domenica, Ottobre 25

Disabili, l'Italia dei non diritti field_506ffb1d3dbe2

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Dopo una manifestazione sotto il Ministero dell’Economia, e a seguito di un incontro tra il Comitato 16 Novembre Onlus (www.comitato16novembre.org), la più battagliera tra le associazioni di disabili, e i rappresentanti del Governo, si è giunti a un accordo che ha portato al ripristino di 275 milioni di euro per il Fondo sulla non autosufficienza: erano 250 quelli stanziati che vengono incrementati così di 25 milioni di euro, arrivando alla stessa cifra stanziata lo scorso anno. Si è vinta una battaglia però, e non la guerra.

Le proteste da parte dei disabili per i continui tagli da parte dello Stato ai servizi diurni e domiciliari, alle spese mediche, ai percorsi di riabilitazione e inserimento sociolavorativo di certo non si fermano qui. Il 2013 ha visto dunque proseguire le manifestazioni e le iniziative avviate già lo scorso anno, che denunciano una politica di tagli ai servizi sociali che sta creando una serie di terribili disagi per le persone malate e i loro familiari. Una politica che a tutti i livelli amministrativi rivela così un atteggiamento di inconsapevolezza dell’emergenza sanitaria che colpisce le fasce più deboli della popolazione. E che sommata alla crisi economica sta generando situazioni sempre più drammatiche.

Negli ultimi anni le manovre di bilancio sono state sempre più restrittive rispetto ai fondi per le non autosufficienze. E ora, a fine 2013, siamo di fronte alla legge di stabilità, e c’è ancora spazio per qualche emendamento. Stiamo cercando, come associazione di coordinamento di altre realtà associazionistiche in Italia, di convincere il Parlamento a dare un’ulteriore spinta a questa inversione di tendenza, tentando di raggiungere almeno la cifra del 2008.

“Un segnale minimamente sostanzioso sarebbe assolutamente necessario: pur in presenza di questa crisi crediamo che sia possibile dare un segnale di maggiore attenzione ai problemi della disabilità e della non autosufficienza e del sociale in generale”, afferma Flavio Savoldi, membro della segreteria della Fish (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), un’organizzazione a cui aderiscono le più rappresentative associazioni impegnate in politiche di inclusione sociale delle persone con differenti disabilità, stata protagonista di diverse audizioni alla Commissione Affari Sociali della Camera (www.fishonlus.it). La Fish si occupa di attività molto concrete, di assistenza ai malati e alle famiglie e di consulenza  anche per gli aspetti burocratici e contrattuali promuove l’autonomia delle persone, nella formulazione di domande di assistenza domiciliare, per la busta paga agli assistenti, per le comunicazioni Inps riguardo all’assistenza personale. Una battaglia, dunque, per la vita indipendente (e Vita Indipendente è proprio il nome del movimento nato negli Stati Uniti negli anni Sessanta per i diritti delle persone disabili all’inserimento, all’autonomia e all’autodeterminazione). Ma anche una battaglia giornaliera per organizzare attività di sensibilizzazione dei cittadini, eventi culturali, e sostegno diretto presso le famiglie.

In materia di leggi, il riferimento è ancora alla Legge quadro 104/92; la Legge 162/98 non è altro che una modifica della 104, con cui si sono ampliati gli effetti: il testo dichiara infatti che la mira ‘a programmare interventi di sostegno alla persona e familiare come prestazioni integrative degli interventi realizzati dagli enti locali a favore delle persone con handicap di particolare gravità, di cui all’articolo 3, comma 3, mediante forme di assistenza domiciliare e di aiuto personale, anche della durata di 24 ore, provvedendo alla realizzazione dei servizi di cui all’articolo 9, all’istituzione di servizi di accoglienza per periodi brevi e di emergenza, tenuto conto di quanto disposto dagli articoli 8, comma 1, lettera i), e 10, comma 1, e al rimborso parziale delle spese documentate di assistenza nell’ambito di programmi previamente concordati’. Altre leggi in materia di disabilità sono la Legge 328/2000, sulla riorganizzazione dei servizi sociali; la 68/99, sul collocamento mirato; la 13/89 che, insieme ad altre leggi regionali, riguarda l’eliminazione delle barriere architettoniche.

Il problema resta quello dell’effettiva applicazione delle leggi quadro nelle diverse realtà territoriali dove spesso, con l’alibi della riduzione dei fondi e della crisi economica, si sono fatti tagli inaccettabili ai servizi socio-sanitari. “Essendo leggi quadro”, spiega Savoldi, “devono essere tradotte e trovare attuazione sul territorio con prestazioni e servizi. E qui subentra il dramma. Tutte le prestazioni ai servizi devono essere considerate compatibili con le operazioni di bilancio, quindi se i bilanci riservano fondi si può ottenere un buon risultato, altrimenti si va in lista di attesa. Il dato prevalente in Italia è questo: l’assistenza, per il 70%, grava sulle famiglie”.

Ma quali sono le regioni italiane in cui viene investito ancora molto nella tutela dei diritti delle persone disabili? “E’ difficile fare una graduatoria”, spiega Savoldi. Ci sono Regioni che hanno investito di più sulla domiciliarità e meno su altri servizi, regioni in cui invece c’è un maggiore investimento su altri settori della tutela del disabile. Di certo, ovunque si registra un fortissimo calo di fondi a disposizione del sociale. Pensiamo solo al Veneto. Fino a pochissimi anni fa era considerato la regione-modello, a cui si guardava per attingere esempi e buone pratiche. Oggi non è affatto così. Si registra una riduzione progressiva della quantità e della qualità dei servizi. Ad esempio, per i progetti sulla vita indipendente, con riferimento alla legge 162, che permetteva la modalità indiretta di assistenza per cui la persona o la famiglia poteva organizzare la propria assistenza rendendo poi conto con pezze giustificative sulle azioni intraprese, vi furono risultati notevolmente positivi. A distanza di pochissimi anni, vengono stanziate per la vita indipendente risorse uguali, ma ridistribuite su un numero ben più alto di persone e famiglie. E dunque si è ridotto drammaticamente il monte ore di assistenza a disposizione, con conseguenze drammatiche per i disabili e le proprie famiglie. Il Veneto, una delle regioni più ricche del Paese, potrebbe fare molto di più o mettere mano al proprio bilancio per trovare risorse. Non lo fa volutamente”.

E le politiche nel campo della disabilità, ammesso che vi siano risorse sufficienti, stanno raggiungendo buoni risultati? Supponendo che si trovino i fondi, questi vanno investiti sul territorio nei servizi diurni e domiciliari, facendo una forte azione di contrasto alla residenzialità. Con poco si può mantenere nel senso vero del termine, presso la propria abitazione, evitando il ricovero. Questo significa avere un orizzonte più ampio e pensare che questa sia un’azione di contenimento della spesa. Le risorse disponibili oggi vengono assorbite in gran parte dalla residenzialità e nascondo con il business importante delle case di riposo. Serve dunque agire sul fronte dell’assistenza domiciliare in termini più corposi: investire oggi significa davvero risparmiare domani. Dai recenti provvedimenti in molte regioni d’Italia, che di fatto riducono i servizi domiciliari, si accentua la richiesta di accesso residenziale.”

In questi mesi si sono viste forme di protesta estreme. Lo scorso ottobre un malato di Sla, Raffaele Pennacchio, è morto a seguito di complicazioni sorte dopo il lungo presidio davanti al Parlamento. E durante le manifestazioni di novembre sotto il Ministero dell’Economia alcuni malati avevano staccato i respiratori, mettendo a repentaglio la propria vita. Queste proteste sono efficaci o rischiano di essere solo un pericolo per le persone gravemente malate? La protesta è assolutamente necessaria e se è supportata da una proposta lo è ancora di più”, commenta Savoldi. “Poi si sa, le forme della protesta possono essere tante. Protestare teatralmente aiuta a ottenere più attenzione da parte dei media. Ci sono persone che scelgono di ricorrere a forme significative di protesta, persone che tra di noi hanno minacciato lo sciopero della fame, ma non siamo d’accordo con il ricorso a manifestazioni che fanno rischiare le nostre vite, già ampiamente compromesse. Servono forme di protesta incisive in grado di cogliere il consenso dei cittadini. Dobbiamo costruire una comunità che si dota di una rete di protezione sociale e sociosanitaria per costruire una rete di protezione per i propri cittadini. Una protesta civile, forte e visibile, che è semplice: invadere le strade delle nostre città con la nostra fisicità, evidenziare il nostro peso nella società con la visibilità, questa è la forma maggiore di protesta. Mescolarsi alla vita. Essere quotidianità, rendere i nostri corpi parte della vita quotidiana. Uscire dalla nostre case non è facile, è una conquista. Bisogna avere gli strumenti per poterlo fare, le persone disabili da sole non riescono a uscire da quelle case”.

Una cosa è certa: gli investimenti di risorse nel sociale sono ancora troppo scarsi rispetto alle esigenze del Paese. Segno, questo, di una mancanza di attenzione verso problematiche che
invece meriterebbero un maggiore impegno, anche in termini economici. “La sensibilità della politica verso la disabilità non è maturata affatto”, afferma Savoldi. “Avere un’attenzione matura, nobile e grande nei confronti della disabilità significherebbe innanzitutto misurarsi in termini di bilancio, senza trovare alibi. E la critica è generale, nell’intero mondo politico. Non si pone con la forza necessaria la questione delle risorse finanziarie da destinare a questi investimenti. Perché di investimenti si tratta, e non di assistenzialismo, un concetto che rifiutiamo con forza. E non si dovrebbe dimenticare neanche un altro aspetto: la spesa sociale è un investimento con un alto valore aggiunto in termini di ritorno occupazionale. Al di là di chi vive sulla propria pelle le disgrazie dovute ai tagli, la restante fascia della popolazione è totalmente disinformata su quanto è accaduto e sta accadendo. Lo Stato addossa la responsabilità alle Regioni, che a loro volta le addossano ai Comuni, in un gioco di rimpalli di non facile comprensione. E in tutta questa confusione nessuno si pone il problema di guardare il proprio bilancio. Dagli sprechi e dai costi della politica si potrebbero ricavare significative risorse da investire nella politica sociale. Il mondo politico e le forze sociali, sindacati compresi, non dedicano attenzione sufficiente al mondo della disabilità. E il risultato è questo: alla fine le spese finiscono tutte a carico dei comuni o, ancora peggio, delle famiglie”.

“In Europa”, conclude Savoldi, “brilliamo per leggi che affermano l’importanza dei diritti, ma pecchiamo nella loro traduzione reale. Questo indica un grado di inciviltà incredibile rispetto ad altri paesi europei. Siamo veramente arretrati. Un esempio? Guardiamo la Spagna. In questi tempi di crisi si fanno molti confronti con la situazione spagnola a proposito di Pil, deficit da recuperare, disavanzo primario, spread. Ma per quanto riguarda le politiche sociali, la Spagna negli ultimi anni ha investito notevolmente sulla disabilità. Il diritto, pure quello, viene messo in lista di attesa”.

 

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