giovedì, Ottobre 29

Dietro la scelta di Trump sul clima c’è il soluzionismo della Silicon Valley

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La scelta di Donald Trump di ritirarsi dell’accordo sul clima di Parigi può aver stupito solo i più ingenui ottimisti. Non si tratta solo di ricordare le promesse fatte da Trump in campagna elettorale, finora tutte più o meno mantenute a onta del fatto che molti commentatori fossero pronti a scommettere che un Trump presidente si sarebbe rivelato più ragionevole (e del resto siamo tutti abituati a non credere alle promesse elettorali). Si tratta di capire il milieu culturale all’interno del quale si è formata l’operazione trumpista di conquista della Casa Bianca: non certo un’avventura isolata di un uomo dotato di grandi mezzi finanziari, in un Paese dove tra l’altro la competizione elettorale è sempre più oligarchica; ma la vittoria di unideologia solo apparentemente lontana dalla retorica di Trump, che invece lincarna alla perfezione.

È l’ideologia della ‘Yankee ingenuity‘, lingegnosità americana, un termine coniato negli anni della costruzione dell’imponente canale con cui fu possibile collegare il fiume Hudson al lago Erie all’altezza di Buffalo e delle cascate del Niagara, un’operazione ingegneristica portata a termine nel 1825. Uno stereotipo divenuto popolare negli anni della Seconda guerra mondiale, quando la fede nella capacità americana di trovare una soluzione a ogni intoppo tecnico sfociò, poi, nel clamoroso successo della più grande operazione tecnico-scientifica della storia, il progetto Manhattan. È insomma la fiducia nel fatto che, per ogni problema, lingegnosità tecnologica americana troverà una soluzione. Il critico dell’ideologia di Internet, Evgenij Morozov, la chiama ‘soluzionismo tecnologico’ e l’associa al milieu culturale della Silicon Valley, dove ogni problema sociale – dal riciclaggio dei rifiuti alla fame nel mondo – viene trattato come si trattasse di un bug informatico di cui scovare la soluzione, o di un settore destinato a essere aggredito dalla ‘disruptive innovation’, quel tipo di innovazione che compie una rivoluzione a 360° del modo di affrontare un problema.

Cosa c’entra tutto questo con il cambiamento climatico? Peter Thiel, l’influente venture capitalist dietro tutti i grandi successi recenti della Silicon Valley, unico ad essersi schierato fin dall’inizio dalla parte di Trump, scrive nel suo libro ‘Zero to One‘ – sorta di manuale degli startupper – che anche il clima deve essere trattato come un business. Se nel 2011 ci siamo trovati di fronte allo scoppio della ‘bolla del verde’ nel mondo finanziario americano, è perché, spiega Thiel, le startup nate negli anni scorsi nel settore delle tecnologie ambientali non sono state davvero ‘disruptive’, non hanno, cioè, aggredito il settore con il piglio giusto. Non si tratta di cercare di sviluppare miglioramenti incrementali, sostiene Thiel, ma soluzioni rivoluzionarie; poiché i miglioramenti incrementali sono troppo lenti e per funzionare hanno bisogno degli incentivi di Stato, come è successo nel caso delle tecnologie fotovoltaiche.

Inoltre, spiega ancora Thiel, il settore è troppo grande per consentire la nascita di un monopolio: troppi soldi in circolazione spingono a credere che ci sia spazio per tutti, cosicché nascono aziende poco competitive e ambiziose che si limitano a vivacchiare. Linnovazione ‘disruptive’, invece, è monopolistica: devi trovare l’idea geniale e renderla proprietaria, conquistando l’intero mercato. Secondo Thiel, infine, le startup di tecnologie ambientali americane si sono lasciate sedurre dal mito dellimprenditoria sociale, che cerca di coniugare la ricerca del profitto con il miglioramento della società: «L’ambiguità tra obiettivi sociali e finanziari non aiuta, ma quella sulla parola sociale è un problema ancora maggiore: se qualcosa è socialmente buono è un bene per la società o è semplicemente considerato un bene dalla società? Qualsiasi cosa sia abbastanza buona per ricevere un applauso da qualsiasi pubblico può essere solo convenzionale, come l’idea generica di energia verde».

Come venture capitalist, Thiel ha finanziato generosamente Tesla, la compagnia di auto elettriche di Elon Musk, ritenendo che sia in effetti l’azienda disruptive di cui il mondo aveva bisogno. Può essere così, e Musk ha contraccambiato in parte entrando nel gruppo di consulenti di Trump, per uscirne poi all’indomani della notizia della disdetta dell’accordo di Parigi. Non così Thiel, che nello scetticismo sul modo di contrastare il cambiamento climatico è in buona compagnia. Un’indagine di ‘Brookings Institution rivela che gli investimenti di venture capitalism nelle tecnologie ambientali negli Stati Uniti sono crollati negli ultimi cinque anni, passando dal 17% del totale a un mero 8%. Il mondo degli imprenditori e delle startup non crede più nellambiente. O perlomeno non crede più al modo tradizionale di fare economia green. L’assenza di incentivi e carbon tax, tipica di un Paese che crede ciecamente nella ‘mano invisibile’ del mercato, ha sicuramente pesato.

Ma pesa soprattutto un’altra cosa. La convinzione che lingegnosità americana troverà una soluzione al cambiamento climatico, diversa da quella mainstream su cui il resto del mondo sta lavorando. La soluzione potrebbe essere quella della ‘geoingegneria‘, un’opzione da tempo discussa ma sempre accantonata per i suoi rischi imprevedibili: si tratta infatti di un insieme di tecnologie potenzialmente in grado di modificare lambiente in caso di aumento delle temperature medie globali e di fenomeni climatici estremi. Non a caso lo scorso marzo a Washington si sono riuniti oltre 100 esperti per discutere le possibili soluzioni, tra cui quella di pompare solfati nella stratosfera così da ridurre l’irraggiamento solare sulla superficie terrestre, creando un effetto del tutto simile a quello che si verifica durante e dopo una grande eruzione vulcanica, con la proiezione di ceneri in atmosfera. Un progetto in tal senso proposto da un team di Harvard ha già ricevuto generosi finanziamenti dalla fondazione di Bill Gates, dalla Hewlett Foundation, Alfred P. Sloan Foundation e altri tech-filantropi.

Certo, la geoingegneria presuppone la convinzione che il cambiamento climatico causato dall’uomo sia vero, convinzione che sembra non albergare alla Casa Bianca. Ma anche su questo bisogna andar cauti: il ‘negazionismodi Trump e della sua cerchia non sembra fondarsi sullidea che non esista alcun rapporto tra attività umana e cambiamento climatico, ma sul fatto che la strada imboccata non sia quella più favorevole agli interessi degli Stati Uniti. Se l’ingegnosità americana troverà una strada alternativa, che preservi la fede nel soluzionsimo tecnologico e nella disruptive innovation cara alla Silicon Valley, l’amministrazione Trump l’appoggerà. Peter Thiel insegna: a vincere è sempre chi conquista il monopolio del mercato con un’idea che gli altri non hanno.

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