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Lo scorso fine settimana a Roma si è svolto un meeting internazionale sugli investimenti di lungo periodo, il ‘Rome Investment Forum‘. In tempi di rendimenti vicini allo zero, la ricerca di opportunità sembra proprio che si stia facendo spasmodica. I fondi istituzionali, come fondi pensione e fondi delle assicurazioni, detengono a livello globale una ricchezza che ammonta a 100.000 miliardi di dollari, di cui appena l’1% non è investito in titoli di stato sicuri e obbligazioni comunque supergarantite. La sfida per agganciare la ripresa economica in Europa passa da questa enorme mole di ricchezza, mediante la rapida costruzione di un mercato unico dei finanziamenti in cui sviluppare tutte le garanzie da rendere a chi vorrà finanziarie imprese e progetti, hanno ripetuto a vario titolo gli oratori dal podio della conferenza, con un’azione concertata, che la giovane presidente dell’Action Institute, Carlotta De Franceschi ha sintetizzato nell’acronimo ‘New AGE’: dove ‘A’ sta per ‘Access’ ai finanziamenti, ‘G’ per ‘Growth’ ed ‘E’ per ‘Employement’; insomma un ‘new deal’ in grado di far ripartire, soprattutto nei Paesi periferici dell’Europa, crescita economica e occupazione. Una sorta di miraggio per il tessuto sfibrato della piccola e media impresa italiana, e un viaggio ancora più avventuroso da proporre agli investitori/risparmiatori, che per ora si trovano di fronte a un panorama europeo del diritto e delle garanzie ancora molto frastagliato.

«Per attuare questo nuovo paradigma c’è bisogno di visione», concludeva la De Franceschi toccando, forse in modo inconsapevole, proprio il tasto dolente del grave deficit di politica che si aggira per l’Europa. Qualche giorno dopo a Napoli un democristiano di lungo corso, Paolo Cirino Pomicino, 76 anni, ministero economico e anima totalmente e appassionatamente politica, dopo l’ottima accoglienza di Milano, ha presentato nella sua città d’origine l’ultimo suo libro dal titolo ‘La Repubblica delle giovani marmotte‘, che Giuliano Ferrara definisce nella prefazione «la sua General Theory dell’occupazione, del debito e della finanza pubblica e privata», con un ardore e una verve polemica che ha spinto i suoi correlatori a proporgli, uno, il professor Gaetano Quagliariello del Gruppo Autonomie e Libertà, «la guida della sua costituenda federazione giovanile»; e l’altro, Umberto Ranieri, ex comunista migliorista del Partito Democratico, «la guida della minoranza interna del Pd».

«Quando Carli fu nominato Ministro del Tesoro nel Governo Andreotti, pose come condizione che al Bilancio e alle Finanze ci fossero due politici, di cui uno era il sottoscritto, perché un Governo di soli tecnici o è illusorio o è eversivo» ha cominciato ad argomentare Pomicino. «Com’è possibile che invece per quasi vent’anni abbiamo avuto solo tecnici alla guida dell’Economia, riuscendo peraltro unicamente a peggiorare la situazione del debito pubblico, per quantità e qualità»? Interrogativo legittimo su un’argomento autoevidente, che lascia aperta la questione della responsabilità politica di chi non è stato in grado finora di governare i processi economici, che stanno travolgendo proprio coloro che hanno dato col voto determinate indicazioni. «Berlusconi e Tremonti» scrive Pomicino, «soltanto nel 2010 scoprirono che il debito pubblico creato negli anni 80′ era costruito sul risparmio delle famiglie italiane, che ne possedevano il 90%, permettendo in un colpo solo di remunerare il loro investimento, di costruire un argine alla nostra sovranità finanziaria e di mettere da parte un po’ di risorse per i difficili anni che sarebbero arrivati dopo il 2000». Un saggio certo non privo di proposte economiche da confutare, perché «tanto non m’offendo» ha dichiarato l’autore, ormai avvezzo a rappresentare il ‘male’, ma seriamente preoccupato «della sparizione dei luoghi e degli organi collegiali nei partiti in cui era possibile misurarsi dialetticamente».

 

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