giovedì, Ottobre 22

Diga Grande Rinascita: Trump minaccia l’Etiopia di sanzioni Il mancato accordo sulla Diga Grande Rinascita dell’Etiopia dello zoppicante Abiy Ahmed e l’esclusione degli USA dalla mediazione fa infuriare la Casa Bianca. Rischio guerra regionale

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Venerdì 28 agosto è fallito l’ennesimo tentativo di risolvere la disputa sullo sfruttamento delle acque del Nilo tra Egitto, Etiopia e Sudan. Tutto ruota sulla costruzione della megadiga etiope Grande Rinascita (Ethiopian Renaissance Dam – GERD), la cui realizzazione è stata affidata alla ditta di costruzioni italiana Salini Impregiglio, dopo che varie ditte internazionali (cinesi comprese) avevano rifiutato di entrare in un colossale business pieno però di ‘effetti secondari’, dalla violazione dei diritti umani delle popolazioni che abitavano nell’area destinata alla diga, ai seri dubbi di impatto ambientale negativo, alla disputa regionale che sarebbe inevitabilmente sorta.

Il meeting, svoltosi nella capitale del Sudan, Khartoum, si è concluso senza raggiungere un consenso su una bozza di accordo da presentare all’Unione Africana. «I tre Paesi coinvolti nella disputa hanno deciso di concludere l’attuale ciclo di colloqui senza consenso sul progetto di accordo integrato che avrebbe dovuto essere presentato all’UA venerdì. Il proseguimento dei colloqui nella loro forma attuale non porterà al raggiungimento di risultati pratici», ha dichiarato Yasir Abbas,Ministero dell’irrigazione e delle risorse idriche del Sudan.

Il Ministro sudanese ha inoltre sottolineato che il raggiungimento di un accordo richiede una volontà politica al momento assai carente. Il Governo sudanese ha sottolineato che il dialogo è l’unico modo per raggiungere un accordo, affermando che il Sudan è pronto a riprendere i negoziati in qualsiasi momento dopo la comunicazione con l’UA. Il mancato accordo è originato dalla posizione strumentale ed ambigua adottata dal governo di Addis Ababa, che continua ignorare le conseguenze sociali ed economiche che la diga GERD, (con un potenziale di produzione di oltre 6.000 megawatt di elettricità) ha su Egitto e Sudan, Paesi a valle del bacino del Nilo che dipendono dal fiume.

L’Egitto è particolarmente esplicito riguardo alle sue preoccupazioni per la diga rinascimentale, che esaurirebbe seriamente il suo approvvigionamento idrico del Nilo, vitale per l’irrigazione dei raccolti degli agricoltori egiziani.L’Etiopia insiste che il progetto non recherà alcun danno agli Stati a valle, e che il progetto è fondamentale per superare la povertà e le carenze di energia a livello nazionale.

L’Egitto è arrivato al punto di sostenere la sua causa con il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per impedire all’Etiopia di iniziare la fase di riempimento della diga. Entrambi gli Stati non sono riusciti a concordare un calendario e le condizioni per il riempimento della diga e, nonostante le sollecitazioni da parte di Stati Uniti, Sudan ed Egitto, l’Etiopia ha rifiutato di rinunciare al suo impegno di avviare il processo di riempimento a luglio.

In palese sfida agli Stati Uniti e all’Egitto, e approfittando dell’inizio della stagione delle piogge, il Governo etiope, lo scorso luglio, ha iniziato a riempire il bacino idrico della diga con l’obiettivo di attivare due turbine ed iniziare la produzione di energia elettrica entro un anno. La decisione ha scatenato manifestazioni selvagge nella capitale etiope, Addis Abeba.
Gli esperti del settore suggeriscono di riempire gradualmente il bacino idrico in un tempo minimo di 4 anni, per non creare un’immediata diminuzione del volume delle acque del Nilo in Sudan ed Egitto, con catastrofiche conseguenze economiche, sociale ed ambientali sui due Paesi. L’Egitto ha richiesto di completare il riempimento del bacino idrico della diga in un periodo di 7 anni. Riempirlo in meno in un anno potrebbe provocare un abbassamento del volume d’acqua del fiume sacro pari al 30%. Questo si tramuterebbe in enormi danni all’agricoltura e all’approvvigionamento di acqua dolce per centinaia di migliaia di contadini sudanesi ed egiziani.

L’Etiopia si serve dei negoziati per prendere il tempo necessario per riempire il bacino, in quanto il Governo del Primo Ministro Abiy Ahmed ha bisogno di poter un successo economico e tecnologico alla Nazione per fini elettorali e per distrarre l’opinione pubblicadalle tensioni sociali ed etniche con gli Oromo, il rischio di secessione del Tigray, il rischio di un conflitto tra le regioni del Tigray ed Amhara che potrebbe portare ad una spaventosa guerra civileetnica e alla balcanizzazione del Paese. Inoltre, l’Etiopia necessita di valuta pregiata(cronicamente scarsa alla Banca Centrale) ottenuta con la vendita a Paesi africani dell’energia prodotta dalla diga. Almeno il 50% dell’energia che sarà prodotta dalla GERD è destinato all’esportazione.

L’ennesimo fallimento nel trovare un compromesso onorevole per i tre Paesi avvicina il rischio di una guerra regionale e rappresenta uno smacco per la diplomazia dell’Unione Africanache ha la sua sede ad Addis Ababa. Uno smacco già subito dagli Stati Uniti, la cui mediazione è stata interrotta dalle accuse di complicità con l’Egitto sollevate dal Governo etiope.

L’esclusione USA dai colloqui, nel ruolo di mediatori, non è stata digerita dal Presidente Donald Trump.
Gli Stati Uniti sulla disputa delle acque del Nilo si trovano in una difficile situazione, in quanto sia Egitto che Etiopia rappresentano strategici alleati nella regione. Ora
Trump ha sottoposto al Congresso la proposta di attivare sanzioni economiche all’Etiopia come misura punitiva per il suo rifiuto della mediazione della Casa Bianca nella controversia della diga.

Secondo un rapporto pubblicato dal prestigiosa rivista ‘Foreign Policy’, il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha approvato un piano per trattenere fino a 130 milioni di dollari in assistenza estera prevista per i programmi militari e anti-tratta di esseri umani dell’Etiopia. I tagli non avrebbero alcun impatto sui finanziamenti statunitensi per aiuti umanitari di emergenza, assistenza alimentare o programmi sanitari volti ad affrontare COVID-19 e HIV / AIDS, ha specificato Mike Pompeo. Le pressioni economiche proposte avrebbero l’obiettivo di convincere l’Etiopia ad accettare nuovamente la mediazione americana,che per altro rappresenta una delle poche iniziative diplomatiche in Africa in cui il Presidente Trump ha svolto un ruolo personale e attivo. Washington continua affermare che gli Stati Uniti possono essere un mediatore imparziale nei negoziati e un valido supporto all’Unione Africana.

La mossa è vista in Etiopia come una chiara dimostrazione di sostegno per i suoi rivali nella disputa, in particolare l’Egitto. Le autorità etiopi al momento non hanno reagito ufficialmente alla notizia. Alcuni funzionari etiopi, a livello personale, hanno riferito di ritenere che l’Amministrazione Trump si stia schierando dalla parte dell’Egitto nella disputa, definendo il generale Abdel Fattah al-Sisi (attuale Capo di Stato egiziano) il ‘dittatore preferito di Trump’. Questi funzionari fanno notare che l’Amministrazione Trump non ha mai preso in considerazione sanzioni economiche o tagli all’assistenza straniera all’Egitto, nonostante le palesi violazioni dei diritti umani commesse dal Governo del generale al-Sisi.

Molti Senatori, sia repubblicani che democratici,nutrono dubbi sulla proposta di sanzioni all’Etiopia. Secondo il loro parere, questa forma di pressione sul Governo di Addis Ababa comprometterebbe il ruolo degli Stati Uniti nelfornire un aiuto imparziale a facilitare un accordo tra i tre Paesi africani coinvolti nella disputa.
I dubbi sollevati al Congress
o potrebbero creare i presupposti per una bocciatura della proposta presidenziale, secondo il parere espresso da alcuni assistenti al Congresso che hanno familiarità con la questione, ricordando che sarebbe un grave errore scegliere tra uno dei due principali alleati regionali, soprattutto se i mancati accordi dovessero degenerare in un conflitto militare.

I dubbi e le critiche sull’operato dell’Amministrazione Trump risalgono all’anno scorso, quando il generale al-Sisi chiese l’assistenza a Trump durante una visita negli Stati Uniti. Il Presidente americano chiese al Segretario del Tesoro Steven Mnuchin di coordinare e dirigere l’opera di mediazione diplomatica degli Stati Uniti, ignorando il Dipartimento di Stato, che si occupa di tutte le questioni diplomatiche estere. L’affidamento dell’incarico a Mnuchin ha causato attriti all’interno dell’Amministrazione, con alcuni funzionari del Dipartimento di Stato che si sfogarono privatamente sul fatto che l’Amministrazione stia gestendo male il suo ruolo nei negoziati, mettendo il Tesoro in testa. Quando l’Etiopia preferì la mediazione dell’Unione Africana questi funzionari sottolinearono che l’esito disastroso per la Casa Bianca era inevitabile in quanto «Trump non ha la minima idea della complessità della disputa e non conosce nè gli egiziani n’ gli etiopi»

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