mercoledì, Maggio 22

Dinastia Clinton: una macchina da soldi

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Il rifiuto opposto da Hillary Clinton alla pubblicazione dei tre ben remunerati discorsi tenuti davanti a una platea di investitori di Goldman Sachs rischia di rivelarsi una vera e propria mina collocata lungo il sentiero che conduce alla Casa Bianca. I quasi 700.000 dollari di onorario corrisposti dalla potente banca di Wall Street nel solo 2013 possono, viceversa, rivelarsi un ottimo affare per Goldman, dal momento che, secondo quanto dichiarato a ‘Politico’ da un anonimo ascoltatore, sembravano tanto convincenti e ben formulati da far apparire la Clinton «più l’amministratore delegato della banca che un candidato alla presidenza degli Usa».

I dati raccolti e pubblicati dal ‘New York Times’ rivelano che la loro abilità oratoria ha permesso ai coniugi Clinton di guadagnare qualcosa come 30 milioni di dollari da istituti bancari, Organizzazioni Non Governative (Ong), centri studio e società operanti nei più svariati campi. Il tutto grazie anche a una grande capacità organizzativa, in grado di mettere in piedi un collettore di finanziamenti straordinariamente efficace. Secondo il ‘Washington Post’, questo sistema di raccolta fondi – incentrato sulla fondazione di famiglia e sul Democratic Leadership Council, potente organismo connesso al Partito Democratico che Bill Clinton dirige da anni – ha consentito ai Clinton di intascare oltre 3 miliardi di dollari nel corso dei decenni.

Nell’elenco dei donatori privati compaiono nomi di spicco dell’agri-business, dell’informativa e dell’industria cinematografica di Hollywood, ma il settore che ha garantito ai Clinton i maggiori introiti è indubbiamente la grande finanza. La storia recente ha tuttavia ampiamente dimostrato come il fiume di denaro confluito alla potente famiglia democratica sia tornato indietro sotto forma di leggi e norme che hanno fornito un contributo notevole ad alimentare il business di Wall Street.

Nonostante negli anni precedenti si fossero verificati episodi particolarmente preoccupanti come il crollo di Wall Street del 1987, l’amministrazione Clinton portò avanti senza indugi il piano di deregolamentazione avviato da Reagan, rimuovendo anche gli ultimi ostacoli che limitavano lo spazio di manovra del grande capitale. Quando il Presidente della Commodity Futures Trading Commission Brooksley Born inoltrò alla Casa Bianca uno studio sui derivati in cui si sottolineava la pericolosità di questi prodotti finanziari, che facevano parte di un mercato deregolamentato da 50.000 miliardi di dollari, e si indicava la necessità di introdurre misure che li regolamentassero, il segretario al Tesoro Larry Summers oppose il proprio veto e Alan Greenspan ribadì l’importanza di confidare nell’innata capacità auto-equilibratrice del mercato. Bill Clinton dichiarò la propria piena sintonia con Summers e Greenspan, seguito a ruota dal Congresso, che affossò definitivamente la bozza proposta dalla Born. Nel novembre del 1999 venne approvato dal Congresso il Financial Modernization Act (o Gramm-Leach-Bliley Act), la legge che eliminò le residue normative atte a disciplinare l’attività degli istituti bancari di Wall Street soppiantando il Glass-Steagall Act, una fondamentale norma del New Deal rooseveltiano risalente al 1933, che sanciva la separazione tra banche commerciali e banche d’investimento allo scopo di proteggere l’economia reale dagli azzardi finanziari. Con la ratifica del Senato statunitense e l’approvazione del presidente Bill Clinton, il Financial Modernization Act entrò definitivamente in vigore, consentendo a investitori istituzionali, fondi pensione, compagnie assicurative, banche commerciali e banche d’investimento di integrare liberamente i propri compiti e le proprie funzioni, seguendo l’esempio delle grandi aziende manifatturiere.

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