sabato, Dicembre 14

Digiuno di centinaia di detenuti per la riforma della giustizia

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   Il 18 agosto, assieme a una delegazione del Partito Radicale guidata da Rita Bernardini, e di cui fanno parte anche l’avvocato Eriberto Rosso, della Camera Penale di Firenze, e il cappellano don Vincenzo Russo, Paolo Hendel busserà al portone del carcere fiorentino di Sollicciano, per una visita ispettiva.

Perché questa iniziativa?

Alla voce carcere”, risponde Hendel, “nel vocabolario si legge: ‘Stabilimento in cui vengono scontate le pene detentive…Luogo in cui vengono rinchiuse le persone private della libertà personale per ordine dell’autorità competente…’. La pena quindi consiste nella privazione della libertà. Le sentenze di condanna non dicono: ‘Caro signore, ti riteniamo colpevole e perciò ti condanniamo a vivere per tot anni chiuso in una cella umida e sovraffollata, in condizioni igieniche disumane, con temperature estive da forno, con impianti elettrici malfunzionanti e magari con qualche bel crollo strutturale dell’edificio di tanto in tanto, il tutto con pochissima attenzione per la tua salute che tanto peggio stai e meglio è, così impari!’”.

Hendel poi ricorda che l’’anno scorso nel solo carcere di Sollicciano tre detenuti si sono tolti la vita: “Oggi nel carcere ci sono circa 680 detenuti mentre la capienza regolamentare sarebbe di 494. Se vado in giro in macchina e mi porto dietro moglie, figlia, i miei due fratelli, la mamma anziana e la badante col marito e il cane, superando il limite massimo di 5 persone, prima o poi un vigile mi ferma e come minimo mi fa una bella multa. Nelle nostre carceri italiane il soprannumero è la norma seppure illegale. Ed è dura anche per chi ci lavora: per gli operatori e per gli agenti di Polizia Penitenziaria. Il corpo di Polizia penitenziaria a Sollicciano è sottodimensionato: 485 agenti sui 696 previsti dal regolamento”.

Per Hendelè incredibile che proprio in carcere, giorno dopo giorno, si infranga sistematicamente la legge e che sia lo Stato a farlo! Quindi la pena non è “solo” la privazione della libertà. C’è una terribile pena aggiuntiva che diventa tortura quotidiana. Come si possono realizzare percorsi riabilitativi in condizioni del genere, per non parlare dei complicati meccanismi burocratici e amministrativi che già di per sé rendono le cose difficili? Tralasciando i casi, che pure esistono, di innocenti finiti in galera per errori giudiziari e rimandando ad altra occasione una riflessione sul carcere come “discarica sociale”, destino che troppo spesso incombe su coloro che sono emarginati e senza prospettive, credo che evitare il terribile sovrappiù di disagi, sofferenze e umiliazioni aiuterebbe i detenuti a sentirsi ancora donne e uomini con una prospettiva di vita dignitosa davanti nel non facile cammino di un auspicabile reinserimento sociale”.

Fin qui, Hendel. Ma è emergenza non solo a Sollicciano. Sono tante le carceri dove è usuale vivere in nove metri quadri in due, tre, a volte quattro persone, spesso senza potersi fare una doccia quando se ne ha voglia, e sperare che dalla finestra filtri un pò d’aria. Sempre che alle finestre non ci siano le “reti” o le cosiddette “bocche di lupo”.

Il regolamento prevede la doccia in cella”, dice il responsabile dell’Osservatorio di Antigone, Alessio Scandurra. “Tuttavia sette  volte su dieci la doccia in cella non c’è”. Per i detenuti non c’è alternativa alle docce in comune, a turno. Quando c’è l’acqua: “Il carcere di Santa Maria Capua Vetere al momento è senza approvvigionamento idrico; il problema non si risolverà a breve perché richiede lavori impegnativi. Si cerca di sopperire con le bottiglie”.

Inquietante il “rapporto” che emerge dalle visite ispettive nelle carceri siciliane effettuate dai radicali nel corso del “tour” della Carovana per il diritto e la giustizia nell’isola. Dieci carceri siciliane su 23 risultano ospitare più detenuti di quanto per regolamento dovrebbero. Una situazione estrema, resa impossibile dalle docce saltuarie cui sono costretti ad esempio i detenuti del penitenziario palermitano di Pagliarelli o dalle lamiere infuocate che rendono ancora più calde le celle del carcere di San Cataldo. “Nelle carceri”, racconta Bernardini, “ci sono anche letti a castello a tre piani, vietati dalla legge. Per esempio ad Agrigento e nella casa circondariale catanese di piazza Lanza”.

Le strutture sono spesso fatiscenti: “A San Cataldo abbiamo trovato celle chiuse da lamiere che impediscono l’entrata dell’aria e della luce e si arroventano. Le celle sono forni. La luce entra dall’alto, con maglie molto strette. I detenuti, quando possono, dormono a terra per cercare refrigerio”.

Spesso è impossibile fare la doccia ogni giorno: accade al Pagliarelli o a Trapani, dove i detenuti sono costretti ai turni. “Condizioni”, dice Bernardini, “danno un’immagine pessima del carcere, che passa da un degrado della persona. Un degrado anche sanitario: in tutte le carceri, l’assistenza medica è impossibile, visto che la Sicilia è stata l’ultima regione a passare dalla sanità penitenziaria alle Asp. Le cure o le analisi, spesso, arrivano troppo tardi. Fanno eccezione alcuni piccoli istituti come Giarre, ma solo perché ci sono meno detenuti”.

 Conclusa l’iniziativa della “Carovana della Giustizia” Bernardini e i radicali ne allestiscono subito un’altra: un Satyagraha: obiettivo, dice sempre Bernardini, “rimuovere lo stato di illegalità; ci vorrebbe un provvedimento di amnistia e indulto. Quello a cui si può aspirare realisticamente è l’adozione della riforma dell’ordinamento penitenziario. Centinaia di detenuti da tutti Italia hanno fatto arrivare lettere in cui aderiscono al Satyagraha collettivo come forma di lotta nonviolenta affinché siano approvati i decreti attuativi della legge delega della riforma dell’ordinamento penitenziario. Insieme a noi chiedono al governo e al ministro Andrea Orlando di mantenere la parola data e di non rendere vana questa legislatura. Era stato lo stesso ministro della Giustizia a dire il 19 giugno scorso che la riforma sarebbe stata pronta in poco tempo, massimo per agosto”.

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