per risolvere questo tipo di problemi ed è per questo che la società civile ha un ruolo cruciale. Lo Stato rappresenta i cittadini, ma deve anche sapere ascoltarli. Il nostro lavoro nella società civile è garantire che venga creato un ponte solido e efficiente tra cittadini e rappresentati dello Stato.

Allora, che futuro per le periferie europee?

Vivo in una città francese che ha delle enormi disuguaglianze sociali. Non vedo un cambiamento e questo è un grande problema: serve una riforma sociale, ma anche una a livello di pianificazione urbana. In Francia, ad esempio, è molto visibile e netta la differenza tra il centro della città e la periferia, c’è un divario enorme e un’esclusione sociale drastica. Mentre Marine Le Pen mi attaccava su Twitter, io ero a un funerale di un giovane di 17 anni della mia città, morto mentre scappava dalla Polizia a bordo di uno scooter. Mi batto perché i giovani abbiamo accesso all’educazione, invece di cadere nella criminalità.

Credi che la nuova Commissione e il nuovo Parlamento europeo saranno all’altezza di questo compito?

Sì e sono contenta perché le ultime elezioni europee sono state una vittoria per i giovani. Molti partiti giovani e molti partiti pro-europei hanno ottenuto dei seggi. Se vogliamo avere un Parlamento europeo che ci rappresenti bisogna includere i giovani, le nostre richieste e necessità. Quindi avere degli europarlamentari giovani mi rende molto fiera. Sono dell’idea che siamo sulla giusta strada.

Quindi la soluzione per le periferie europee sarebbe un rinnovo del Welfare State e un nuovo piano di urbanizzazione?

Sì, ma devono essere accompagnate anche da una riforma dell’educazione. L’educazione è la chiave. Non possiamo parlare di inclusione senza parlare di educazione. Viviamo nell’era digitale e i nostri sistemi educativi non sono ancora all’altezza, non preparano i giovani ad entrare nel mercato del lavoro. Le nostre scuole non sono adattate alla società attuale, dobbiamo riformare il sistema educativo e permettere alle giovani donne di avere accesso all’educazione e a posizioni di potere. Una donna è un’attrice della società – non è solo una madre o una moglie – e può contribuire all’economia di una società. Il diritto all’educazione e quello alla pari opportunità sono molto importanti se vogliamo costruire una società più produttiva, benefica e inclusiva.

Anche la rappresentanza parlamentare delle minoranze è fondamentale in una democrazia matura.

Certo, sicuramente. Di recente ho letto un report su quanto siano rappresentate le minoranze al Parlamento europeo: nella legislatura appena terminata c’era una sola donna di colore, Cecilie Kyenge, del Partito Democratico. Nella nuova legislatura ha perso il seggio, a riprova che la rappresentazione delle minoranze nelle istituzioni è oltremodo scarsa. Come possiamo parlare di rappresentazione dei cittadini se le minoranze non sanno a chi riferirsi? A chi parlare delle proprie difficoltà? In ogni caso, sono contenta per l’elezione al Parlamento europeo del verde Magid Magid, 29 anni, britannico di origini somale, è stato Lord Mayor of Sheffield. Sono contenta perché ha delle origini del sud del mondo ed è europeo, quindi potrà rappresentare i giovani, ma anche i giovani figli di immigrati in Europa.

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