sabato, Maggio 25

Dis-Unione Europea con la spina nel fianco di Puigdemont e della Catalogna? L’ex Presidente catalano, Carles Puigdemont si candida alle elezioni europee. In gioco il futuro dell’Unione Europea, ne parliamo con Umberto Morelli

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L’ex Presidente della Catalogna, Carles Puigdemont sarà capolista di Junts per Catalunya (JxCAT). Su Twitter ufficializza la sua candidatura alle elezioni europee, affermando che «è il momento di fare un altro passo per portare le rivendicazioni della Catalogna dal cuore dell’Europa al resto del mondo». Con questo colpo di scena, nelle prossime elezioni europee si alza un nuovo interrogativo: le spinte indipendentiste di alcuni angoli di Europa minacciano l’Unione o possono garantire maggiori autonomie locali?

Carles Puigdemont è accusato di ribellione, sedizione e appropriazione indebita di denaro. Accusa che potrebbe costargli 25 anni di prigione, nel caso venisse estradato dal Belgio. Su di lui pesa l’ordine di detenzione all’interno del territorio spagnolo, per via della sua responsabilità nel tanto discusso referendum sull’indipendenza della Catalogna dell’ottobre 2017. Attualmente si trova a Waterloo e ha libertà di muoversi in tutto il mondo (eccezion fatta per la Spagna). Pur essendo lontano dalla terra natia, alle elezioni parlamentari catalane del dicembre 2017 è stato rieletto: i partiti indipendentisti del Parlamento catalano lo nominano Presidente, ma la Corte Costituzionale Spagnola blocca tutto. Intanto, sostiene l’indipendenza catalana nella sua villa belga, ribattezzata ‘Casa de la República’.

La nota diramata dal sito ufficiale di JxCat afferma che «i prigionieri politici e i candidati si appellano ad una unitàindipendentista per portare avanti il ​​progetto di Stato catalano in Spagna, ma anche in Europa». Oltre a Puigdemont, si leggono altri nomi ‘caldi’: Jordi Sànchez, Quim Forn, Jordi Turull e Josep Rull, che sono incarcerati per le loro istanze indipendentiste. La lista ha come obiettivo quello di «internazionalizzare la questione catalana», portando in Parlamento Europeo le richieste del popolo catalano. Il suo principale obiettivo è quello di «difendere la Catalogna e i suoi cittadini».

Uniti per la Catalogna (JxCAT) viene fondata il 13 novembre 2017, in vista delle elezioni parlamentari catalane del 2017, alle quali ottiene il 21,66% delle preferenze. Alle elezioni vince Inés Arrimadas, capo dei liberali di Ciudadanos, con il 23,35%. I due partiti sono divisi da 161.499 voti.

JxCAT è una coalizione politica catalana composta da figure della società civile, non figure note del panorama politico. Un po’ come se fosse una lista personale di Carles Puigdemont, il quale ha parlato di una «lista di unità nazionale, il più ampia possibile» in occasione di una sua intervista radio a Bruxelles.

A livello nazionale, ora, il Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE) è primo al 27%. Percentuale di preferenza che è in crescita dalle regionali andaluse del dicembre 2018. Ciudadanos è in calo: il partito liberale è passato dal 25% del giugno 2018 al 16% attuale. I populisti di estrema destra del partito Vox crescono: dal 2% di novembre scorso al 12% attuale. Mentre i catalani del Partito Democratico Europeo Catalano (PDeCAT) rimangono fissi all’1% a livello nazionale.

Il sistema elettorale spagnolo prevede una soglia di sbarramento formale al 3% a livello circoscrizionale (non a livello nazionale). Tenendo a mente che la maggior dei voti si concentreranno (come ovvio che sia) nella circoscrizione di Barcellona e nelle altre tre circoscrizioni catalane, il PDeCAT ha ottime possibilità di essere rappresentato nel Parlamento Europeo.

Fino al 27 ottobre 2018, l’unico seggio ottenuto dal PDeCAT nel Parlamento Europeo è stato nel gruppo dei liberaldemocratici di ALDE. Nella seduta eccezionale di ALDE in quella data, i due terzi hanno votato a favore dell’espulsione immediata del partito indipendentista catalano. «Scelta che non implica nessuna posizione del partito ALDE negli affari interni spagnoli», si legge nel comunicato ufficiale. La decisione viene presa un anno dopo il referendum catalano del 1° ottobre 2017: nel comunicato di ALDE si insiste sul fatto che si «tiene la porta aperta a qualsiasi movimento politico liberale e democratico della Catalogna, che in futuro voglia entrare a far parte del nostro partito europeo». A questo punto, Puigdemont si troverebbe senza un gruppo parlamentare europeo al quale fare riferimento, al meno fino ad adesso.

Le prossime elezioni europee, per molti osservatori, saranno epocali. Molte liste e molti candidati vogliono riformare il progetto europeo. Alcuni con una visione sovranista e populista, altri con una visione paneuropea e progressista. I sondaggi parlano di un Parlamento ‘sovranista’, in cui popolari e socialdemocratici avranno vita dura nel creare una nuova maggioranza.

Le spinte indipendentiste in Unione Europea sono tornate al centro del dibattito pubblico europeo dopo il referendum catalano del 2017. Storicamente, il continente europeo è stato diviso e frammentato in principati, ducati, comuni. Un modello superato, dopo anni di guerre, prima dallo Stato nazionale ottocentesco, e poi dall’Unione Europea. Istituzione nata da accordi commerciali ed economici, che spesso è data per scontata o contestata, ma allo stesso tempo rischia di essere dipinta troppo idealmente.

Nell’Unione Europea dei nostri giorni, molte sono le forze politiche in campo per l’indipendenza (non maggiore autonomia, ma indipendenza tout court). Nei Paesi Baschi, i paramilitari terroristi del Paese Basco e Libertà (ETA) si sono macchiati nel passato di omicidi e rappresaglie, mentre il Partito Nazionalista Basco combatte nelle istituzioni per l’indipendenza basca.

In Scozia, l’istanza separatista affonda in secoli di guerre e contrasti con l’Inghilterra. Il referendum consultivo sull’indipendenza della Scozia del 2014 ha perso con il 44,70% dei voti a favore. Un dibattito che sembrava essersi spento, ma che si è poi incendiato a seguito del referendum sulla Brexit del 2016: il 62% degli scozzesi e il 55,78% degli irlandesi del nord votano per rimanere nell’Unione Europea, il 53,38% degli inglesi e il 52,53% dei gallesi votano per lasciare l’Unione Europea. Il voto spacca simbolicamente in due il Regno Unito.

La stessa Brexit rischia di far tornare i disordini in Irlanda: un confine netto tra le due Irlande («hard Irish border») potrebbe vanificare la pace ottenuta con il Good Friday Agreement del 1998. Nelle Fiandre, il movimento separatista Alleanza Neo Fiamminga (N-VA) è dato nei sondaggi al 28%. N-VA è un partito di centrodestra che siede tra i Conservatori e Riformisti Europei (ECR), partito europeo che raccoglie, tra gli altri, Fratelli d’Italia (FdI).

In Corsica, la figura storica del Generale Pasquale Paoli («U babbu di a Patria») raccoglie i corsi indipendentisti, che denunciano una vera e propria colonizzazione francese. In Baviera, il movimento Bayernpartei lavora da decenni per una nazione bavarese, pur venendo sempre poco ricompensato nei voti regionale e federale.

Il sovranismo e l’indipendentismo sono le due variabili per le quali le prossime elezioni europee risultano, ora più che mai, una grande incognita. Per orientarsi in questo complesso labirinto politico, abbiamo intervistato Umberto Morelli, professore di Storia delle Relazioni Internazionali all’Università di Torino (nel Dipartimento di Culture, Politica e Società).

 

Carles Puigdemont si è candidato per internazionalizzare le rivendicazioni indipendentiste della Catalogna e mostrare al mondo la repressione subita, Lei condivide l’intento?

Credo che in un mondo globalizzato, rivendicare secessioni sia anacronistico ed illogico. La stessa secessione è stata gestita male, sia dai catalani che dal governo spagnolo. Il governo spagnolo, pur avendo ragione dal punto di vista giuridico, non ha risolto la questione in termini politici. La scarsa volontà di dialogo, da entrambe le parti, ha fatto degenerare la situazione. Ma, il vero problema risiede nell’ambiguità del trovare il soggetto che ha diritto di secessione, ovvero definire chi è catalano, in questo caso. Trovo illogico voler internazionalizzare il diritto di autodeterminazione dei popoli: il limite della secessione potrebbe portare all’indipendenza delle realtà più piccole. Si finirebbe ad avere quartieri, se non condomini, che richiedono l’indipendenza per autodeterminarsi. In un mondo interdipendente bisogna cooperare insieme per risolvere i problemi comuni, garantendo la democrazia, la libertà e il rispetto delle minoranze.

La presenza di Puigdemont al Parlamento Europeo quanto farebbe imbarazzare il Parlamento ed il Governo spagnolo?

Puigdemont dentro il Parlamento Europeo sarebbe per il Governo spagnolo una grossa spina nel fianco. La sua candidatura è più che lecita. Mi auguro che sia i catalani e sia le istituzioni spagnole adottino un ragionamento più razionale e meno emotivo per risolvere il problema catalano. Le due parti si sono lasciate condurre dall’irrazionalità, hanno seguito le piazze. Il popolo è sovrano, ma non devono dimenticare che la classe dirigente ha il ruolo di guidare, e non quello di farsi trascinare dagli istinti delle masse.

Cosa offrono Puigdemont e il Partito Democratico Europeo Catalano all’Unione Europea?

Con l’estremismo e la radicalizzazione offrono solo del danno all’Unione Europea. Se dovessero abbandonarli, potrebbero offrire una spinta concreta alle autonomie regionali. Parliamo di una riforma dei vari Stati europei verso una maggiore autonomia degli enti territoriali. Senza, però, arrivare alla secessione, che è assurda in un mondo globalizzato. Se ogni Nazione afferma il proprio primato (come in «prima gli italiani» e slogans simili), ne risulta uno scontro tra Nazioni. Si usano categorie tolemaiche per cercare di interpretare un mondo copernicano: dobbiamo compiere una rivoluzione copernicana, adottando concetti globali per capire il mondo contemporaneo globalizzato ed evitare la disgregazione dell’Unione Europea.

A livello di sovranismo, Carles Puigdemont quanto può essere considerato vicino ai capi politici del Gruppo di Visegrad?

Il suo sovranismo non è paragonabile con quello del Gruppo di Visegrad, per ora. Spero che nell’impostazione politica del leader catalano non ci siano gli aspetti antidemocratici che ci sono in Viktor Orban o in Mateusz Morawiecki. Se la Catalogna dovesse mai diventare uno Stato a sé, spero non venga investita da derive antidemocratiche, simili a quella ungherese o polacca.

E quanto possiamo ritenerlo federalista?

Il concetto di federalismo europeo ha molte sfaccettature. Una federazione degli Stati dell’Eurozona sarebbe auspicabile, sarebbe un buon punto di partenza. L’Unione Europea fatica ad unire negli intenti 28 Paesi, pensare ad una federazione di 500 regioni, come pensa Puigdemont, sarebbe insensato. Anche Umberto Bossi si definiva federalista e voleva la secessione, ma il federalismo è esattamente il contrario della secessione. Il federalismo nasce per stare insieme, non per separarsi.

Dove nascono il sovranismo e l’indipendentismo? A chi dare la colpa del loro consolidamento?

Queste tendenze di rivendicazione della sovranità hanno origini ben precise. I movimenti nazionalisti sono sempre stati presenti. In passato sono stati minoritari, ma ultimamente hanno guadagnato popolarità con la crisi economica, il terrorismo ed i flussi migratori. In questo contesto, i movimenti sovranisti ed indipendentisti hanno sfruttato una politica della paura per aumentare voti e consenso, invece che lavorare per soluzioni ragionevoli. Questo è capitato soprattutto nell’Europa orientale, dove il richiamo alla sovranità è molto forte. I Paesi ex comunisti non hanno mai sperimentato un regime democratico (eccetto la Cecoslovacchia), fino alla caduta del comunismo. Mentre, nell’Europa occidentale, è tutto dovuto all’incapacità dell’Unione Europea di risolvere il problema dell’immigrazione e della crisi economica: la politica della paura ha trovato terreno fertile.

Potrebbe venire a crearsi una rete internazionale dei movimenti indipendentisti?

Matteo Salvini ha cercato di costruire una rete con i leaders di Visegrad e il Front National di Marine Le Pen, ma tra i movimenti nazionalisti ognuno guarda al suo interesse nazionale. In questo senso, creare un partito comune è illogico. Il nazionlismo è settoriale per definizione. E anche se riuscissero a creare un fronte comune, sarebbe molto debole.

Per contrastare queste tendenze, l’Unione Europea cosa avrebbe dovuto fare? Cosa dovrebbe fare?

L’Unione Europea non ha mai avuto i poteri e le risorse per affrontare queste questioni internazionali e nazionali. Il voto all’unanimità tra 28 Paesi ha prodotto un deficit di efficienza. Questo sistema di voto è antidemocratico, perché uno blocca la volontà di tutti. Altro problema che si presenta è mettere in pratica le decisioni. L’Unione Europea ha scarsissime risorse, solo l’1% del PIL europeo. Il Belgio ha un bilancio maggiore di quello europeo, ad esempio. Mentre gli Stati nazionali sono troppo piccoli per contrastare questi eventi internazionali. In questo scenario, la gente si scoraggia, smette di credere nella democrazia e si rivolge a queste illusorie soluzioni offerte dai partiti populisti, sovranisti ed indipendentisti. In un mondo globalizzato dobbiamo risolvere insieme i problemi comuni, andando oltre «l’idolo immondo dello Stato sovrano», come disse Luigi Einaudi.

Le spinte indipendentiste in Unione Europea sono solo un ostacolo all’integrazione europea o potrebbero aprire un nuovo slancio?

Queste spinte indipendentiste e sovraniste rappresentano un grosso pericolo per l’Unione Europea, che sta attraversando una delle crisi peggiori della sua storia. Avremo una risposta alle elezioni europee di maggio, con i nuovi rapporti di forza tra i partiti europeisti e tutte le forze populiste ed indipendentiste. Mi auguro che la Brexit e la politica trumpiana dell’America first spingano l’Unione Europea ad una maggiore integrazione. Senza il Regno Unito, l’Unione può stringersi in quei settori in cui i britannici hanno sempre frenato, a cominciare da un esercito comune. Il protezionismo di Trump, invece, può spingere l’Unione a compiere passi in avanti nei settori della difesa e in quello economico-commerciale. Rimangono, però, difficili delle previsioni a riguardo. Sicuramente, i movimenti indipendentisti non sono per l’Unione un incentivo concreto all’integrazione.

Potremmo pensare, allora, ad un’Europa delle Regioni?

Nel disegno europeo, le regioni sarebbero circa cinquecento. Solo in Italia sono venti, nel Regno Unito si contano le contee, in Francia i dipartimenti, in Germania i Lander. Tenerle insieme sarebbe una follia e significherebbe creare uno Stato assoluto ed accentrato a livello di Unione Europea. In questo modo, si andrebbe nella direzione opposta a quella federalista, oltre che scontentare ulteriormente le richieste degli indipendentisti.

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