lunedì, Settembre 28

Dio è morto, Marx è morto, adesso Vincino, e anch’io non sto mica tanto bene Barnum Italia. Leoni, funamboli, ippopotami e pagliacci / 48

0

«Dio è morto, Marx è morto e anch’io non sto tanto bene» è epocale battuta di Woody Allen che ci ritorna prepotentemente dinnanzi alla notizia che ci ha salutati Vincino (Vincenzo Gallo), giornalista, disegnatore, ‘satiro’, fondatore e animatore de ‘Il Male’ storico (che in anni passati aveva anche sfortunatamente tentato con Vauro di riportare e tenere in edicola) e di tante altre cose. Tra le sue svariate attività e collaborazioni ormai da tempo predominava la quotidiana, prolifica, attività su e per ‘Il Foglio’ di Giuliano Ferrara ora diretto da Claudio Cerasa.

Vincino aveva 72 anni, e se l’ottantenne Principe di Salina diceva che se avesse dovuto conteggiare solo gli anni realmente vissuti «non ne avrei più di venti» gli anni di Vincino vanno invece moltiplicati tanto sono stati pieni di cose e avvenimenti, di iniziative, gioie, dolori (come per tutti) ma soprattutto di una inesausta voglia di essere protagonista del quotidiano e del cambiamento. Della società, dei rapporti tra gli uomini, ma non solamente. Quella pulsione, chiamiamola ‘del ‘68’ visto che siamo nel cinquantennale e i superstiti combattenti e reduci fanno a gara per riferirvicisi ma in realtà qualcosa di molto più vasto antecedente e successivo, era in lui viva, vivissima. E lo rendeva vivo, vivissimo. Come ora, e come da domani.

La nostra ricorrente e affettuosa frequentazione era carica di progetti che ogni tanto incontrandoci mi accennava e sollecitava, e a cui non abbiamo dato corso. Qualcuno anche più che vagheggiato come una storia sull’ultimo giorno di Mussolini che avrei dovuto documentatamente scrivere a partire da alcune sue suggestioni intuizioni convinzioni e lui disegnare. Vincino era convinto che fossi stato nella compagine dell’originario ‘Il Male’, cosa purtroppo non vera e comunque non possibile per motivi anagrafici. Non se ne voleva dar d’inteso che così non fosse, e convinto chissà perché rimaneva (comunque una piccolamanontantopiccola medaglia al valore, pur in assenza dell’atto, di cui essergli grato). Ricordando quel comune inesistente trascorso mi aveva dedicato così il suo ultimo libro, uscito per la ‘Utet Libri’ e da lui quasi eroicamente presentato qualche settimana fa. ‘Mi chiamavano Togliatti’, una sorta di leggibilissima (anzi: da leggere) autobiografia con disegni che parte dal curioso soprannome che gli avevano affibbiato a scuola per la somiglianza con il leader del PCI.

Il ricordo dei rapporti personali, e la presenza sua tra di noi, durerà molto e credo anche molto al di là dell’eventuale nostro raggiungerlo entro i prossimi due o trecento anni: è il modo più efficace per ricordare un uomo vero e vivo, e affettuoso, come Vincenzo Gallo-Vincino. Che, come ricordavamo, de ‘Il Male’ era stato cocreatore, e di quella ‘insubordinazione creativa’ continuava a portare la bandiera e le stimmate nella quotidianità. Quella storia, l’essenza di quella storia e di quelle capacità, è continuata e continua attraverso tanti e diversi rivoli, il ‘mainstream‘ tenacemente assicurato da Vincenzo Sparagna che dalla ‘Repubblica di Frigolandia’ a Giano dell’Umbria edita con le sue ‘Edizioni Frigolandia’ testate storiche come ‘Il nuovo Male’ e ‘Frigidaire’ assieme ad altre recenti, una nuova in preparazione. Altri conducono autonomamente il proprio percorso, i disegnatori sopravvissuti, i giornalisti dispersi, gli amici, i sodali. Ma come tutte le vere eredità moralipolitichestorichefilosofichereligioseequantaltro appartengono realmente soprattutto a chi, magari senza avere avuto neanche rapporto diretto con il ‘de cuius’, ne riprenda  ideepusionisperanzeillusioni. Il giorno che morì mio padre, d’improvviso infarto e avevo ventidue anni, mentre attraversavo le strisce pedonali ormai quasi sotto casa dove avrei appreso quanto accaduto ricordavo le parole dettemi poco tempo prima dalla mia fidanzata che pure il padre aveva perso drammaticamente da non molto: «Devi volere bene ai tuoi fino a che ce li hai». Ecco, l’«A rivederci» improvviso per quanto atteso causa malattia di Vincino, il ricordo di quei formidabili anni (e successivi), di quelle formidabili cose e speranze, e ‘comunità’ e solidarietà, e convinzione che il mondo potesse cambiare, ed essere ciascuno di noi a cambiarlo, e in meglio, e tutto il resto, e gli amici che ci sono e quelli che non ci sono più, ci ricordano appunto che «Bisogna volere bene alle persone finché ci sono». E non solo e necessariamente agli amici ed agli affetti, bisogna voler bene alle nostre speranze giovanili (Enrico Berlinguer), trattar bene le nostre nevrosi (Jorge Mario Bergoglio), soprattutto continuare a coltivare il ‘bambino’ che ama giocare fiducioso dell’avvenire che era e volendo è in noi (Pablo Neruda), e pure (George Bernanos e più recentemente Sergio Zavoli che ne ha fatto il titolo di un suo libro) «Quel ragazzo che io fui». E che volendo non «fu» ma «è». Volendolo ci si può almeno provare, puntando un giorno a poter dire «Ho piantato una fiocina in cielo» mutuando i versi di Antonio Salvatori. In generale c’è poco da ridere, ma a ridere e far ridere, una delle attività più salutari e rivoluzionarie, ci si deve almeno provare e non da (metaforicamente) pagliacci.      

Vincenzo-Vincino ai tanti altri e notevoli meriti aggiunge ora anche quello piccolo ma per noi non irrilevante di aver ispirato e generato queste riflessioni e parole. «Ti sia lieve la terra» si dice in questi casi. Trattandosi di lui, della sua altezza e levità congiunte, probabilmente è più adeguato sussurrare un caldo «Ti siano soffici le nuvole, amico». (E vale per tutti gli altri amici e sodali, termine non casualmente ripetuto, che avessero a doverci lasciare, il che ci rattristerà anche se l’inverso sarebbe peggio. Vi porteremo nel cuore e continueremo a fare la nostra vita, più ‘ricchi’ e responsabili proprio perché un po’ portandovi dentro).

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore

Giornalista. Editore con ‘La Voce multimedia’