domenica, Febbraio 23

Difesa legittima, una norma ‘inattaccabile’

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Chi spara e uccide il ladro in fuga è assolto. È la sorte toccata, nella casistica degli ultimi 15 anni, a persone destinatarie di aggressioni al patrimonio all’interno del proprio spazio privato: le mura domestiche, il magazzino, l’interno dell’azienda. Il commerciante milanese Giovanni Petrali, condannato in primo grado a un anno e 8 mesi per omicidio e lesioni colposi, e poi assolto in Appello per «legittima difesa putativa», sparò alle spalle di due aggressori, uccidendone uno, dopo un tentativo di rapina alla sua tabaccheria; Angelo Cerioli, di Caravaggio (Bg), che nel novembre 2012 esplose tre colpi di pistola contro due scassinatori in fuga dal suo negozio di articoli da giardino e fu assolto dal Giudice dell’udienza preliminare per ritenuta mancanza di prova della «volontà di offendere»;  Franco Birolo, tabaccaio residente in provincia di Padova, coinvolto nel 2012 in un caso analogo e condannato a 2 anni e 8 mesi, poi assolto in Appello nel marzo 2015; Rocco Maiocchi, gioielliere di Milano che nel 2006 uccise un rapinatore in fuga tra la folla. Questi casi (sono solo alcuni esempi) acquistano visibilità mediatica, talvolta assistita – dopo il fatto o all’esito della vicenda giudiziaria – dalle foto di rito che ritraggono chi si è difeso insieme a un leader di partito o a un consigliere regionale.

L’Articolo 52 del Codice Penale, a distanza di un decennio, torna ad essere oggetto di modifica con una serie di proposte di legge in discussione alla Camera. Le frizioni maggiori si riscontrano tra la Lega Nord, che l’11 novembre 2015 presentò la proposta originaria, e il Pd che, con un emendamento, chiede di lasciare intatto l’Art. 52 modificando le sole disposizioni relative alle attenuanti (Art. 59). In particolare, la Commissione Giustizia ha approvato la previsione di una situazione di «grave perturbamento psichico» in colui che agisce in propria difesa, situazione sufficiente a escludere l’eccesso colposo e la cui sussistenza dovrà essere valutata dal giudice caso per caso.   

Giunto in Aula lo scorso venerdì, a seguito della richiesta di Area Popolare il testo del provvedimento è stato rinviato in Commissione per modificare quell’emendamento ritenuto troppo contenitivo, tiepidamente appoggiato dal Movimento 5 Stelle. La Lega protesta: «La difesa è sempre legittima», slogan che, da tempo, ricorre scritto o dichiarato nelle manifestazioni e nelle convention del Carroccio.  Lo stesso Luca Zaia, Presidente della Regione Veneto, lo ha riciclato in occasione dell’assoluzione di Franco Birolo. Tuttavia, una convalida giuridica di quelle parole annienterebbe il principio di proporzionalità, promuovendo l’asimmetria tra azione e reazione e riducendo la differenza tra aggressore e offeso a un semplice questione cronologica: senza un principio di aggressione a un bene tutelato dal diritto, non vi sarebbe difesa (sproporzionata, ma legittima). La maggiore libertà nell’esercizio dell’autotutela, richiesta da un nuovo testo firmato da Lega e Fratelli D’Italia, fa leva sulla protezione della famiglia e dei suoi beni, puntando a cancellare l’eccesso colposo e al raddoppio della pena nei casi di violazione di domicilio.

Il quadro appare tutt’altro che coerente e richiede il parere ponderato di un esperto, partendo dalla definizione giuridica dell’istituto tanto controverso: «Non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa» (Art. 52, primo c.). I requisiti contenuti nella norma sono, pertanto: l‘esistenza di un diritto da tutelare (proprio o altrui); la necessità della difesa; l’attualità del pericolo; l’ingiustizia dell’offesa; il rapporto di proporzione tra difesa e offesa. I commi successivi, frutto di una modifica intervenuta nel 2006, allargano il diritto all’autotutela, nei casi di violazione di domicilio, prevedendo che si possa ricorrere a un’ «arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo» per difendere la «propria o altrui incolumità» o i «beni propri o altrui». In questo secondo caso, tuttavia, perché la difesa sia legittima, il reo non deve avere desistito dall’azione illecita e deve sussistere il pericolo di aggressione.  In questo caso, la valutazione e la sussistenza della proporzionalità tra difesa e offesa subisce, nella casistica, vari ‘stiramenti’.

Il Prof. Avv. Tullio Padovani, ordinario di Diritto penale alla Scuola Superiore «S. Anna» di Pisa, dopo essere stato convocato direttamente in Commissione Giustizia a esprimersi sulla riforma, mantiene le sue perplessità.  

L’attuale vicenda parlamentare è un’impresa che appare priva di senso. Non so quante siano le proposte di modifica. Si rincorrono, cadono, ristagnano… Il problema fondamentale riposa su un grosso equivoco di fondo :  l’Art. 52 è, in sé, una norma perfetta e non deve essere toccato. Per le tematiche che comporta, l’istituto della difesa legittima deve essere considerato su due piani: oggettivo e soggettivo. Il primo interessa i presupposti in presenza dei quali un ordinamento ‘civile’ consideri un comportamento lecito e legittimo.    Non si ha, in questi casi, nessun tipo di responsabilità se esistono i requisiti scanditi – con perfezione assoluta – dall’Art. 52, frutto di un’evoluzione storica del nostro diritto penale.

Sul piano soggettivo, sorge invece il problema della rappresentazione: nei fatti, può accadere che la persona che si difende non habet staderam in manu, ossia non possa bilanciare l’entità dell’aggressione e sia vittima di rappresentazioni incolpevolmente falsate”.

Per questi aspetti, intervengono due precise disposizioni del Codice, che non disciplinano la legittima difesa, ma la toccano, appunto, in relazione alla sfera soggettiva dell’agente. Si tratta dell’Art. 59 («Circostanze non conosciute o erroneamente supposte») e dell’Art. 55 («Eccesso colposo»).

Nel primo caso”, prosegue Padovani, “il soggetto si rappresenta ciò che non è: ad esempio, mi compare davanti qualcuno con una pistola giocattolo in pugno e non sono in grado, a livello percettivo, di riconoscerla come tale, sparo un colpo per difendermi dalla supposta aggressione alla mia incolumità fisica. Qui siamo fuori dalla difesa legittima, muovendoci nel quadro di un errore sull’esistenza di una scriminante (cioè di una causa di esclusione del reato): la mia reazione, obiettivamente, non è lecita ed è sproporzionata, ma quell’errore la rende incolpevole.  Situazione analoga si ha nei casi in cui (Art. 55) il soggetto travalica i limiti della scriminante: un tizio mi aggredisce con un bastone, mi difendo respingendolo, lui sbatte la testa e muore: ho provocato una lesione superiore alle mie intenzioni. La difesa legittima non interessa affatto chi spara al ladro in fuga uccidendolo: questo è omicidio volontario. Tutt’altra fattispecie sarà quella in cui l’aggredito reagisce a causa di un errore scusabile nel valutare i fatti (errore tale da convincere il soggetto di trovarsi di fronte a un «pericolo attuale di una offesa ingiusta»): è la cosiddetta «legittima difesa putativa» (Art. 59, terzo c.; si veda, in proposito, Cass. Pen., 2 settembr 2010, n. 40525), per la quale non bastano il solo timore o stato d’animo del soggetto agente, ma sono necessari elementi di fatto concreti e idonei a indurlo nella falsa rappresentazione”.

Per esemplificare scolasticamente, se al buio, magari con un bambino accanto, mi trovo di fronte qualcuno con un’arma puntata e sparo, difficilmente risulterò colpevole. Lo stesso avverrà se, per fermare l’aggressore armato, gli sparo alla gamba e colpisco l’arteria femorale, provocandone il decesso.    

 “Pertanto”, sottolinea il Giurista, “tanto l’errore quanto l’eccesso entrano ed escono dalla responsabilità penale in funzione della colpa. Si avranno, di conseguenza e a seconda dei casi, un omicidio colposo, delle lesioni colpose, o comportamenti incolpevoli; ciò renderebbe necessaria – ecco la lacuna – una disciplina organica che tratti tali situazioni con la determinatezza propria della legge penale. Altri ordinamenti, come la Germania, ne sono provvisti, e la decisione di casi simili non emerge mai alla ribalta delle cronache perché priva di criticità giuridiche”.

L’ambito di azione di un intervento legislativo tanto delicato sembra, così, sfumare nell’accanimento relativo alla modifica della stessa natura strutturale dell’istituto.

In Italia occorrerebbe agire sulla disciplina dell’eccesso e su quella dell’errore, provvedendo all’esistenza di un quadro normativo più certo e definito. L’ho chiaramente sostenuto in Commissione: anziché creare confusione sulla difesa legittima, bisogna rispettare gli ambiti di competenza e lavorare su questo aspetto, che costituisce un settore debolissimo del nostro sistema… Senza, peraltro, dimenticare che l’obbligatorietà dell’azione penale scatta alla fine delle indagini, non al loro inizio, come spesso accade: i pubblici ministeri non sono preventivamente obbligati al suo esercizio.

Dico tutto questo, prima che come giurista, come cittadino appassionato della correttezza del messaggio. Al di là degli esiti e nei limiti della sua portata, è una questione di investimento civile per me fondamentale”.

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