domenica, Dicembre 8

Disputa petrolifera Kenya-Somalia, ENI con il fiato sospeso

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Lo scorso 25 maggio il Governo della Somalia é riuscito ad ottenere il consenso delle Nazioni Unite ad arbitrare la disputa relativa a giacimenti petroliferi e di gas naturale ubicati nelle acque territoriali somale ma rivendicati dal Kenya. Il 19 settembre si terrà la prima udienza del processo presso la Corte Penale Internazionale. I giacimenti somali sono collegati con i giacimenti presenti nelle acque territoriali keniote (fascia dell’Oceano Indiano che va da Mombasa a Lamu), denominati: L11A, L11B, L12, L7.

La disputa é nata nel 2011 quando il Governo di Nairobi ha deciso d’invadere la Somalia con la scusa di partecipare alla liberazione del Paese contro i terroristi salafisti di Al-Shabaab. Liberazione condotta dalla missione militare africana AMISOM, comandata dall’Uganda. L’Esercito keniota ha immediatamente occupato la fascia costiera sud ovest della Somalia confinante con il Kenya, rivendicando un triangolo marittimo di circa 100.000 km quadrati dove sono presenti i giacimenti di idrocarburi.

Nel 2012, dopo aver stabilizzato il controllo dell’area, Nairobi stipula dei contratti di esplorazione con due multinazionali europee: ENI e TOTAL. Nel luglio del 2012 l’ufficio stampa dell’Eni annuncia «la firma di tre contratti, rilasciati dal Governo del Kenya, per l’acquisizione dello sfruttamento dei blocchi L-21, L-23 e L-24». Il comunicato stampa nasconde due fatti sfavorevoli all’immagine dell’ENI. Una lacuna informativa che persiste tutt’ora. I giacimentikenioti‘ indicati dalla ENI sono ubicati nella zona di confine dell’ex colonia italiana. Furono scoperti verso la fine degli anni Ottanta dal regime di Siad Barre ma la guerra civile che scoppiò nel 1990-1991 per deporlo, e l’immediata involuzione in guerra clanica, impedì le operazioni di esplorazione, preludio alle attività di estrazione e sfruttamento degli idrocarburi. Solo ora, a distanza di 23 anni, si intravvede la possibilità di attivare l’industria petrolifera. Non esistono stime esatte sulla quantità delle riserve per mancanza di dati disponibili, ma tutti i geologi e le multinazionali petrolifere concordano che le acque territoriali somale custodiscano riserve importanti, capaci di accelerare il processo di ricostruzione, finanziare i sistemi educativo e sanitario e la difesa del Paese.

Un mese dopo l’annuncio fatto da ENI dell’accordo petrolifero con il Kenya, il Governo somalo accusa la multinazionale italiana di attività illegali in territorio somalo. A lanciare la grave accusa fu  il Ministro dell’Energia somalo Abdullah Dool.  Il Governo somalo accusò Nairobi, ENI e TOTAL di aver sapientemente sfruttato la crisi somala per impossessarsi illegalmente del greggio nelle sue acque territoriali. Le stesse acque che, a causa del caos che regna nel Paese, sono già soggette ad uno sfruttamento illegale della pesca da parte di Cina, Giappone e Sud Corea.

Mogadiscio avverte ufficialmente ENI e TOTAL di sospendere immediatamente ogni attività di esplorazione, annunciando il diritto di arrestare ogni tecnico trovato in territorio somalo senza autorizzazione governativa. Subito dopo l’accusa il Governo somalo presenta una denuncia presso le Nazioni Unite accusando il Kenya di essere presente illegalmente nelle acque territoriali somale per fini di lucro. Nell’agosto 2014, sospettando che tale denuncia sia stata in un qualche modo bloccata, il Governo somalo presenta una nuova denuncia presso la Corte Penale Internazionale, affermando che intende risolvere i dissidi territoriali per vie giuridiche.
Una scelta obbligata visto la debolezza dell’Esercito nazionale, intento ancora a combattere i terroristi Al-Shabaab in collaborazione con quattro eserciti stranieri  -Burundi, Kenya, Etiopia e Uganda.  Il Governo di Mogadiscio ha richiesto alla Corte di determinare in base alle leggi internazionali i confini marittimi tra Somalia e Kenya nell’Oceano indiano. Il Governo di Nairobi ha sollevato una obiezione preliminare, affermando che la CPI non ha giurisdizione sul caso. Il Governo keniota ha il dente avvelenato con la CPI, che ha tentato di processare il Presidente Uhuru Kenyatta e il Vice Presidente William Ruto per crimini commessi durante le violenze post elettorali del 2007. Tentativo che la CPI é stata costretta archiviare a processi aperti per pressioni internazionali.
La disputa dovrebbe essere di facile risoluzione, in quanto le acque contese rientrano nei confini somali riconosciuti ufficialmente dalle Nazioni Unite fino al 1991, quando la Somalia sprofondò nella interminabile guerra civile. Un dettaglio giuridico di cui non si comprende come  ENI e TOTAL non fossero a conoscenza stipulando contratti non con il Governo somalo ma quello keniota.

Le Nazioni Unite e due associazioni internazionali CorpWatch e Global Witness (che monitorano le attività delle multinazionali a livello mondiale) fin dal 2014 hanno espresso vive preoccupazioni sul rischio che i giacimenti di idrocarburi somali si possano trasformare in una ennesima  fonte d’instabilità, con il rischio che lo strategico Paese del Corno d’Africa ritorni ad una guerra generalizzata tra i clan, proprio ora che sembrano vedersi possibilità concrete di pace. Un eventuale conflitto tra Somalia e Kenya sarebbe combattuto tra due Paesi africani, ma istigato da interessi stranieri.

Una situazione, questa diatriba, che potrebbe gettare ombre sull’operato in Africa di ENI, che nel suo sito ufficiale  dichiara che la strategia aziendale in Africa é quella di «consolidare la propria posizione tramite progetti sostenibili volti a creare valore per i propri stakeholder e per i Paesi coinvolti». Operato sul quale sono stati avanzati dubbi, da svariate fonti, che vanno dalla mancata acquisizione del contratto in Uganda, ai casi di corruzione in Nigeria, dal sostegno dato alla dittatura del Presidente Denis Nguesso in Congo Brazzaville, al disastro ecologico di cui la AEFJN (associazione cristiana di attivisti dei diritti umani e avvocati fondata nel 1988 con l’obiettivo di promuovere la giustizia nei rapporti commerciali e politici tra Unione Europea e Africa) accusa ENI,  sostenendo che l’industria sarebbe responsabile di provocare, in Congo Brazzaville, una catastrofe ecologica, utilizzando tecniche di estrazione petrolifera considerate ad alto  rischio ambientale.  Il Network di Fede e Giustizia Africa Europa (AEFJN) ha recentemente dichiarato  che  «Le attività del gigante petrolifero italiano ENI in Congo-Brazzaville sono un interessante esempio di comportamento dubbioso delle multinazionali europee che operano all’estero, in particolare nei Paesi in Via di Sviluppo».

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