mercoledì, Agosto 21

Diario provvisorio di (in)giustizie quotidiane Ecco cosa avviene in alcune carceri italiane

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Diario (provvisorio) delle quotidiane (in)giustizie consumate in nome del popolo italiano. Napoli, carcere di Secondigliano. G.P., 59 anni, originario di Capodrise (Ce), si impicca nella sua cella. Era detenuto nel reparto ‘Ionio’, alta sicurezza; doveva scontare una condanna in primo grado a 20 anni per spaccio internazionale di droga ed associazione a delinquere. È il quinto suicidio in un carcere in Campania dall’inizio dell’anno.

Il Garante dei detenuti per la Campania fotografa così la situazione: mancano le figure sociali di psicologi ed educatori; 95 educatori per 15 Istituti penitenziari (7.832 detenuti), 32 psicologi e 16 psichiatri, per complessive 1.428 ore mensili. In media ogni mese queste figure sociali dedicano ad ogni detenuto 10/11 minuti.

Il rapporto di ‘Ristretti Orizzonti‘: in carcere ci si suicida oltre 18 volte in più rispetto a quanto avviene tra la popolazione libera. Gli ultimi dati disponibili del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria riferiscono di 61 suicidi tra i detenuti nel 2018 (67 secondo ‘Ristretti Orizzonti’), 504 dal 2009 al 2018 (564 secondo ‘Ristretti Orizzonti’). Il suicidio non riguarda solo i detenuti ma anche gli agenti di Polizia penitenziaria. Tra il 1997 e il 2018 sono 143 gli agenti che si sono tolti la vita (dati ‘Ristretti Orizzonti’), già sette i casi registrati nel 2019.

L’ultimo il 10 luglio: un agente in servizio alla Casa circondariale di Bologna si uccide nella sua casa in Abruzzo; aveva 35 anni. Ad aprile un altro agente, sempre a Bologna. A giugno un terzo, originario di Sassari; da anni lavorava a Vigevano. Si toglie la vita mentre era in ferie in Sardegna. «Il carcere è un contenitore di disagio sociale e noi siamo dall’altra parte, disarmati, senza strumenti per affrontarlo», dice Nicola D’Amore, delegato del Sindacato nazionale autonomo di Polizia penitenziaria, di stanza alla Casal circondariale di Bologna.

In carcere tre anni e due mesi, ma è innocente. Scagionato l’eritreo accusato di essere a capo della tratta: «Uno scambio di persona»Medhanie Tesfamariam Berhe non è ‘il generale’ Medhanie Yedhego Mered, spietato trafficante di esseri umani; sono occorsi tre anni e due mesi per capirlo. Tre anni e due mesi che Behre ha trascorso rinchiuso in una cella del carcere palermitano di Pagliarelli. Medhanie, il falegname catturato in Sudan nel 2016, viene subito esibito come il trafficante Mered. Un errore: in carcere finisce la persona sbagliata. Lo riconosce la seconda sezione della Corte d’Assise del tribunale di Palermo, dopo quattro ore di camera di consiglio: «un errore di persona».

Hiwet, sorella di Behre e assistente per anziani in Norvegia, racconta: «Una sera ho visto in televisione mio fratello che saliva su un aereo in manette, tra due poliziotti. Al telegiornale dicevano un nome che non era il suo». C’è voluto un processo lungo tre anni, tre Dna che lo scagionano, perizie foniche, documenti e decine di testimoni.

Brescia: in carcere 40 giorni per sbaglio, ma non verrà risarcito. L’accusa: stupro. Uno stupro inesistente. L’accusatrice si è inventato tutto. La storia: un’anziana signora sostiene che il vicino del piano di sopra, un romeno incensurato, l’ha stuprata nel cuore della notte, dopo essersi introdotto nella sua abitazione. L’uomo viene arrestato, ma dopo qualche settimana il colpo di scena: si scopre che Angela B., di Castelcovati, si è inventata tutto con un complice: per fare pagare allo straniero cattivi rapporti di vicinato. L’accusato, Saint P., muratore 35enne, ha però trascorso quaranta giorni in carcere. Torna in libertà solo grazie alla prova del DNA che lo scagiona. Tuttavia, per l’ingiusta detenzione non otterrà alcun indennizzo.

La Corte d’appello rigetta l’istanza di risarcimento perché, spiega l’avvocato del muratore, il suo assistito non si è subito fatto trovare quando i carabinieri lo cercavano per arrestarlo. In realtà non era irreperibile: si era semplicemente trasferito da un cugino. Tre giorni dopo è andato a lavorare normalmente, dunque non intendeva affatto nascondersi o scappare. Per i giudici però con questo piccolo ritardo ha rallentato le indagini. Sait P. aveva quantificato l’indennizzo in 25mila euro, commisurando la cifra alle giornate di privazione della libertà. Un periodo limitato, che tuttavia gli causa la perdita del posto lavoro in una fabbrica di calcio, e il successivo rientro in patria con moglie e figli. La vicenda inizia il 1 ottobre 2016, quando la signora si reca dai carabinieri per raccontare che Sait P. nel cuore della notte si è intrufolato in casa sua, afferra un coltellaccio in cucina, si dirige verso la sua camera, la sorprende nel sonno e, puntandole la lama alla gola, la violenta.

Accade nel carcere di Lucera. E’ il 13 gennaio del 2011. Il detenuto Giuseppe Rotundo si reca in visita dalla psicologa. L’operatrice gli chiede di presentarsi. ‘Ci conosciamo bene’, fa l’uomo. ‘Ci siamo visti qualche giorno fa’. ‘Si sbaglia’, fa l’operatrice. ‘Lei mi conosce’, insiste l’uomo. L’operatrice guarda bene il viso della persona che gli sta davanti; resa senza fiato: il volto tumefatto e le ecchimosi lo avevano reso irriconoscibile. ‘Era la prima volta che vedevo una persona ridotta così’, dice durante la sua deposizione in tribunale. Rotundo racconta che tre agenti di polizia penitenziaria lo hanno condotto in una cella di isolamento e lo hanno costretto a denudarsi. Lo massacrano di botte.  Diversa la versione degli agenti: dicono che è stato il detenuto ad averli aggrediti; loro, nel tentativo di calmarlo, gli avrebbero provocato quei segni che lo avevano reso irriconoscibile. L’11 luglio 2019, la sentenza: prescritto il reato per gli agenti penitenziari; condanna per Rotundo, in quanto recidivo, a un anno e nove mesi di reclusione.

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