lunedì, Gennaio 27

Disboscamento dell’Alaska: la nuova follia di Trump Ecco perché l’idea del Presidente americano di autorizzare il disboscamento della foresta di Tongass è una minaccia pericolosissima per il futuro del pianeta

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Fallito (per ora) il tentativo di acquisto della Groenlandia, il Presidente americano Donald Trump, quello per il quale il cambiamento climatico è una fake news, punta ora a restare a casa sua e mettere mano a un suo forziere. Secondo il ‘Washington Post’,  Trump vuole sottrarre la maggiore foresta degli Stati Uniti, quella dell’Alaska (la Tongass National Forest), dalle restrizioni imposte 20 anni fa sul taglio e il trasporto di legname.
L’iniziativa, secondo queste prime sommarie informazioni del quotidiano americano, mette a rischio più della metà della foresta pluviale, aprendola a progetti energetici e attività minerarie

Tongass è un enorme tratto del sud-est dell’Alaska, pieno di alberi secolari, che costituisce la più grande foresta pluviale temperata intatta del mondo. Gli attacchi, i tentativi di aprire al disboscamento non sono di oggi, i più importanti sono iniziati all’epoca dell’Amministrazione Bush, sono state avanzate proposte in questa direzione. La Casa Bianca stava già prendendo in considerazione una revisione delle restrizioni, ma molto più modesta rispetto quanto vorrebbe ora Trump.
Nel 2016, era stato messo a punto un piano per eliminare gradualmente il disboscamento della vecchia crescita nel Tongass entro un decennio. Il Congresso aveva stabilito che circa 5,7 milioni di acri di foresta selvaggia devessero rimanere non sviluppati. Se il piano di Trump riuscisse i provvedimenti riguarderebbero circa 10 milioni di acri dei 16,7 milioni totali della foresta

Secondo le fonti americane, la mossa è supportata dal governatore repubblicano dello Stato, Mike Dunleavy, e dalla senatrice Lisa Murkowski, entrambi  sostengono che il disboscamento è funzionale allo sviluppo delle infrastrutture della regione e all’economia. Murkowski ha dichiarato che «l’industria del legname è diminuita precipitosamente, ed è sorprendente che i pochi mulini rimasti nella più grande foresta nazionale della nostra Nazione debbano costantemente preoccuparsi di rimanere senza rifornimento». Un tema già proposto nei mesi e anni scorsi, ma molto più complesso rispetto a come lo pone il Governatore.

Dunque, mentre il mondo è in allarme per i rischi che sta correndo la sopravvivenza del pianeta con gli incendi in Amazzonia, Trump prova accendere un fuoco pericoloso quanto quello amazzonico.
Le motivazioni della pericolosità delle intenzioni della Casa Bianca derivano dal cos’è l’Alaska, il patrimonio ambientale che rappresenta, e la malattia della quale già soffre.
Un territorio, l’Alaska –acquista dalla Russia nel 1867-, molto vario, che comprende la tundra artica -area permanentemente congelata chiamata ‘permafrost’- ma anche vaste distese di abeti rossi, betulle, pioppi, salici: la foresta boreale. A ovest, le ventose isole Aleutine si estendono nel Pacifico e, a sud-est, l’Alaska abbraccia la costa della Colombia britannica e vanta una fitta e imponente foresta pluviale costiera, quella sulla quale si sono posati gli occhi del Presidente. Tutto questo è oggi lo Stato più vasto ma soprattutto uno dei più ricchi degli USA, in primis grazie all’estrazione di petrolio e gas, entrambe fonti primarie di cambiamento climatico, per l’estrazione dell’oro e la grande quantità di pesce. .

In Alaska il cambiamento climatico è già un dato di fatto.
E’ la malattia della quale soffre l’Alaska. Ce lo spiega bene il centro di monitoraggio ambientale GlobalChange del Governo americano.  «La maggior parte dei ghiacciai dell’Alaska si stanno sostanzialmente riducendo. Questa tendenza dovrebbe continuare e ha implicazioni per la produzione di energia idroelettrica, i modelli di circolazione degli oceani, la pesca e l’innalzamento del livello del mare globale», recita la nota di rapporto sullo stato del territorio. Le temperature in Alaska stanno aumentando, «una tendenza allo scongelamento che dovrebbe continuare», causando molteplici vulnerabilità: «paesaggi più asciutti, più incendi, habitat della fauna selvatica alterato, aumento dei costi di manutenzione delle infrastrutture e rilascio di gas che intrappolano il calore che aumentano il riscaldamento climatico. Si prevede che gli aumenti attuali e previsti delle temperature oceaniche dell’Alaska e i cambiamenti nella chimica degli oceani modificheranno la distribuzione e la produttività delle attività di pesca marittima».
Naturalmente questa situazione colpisce le comunità native, «che sono altamente vulnerabili a questi rapidi cambiamenti» per quanto abbiano una forte capacità di adattamento ai cambiamenti.

Con 6.640 miglia di costa, l’Alaska è uno Stato dipendente dall’oceano, sottolinea la ricercatrice climatologa Nancy Fresco,  dell’International Arctic Research Center dell’University of Alaska, Fairbanks. A causa della perdita di ghiaccio marino che protegge il suolo dalle tempeste stagionali, enormi tratti di questa costa si riversano nel Mare di Bering. Molte comunità sono, dunque, a rischio di erosione, non sono in gioco solo strutture e denaro, ma anche tradizioni, senso del luogo e persino vite.
Fresco racconta di villaggi scivolati via nel ghiaccio oramai troppo sottile. Sulla costa del Mar Glaciale Artico trichechi, foche e orsi polari non trovano più il ghiaccio di cui hanno bisogno per riposare, cacciare, accoppiarsi e riprodursi. L’accorciamento delle stagioni del ghiaccio marino sta anche minacciando le pratiche di caccia tradizionali.
Nell’interno dello Stato, gli incendi boschivi stanno bruciando molto di più che in passato.
Il sistema forestale boreale dipende dal rinnovamento della giovane vegetazione dopo gli incendi, ma il clima primaverile più caldo e secco non aiuta, anzi, provoca ulteriori incendi. Tali incendi accelerano anche l’altro grande cambiamento interno: il disgelo del permafrost. I terreni un tempo congelati crollano e si spostano. Strade, piste e ponti possono subire danni ingenti e costosi. A Fairbanks, case inclinate e affondante sono uno spettacolo comune.

Quando il terreno si scongela, si avvia un processo che a sua volta rilascia carbonio nell’atmosfera, il principale gas serra che riscalda il pianeta. Questi rilasci di carbonio, che esacerbano i cambiamenti climatici, sono particolarmente potenti sotto forma di gorgogliamento di metano dai laghi.

In questa situazione, già particolarmente allarmante per gli scienziati, il disboscamento di vaste aree della foresta Tongass porterebbe a conseguenze pericolosissime non solo per l’Alaska, ma per l’intero pianeta. Gli scienziati concordano che il taglio di alberi secolari mette a rischio interi sistemi e distrugge gli habitat della fauna selvatica.
Oltre al problema ambientale, forse Trump non ha fatto bene i conti: il danno causato dal disboscamento  minaccia le industrie del salmone, della pesca e del turismo di Tongass, che insieme forniscono il 25% dei posti di lavoro nell’area e generano entrate per circa $ 2 miliardi. Il potenziale danno alle industrie ittiche e turistiche supera di gran lunga qualsiasi beneficio economico derivante dal rilancio dell’industria del legno. 

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