martedì, Marzo 19

Di Salvini ce n’è uno, Conte e Di Maio son nessuno Mentre Grillo fa il Comizio di Distrazione di massa, alla Leopolda nove va in scena la fiera delle vanità

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Di Salvini ce n’è uno, Conte e Di Maio son nessuno. Ma partiamo Dal punto di vista ‘quantitativo’, della partecipazione, non c’e’ dubbio: la kermesse fortissimamente voluta da Matteo Renzi è stata un successo. Accalcati dentro e fuori, maxi-schermi, ovunque ‘tutto occupato’. Volti raggianti, quelli dei ‘renziani’: sorrisi a mille carati, pacche sulle spalle, battute e scherzi. E’ da condividere, questa Grande Letizia? Deve davvero rallegrarsi un partito che in larga misura ancora individua come suo punto di riferimento un personaggio che ha inanellato ben sette rovinose sconfitte consecutive? A Renzi andrebbe posta una semplice, banale domanda: in che cosa ha sbagliato se il Partito Democratico, sotto la sua guida, è rovinosamente precipitato al 17 per cento dei consensi (dei votanti, è bene precisarlo)? Si è dato una risposta, si è almeno posto la domanda? Non sembra. Continua con la favola bella che colpe e responsabilità sono, sempre, tutte, degli altri; lui è puro come un giglio. Incredibile a dirsi, in tutti i giorni della sua ‘Leopolda nove’ e anche prima, non ha ritenuto di dover spendere una parola sugli errori politici commessi da Presidente del Consiglio e da Segretario del partito. Perfino uno con fama di arrogante come Massimo D’Alema, pubblicamente, riconosce errori, miopie, lacune… Lui no.

In generale, la situazione può essere riassunta cosi’: c’e’ una parte del Paese che continua ad avere fiducia in Matteo Salvini; c’è una parte del Paese che ha continua ad avere fiducia in Luigi Di Maio; c’è una parte del Paese che continua ad avere fiducia in Matteo Renzi; infine c’è una parte del Paese che non sa, letteralmente, che pesci pigliare. Se così che motivo si ha per essere tranquilli?
Per tornare a Renzi: il tema scelto per la sua ‘Leopolda nove’, molto suggestivo, in realtà non significa nulla. Che vuol mai dire: ‘Ritorno al futuro’? Come ‘tornare’ da qualcosa che deve ancora venire? Sarebbe interessante sapere – anche a grandi linee – quale futuro si ipotizza, si intende perseguire. Su quale ‘memoria’ del passato si fa leva;, su quale concretezza del ‘presente’, si fonda la vagheggiata proiezione verso il futuro. Si apprende che Renzi finalmente ha realizzato il ‘sogno’ perseguito da una vita: intervistare Paolo Bonolis. Quando si dice avere delle ambizioni. Ha rivelato solide basi culturali: «Io sono della generazione che è cresciuta guardando alla tv ‘Bim bum bam’ condotto da Bonolis».
Lontano anni luce quel 12 gennaio del 2016, quando in Senato pronuncia una frase-chiave: «Nel caso in cui perdessi il referendum considero conclusa la mia esperienza politica». Un po’ come Walter Veltroni, che promette di trasferirsi in Africa…
Impagabile la risposta alla giornalista Federica Angeli, che gli chiede perchè il PD ha liquidato Ignazio Marino, costringendolo a dimettersi da sindaco di Roma. Renzi poteva chiedere scusa, ammettere che è stato un errore; poteva provare a difendere quella scelta…No, Renzi fa Renzi: scarica la responsabilità sugli altri: «Un giorno ti porto a cena con Matteo Orfini, io non c’entro».
Come non c’entra? Renzi è Segretario del PD eletto per due mandati, dal 15 dicembre 2013 al 12 marzo 2018. Marino e’ sindaco di Roma (non di Roccacannuccia, con tutto il rispetto per Roccacannuccia), nell’ottobre 2015. Lui, in quanto segretario del PD non c’entra nulla con ‘Roma capitale’ e chi la amministra, la dovrà amministrare?
Eppure ecco cosa scrive l’8 ottobre 2015 Alessandro De Angelis su ‘Huffingtonpost’: «…All’alba, l’urlo di battaglia…Marino se deve andare. Punto. Cacciatelo. Un urlo di battaglia, reso più cruento dal fallimento dell’ultimo tentativo con le buone. Perché il premier, attraverso i suoi ambasciatori, aveva recapitato questo messaggio al Sindaco di Roma, la sera prima: “Se si dimette subito, non infierisco, altrimenti faccio a modo mio. Ma per non infierire si deve dimettere subito”…Renzi da palazzo Chigi, guida gli assalti. Sente Orfini, manda sms, tiene alto il livello di pressione: “Se ne andrà”, ripete ai suoi. “Vedrete, mollerà”, ripete il premier…».
Tre anni dopo Renzi dice che lui non c’entra; che si deve chiedere a Orfini. A cena. Come da manuale: ho vinto, avete perso. La colpa è dell’allora commissario del PD a Roma, attuale presidente del partito.

Ma per tornare (anzi: ‘ritornare’) al futuro declinato alla da poco trascorsa ‘Leopolda nove’: Renzi promette a «chi vince il Congresso del nostro partito il rispetto e la collaborazione che non abbiamo avuto. L’avversario è fuori di qui e non si tratta di civilizzarlo: a quello ci hanno già pensato quelle elites del nostro Paese che ci hanno fatto la guerra per poi contribuire alla vittoria dei populisti». Detto dall’autore dell’indimenticabile ‘Stai sereno Enrico’ non e’ davvero rassicurante…
Aggiunge: «Quando sono andato da Fabio Fazio in tv per dire no all’accordo con il M5S volevo difendere l’anima di quello che siamo, sarebbe stato un accordo vantaggioso, ma la politica non è soltanto potere e nomine. Torneremo al Governo senza populismi di destra o di sinistra». La butta sul personale: «Se volete fare una discussione sulla politica e poi dire che si tratta del mio carattere, del carattere di uno di Rignano non andiamo da nessuna parte. Lo volete capire o no voi che accusate il mio carattere?”. Mena fendenti e sciabolate a destra e manca, ripete il mantra di sempre: si sarebbe fatta la Guerra al Matteo sbagliato. Nessun sospetto che chi si possa contestare in egual misura il Matteo di ‘ieri’ (cioè lui, Renzi), e il Matteo di ‘oggi’, Salvini».
Esorta a far fronte comune contro il Governo giallo-verde; ammonisce che questo è il vero problema, non la sua caratterialità. In nome dell’unità, naturalmente, si dota di uno strumento tutto suo: i comitati di resistenza democratica. Salvini e Di Maio: «Stanno insieme, fanno finta di litigare ma stanno insieme». Punta il dito accusatore sulle contraddizioni del Governo di Giuseppe Conte: «Ti do il bonus ma li spendi come dico io. La domenica qualcuno lavora e qualcuno no, c’è un problema con le commesse del centro e non con gli autisti del bus che portano alla partita. La parola ‘etico’ è bella, ma qui si rischia di cancellare un’altra parola, la legalità. Il condono fiscale ad esempio. Grillo ha fondato una carriera sull’essere pagato in nero. Il condono edilizio di Ischia, il quarto in vent’anni. Non viene dalla Lega, non c’è una manina della Lega, c’è una manona. E perché nessun giornalista fa un’inchiesta per chiedersi il motivo di tanta insistenza su Ischia.
Nessun giornalista farà un’inchiesta su questa ‘insistenza’ [R1] . Ma lo stesso Renzi potrebbe aiutare dando una sua versione dei fatti; potrebbe, lo può fare, presentare una dettagliata interrogazione, fa parte delle sue prerogative…
Con accenti ieratici, spiega il progetto per ‘ritornare al futuro’: «I comitati civici hanno bisogno di una rete ma anche di un contatto umano e quelli a cui sto antipatico valgono doppio. Noi non ci rassegniamo a un futuro di mediocrità, alla cialtronaggine di questo Governo. Mettiamoci in cammino e andiamo avanti tutti insieme». E via col tripudio, il battimani, il coro entusiasta…

No, a dispetto dell’apparenza, non è per nulla un quadro esaltante, quello che offre l’opposizione. Nè si comprende, procedendo di questo passo, come possa un giorno essere alternativa valida all’esistente. Eppure al suo arco avrebbe una quantità di frecce: l’attuale compagine governativa non perde occasione per mostrare la sua inconsistenza e fragilità. Ciò nonostante i sondaggi demoscopici (per quello che possono valere), Lega e M5S sembrano tenere ancora bene; anzi, la Lega di Salvini è concordemente data in crescita. L’‘uomo forte’, anche se al dunque non ha molti concreti risultati da esibire, ancora sembra far presa.
La politica del ‘me ne frego’ e ‘comunque tiro avanti’ fa guadagnare titoli sui giornali.
Prima o poi toccherà fare i conti con una sgradevole realtà. Nel concreto accade che gli investitori stranieri hanno sempre meno fiducia nel nostro Paese. Nel solo mese di agosto le vendite nette di obbligazioni da parte di investitori stranieri (e si tratta in prevalenza di titoli di Stato) è tornato ad essere abbondante: un saldo negativo per oltre 42 miliardi, e ben 24 di titoli di Stato. Nell’ultimo mese analizzato, tra gli investimenti stranieri oggetto di maggori vendite, soprattutto BOT e BTP (17,4 miliardi, su 17,9 totali).

Quelle che seguono sono dichiarazioni che non ha rilasciato da un estremista; non è il lessico di una persona imbevuta di ideologia da primo Novecento. Al massimo, e più che altro a parole, si ispira a un vago solidarismo compassionevole. Eppure, leggete: «Sento un’atmosfera molto pesante. Loro dicono di ispirarsi allo Stato etico, che è lo Stato che sceglie per i suoi cittadini al posto dei cittadini cosa è bene e cosa è male. È la negazione della libertà: è l’anticamera della dittatura…Il Governo ci sta portando verso l’isolamento in Europa, da cui abbiamo tutto da perdere perchè, anche con ciò che sta succedendo alle Borse e con la svalutazione del nostro debito pubblico per elevarsi dallo spread, saranno molti i capitali che fuggiranno dall’Italia»Ecco, ora se crede, il lettore si stupisca pure. Ne ha ben ragione. Queste frasi sono di Silvio Berlusconi. Parla dell’oggi, non di quando al Governo c’era il centro-sinistra, o per usare il suo fraseggio, ‘i comunisti’. Il paradosso è costituito dal fatto che da una parte denuncia il regime incombente; dall’altra non perde occasione per esortare Salvini a tornare ad essere l’alleato del centro-destra; quasi non fosse, Salvini, l’asse portante della coalizione giallo-verde responsabile della ‘situazione pesante’ e ‘dell’anticamera della dittatura’.

Il quadro si completa con il Movimento 5 Stelle. La settimana appena trascorsa vede un Di Maio obnubilato più di sempre. La storia del decreto che una non meglio indicata ‘manina’ avrebbe manipolato mentre neppure era stato inviato al Quirinale; l’annunciata e promessa denuncia alla magistratura mai presentata; e altre analoghe sciocchezze, all’apparenza non sembrano averlo intaccato. All’apparenza, si ripete: perchè vuole pur dire qualcosa che da Milano Davide Casaleggio si sia precipitato a Roma. Alessandro Di Battista, annuncia che per Natale, tornerà perché ha nostalgia; il Presidente della Camera Roberto Fico scalpita impaziente. Sono tutti segnali che sotto la superficie il mare grillino è agitato. Nella partita tra Di Maio e Salvini è quest’ultimo che domina e vince. ‘Cedendo’ su un condono che comunque ci sarà, Salvini ottiene il via libera, senza condizione, per il decreto ‘sicurezza’. E’ questo che al ‘muscolare’ Ministro dell’Interno interessa. Il resto, come la proverbiale intendenza, seguirà.
Anche per questo si registra lo show di ieri di Beppe Grillo. Il suo lo si può chiamare un ‘comizio di distrazione di massa’: il tentativo di far passare in secondo piano le gaffes di Di Maio e degli altri grillini; di distogliere l’attenzione dai problemi che non si sa come risolvere, le promesse che non si sa come mantenere. Grillo, fino a ieri alfiere della difesa ad oltranza della Costituzione, tra i più strenui nel voler contrastare il referendum proposto da Renzi e da Maria Elena Boschi, si scaglia contro il Quirinale: troppe cariche. Troppe prerogative: sbagliato che sia al vertice del Consiglio Superiore della Magistratura e nel Consiglio Superiore di Difesa: «Dovremmo togliergli i poteri».
Cosi’ catalizza l’attenzione di tutti, ‘aiutato’ dallo stesso Movimento 5 Stelle che si dissocia: «La riforma dei poteri del Capo dello Stato non è nel contratto di governo. Fiducia in Mattarella: Beppe non ha ruoli». Gioco delle parti? Possibile, probabile. Come da copione PD, Forza Italia, e tutti a ruota, in coro: “Giù le mani da Mattarella”. Operazione “distrazione” riuscita.

Intanto le urne in Alto Adige e Trentino regalano un’altra soddisfazione a Salvini. La maggioranza relativa resta alla locale SVP, ma si registra un indiscusso exploit della Lega da una parte; del Team Köllensperger (il neo-partito fondato dall’ex grillino Paul Köllensperger). Un successo annunciato, quello della Lega; e tuttavia solo cinque anni fa, in coalizione con Forza Italia, il Carroccio aveva racimolato un misero 2,5 per cento. Ora sembra attestarsi intorno al 17. Consensi drenati dal partito autonomista ‘Die Freiheitlichen’, che dal 17 per cento del 2013 scende al 7.
La Lega trionfa anche a Bolzano città e supera, con il 30 per cento di consensi, la SVP e il PD coalizzati. La Lega fa il pieno in quello che era il tradizionale voto della destra italiana, ma miete consensi anche in quella che parla tedesco.
E’ possibile, come dice il Presidente del Consiglio Conte, che il suo Esecutivo duri tutti i cinque anni del suo mandato istituzionale. Di certo sempre più la colonna portante, l’architrave di questo edificio si chiama Salvini. Questa è la situazione; questi sono i fatti.

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