sabato, Agosto 24

Di Maio e Salvini alla ricerca dell’accordo perduto Il messaggio pare essere: il governo non rischia finché si è nei limiti del programma concordato e siglato ad inizio legislatura ma occorre comportarsi lealmente

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Partiamo dai dati. Il 4 marzo 2018 la fotografia che ci veniva restituita era un’Italia inedita con i Cinque Stelle, primo partito con il 32,7 % e la Lega al 17,4 % mentre il 28 febbraio 2019 la situazione (sondaggi) era: M5S al 21,2% e Lega 35,9% (Pagnoncelli).

Premesso che il voto è il voto e i sondaggi sono i sondaggi, tuttavia cosa è successo in questi dodici mesi? La Lega ha praticamente raddoppiato i consensi mentre i pentastellati hanno accusato una flessione. Appurato questo dobbiamo porci altre domande. Analizzando criticamente le azioni di governo cosa è successo? I Cinque Stelle hanno davvero governato male e la Lega bene?

Oppure è un problema di percezione e cioè dell’azione avvertita piuttosto che dell’azione reale? Dopotutto l’opinione pubblica è molto sensibile a questo tipo di dinamiche. In questo articolo, che non vuole certo avere presunzioni di spiegare esaustivamente quello che è accaduto né tantomeno trarne conclusioni, cercherò semplicemente di analizzare i fatti, nello spirito del giornalismo anglosassone. Dunque, tenendo per buoni i sondaggi l’azione di Matteo Salvini al governo è stata percepita dall’elettorato come più convincente di quella di Luigi Di Maio.

Ma si tratta appunto di percezione o di realtà? Perché in politica, come le scienze sociali hanno ampiamente dimostrato, la variabile dirimente è la percezione, non la realtà. E la percezione è guidata da dinamiche molto sofisticate che tendono a distorcere la topologia percettiva a vantaggio di fattori extra politici, in senso stretto.

La ‘psicologia delle folle’, come la chiamava Gustave Le Bon, è un campo affascinante e complesso, ma per sua natura estremamente scivoloso, in cui occorre tenere a portata di mano sempre una bussola per non farsi confondere e distogliere. Il punto, secondo me, non è nella attitudine psicologica dei due leader a rapportarsi con l’elettorato. Mi spiego meglio. Da questo punto di vista non si può dire che Salvini sia superiore a Di Maio, altrimenti il secondo non avrebbe quasi doppiato il contendente nel 2018.

È intervenuto qualcosa in quei dodici mesi ad alterare lo schema, quasi ribaltando i risultati. E quel qualcosa non è nell’efficacia di governo, visto che da questo punto di vista i Cinque Stelle hanno fatto più della Lega, portando a casa il fondamentale reddito di cittadinanza, il decreto dignità, l’accordo con la Cina di rilevanza mondiale, lo spazzacorrotti, il blocco o rimando della Tav. Ai padani è restato, per ora, solo la quota 100, cioè la norma sulle pensioni e la legittima difesa.

Ed allora, qual è il motivo della perdita di consenso del partito di Grillo? Per tentare di dare una risposta a questa domanda occorre fare ora un ulteriore passo in avanti e spostarci al recente sondaggio del 4 aprile, che per omogeneità comparativa è sempre quello di Pagnoncelli: M5S 23,3% e Lega 35,7%.

Questi dati sono assai rilevanti, sia pur nella loro limitatezza statistica. I pentastellati invertono il trend discendente che si protraeva dal 4 marzo 2018 e segnano un aumento del 2,2% in un solo mese mentre la Lega segna, per la prima volta, un passo indietro dello 0,2% sempre nello stesso periodo in esame.

Ma cosa è successo di significativo in questo periodo? Semplice, Luigi Di Maio ha cominciato a rispondere colpo su colpo alle incursioni di Matteo Salvini che sente odor di Europee, dopo i successi del centro – destra alle regionali.

La contrapposizione è cominciata con la discussione sulla Tav, e poi è continuata su tutti gli altri provvedimenti politici, dalla presenza padana al Congresso della Famiglia a Verona, alla legittima difesa, alla castrazione chimica, alla vicenda della cittadinanza ai bambini eroi stranieri, alle contrapposizioni sull’ambiente, per finire alle recenti polemiche sull’alleanza della Lega con i negazionisti e le precisazioni sulla flat tax.

Tuttavia un’altra considerazione è d’obbligo. Di Maio è sempre stato molto corretto con Salvini, ma il leader padano, questa la percezione dei Cinque Stelle, non ha mai mancato di ‘sporcare’ le iniziative e i successi dei Cinque Stelle, come quando dopo lo storico accordo con la Cina, ebbe a dire ‘sì, vabbè, ma in Cina non c’è il libero mercato’. Una precisazione inutile, controproducente e irritante.

I grillini però questa volta, hanno alzato le orecchie…che bisogno c’era di dirlo, seppure l’affermazione possa avere un fondo di verità, senza entrare nel merito del cosiddetto capitalismo di Stato cinese?

E da qui, la deduzione è stata ovvia: per danneggiarli, per limitare il successo, per dare un calcetto negli stinchi. Da allora il modulo comunicativo dei Cinque Stelle è completamente cambiato e non passa un giorno che non ci siano prese di posizione. Il messaggio pare essere: il governo non rischia finché si è nei limiti del programma concordato e siglato ad inizio legislatura ma occorre comportarsi lealmenteDetto questo, i Cinque Stelle hanno individuato il bandolo della matassa e cominciato a risalire nei sondaggi, mentre la Lega ha capito che non si può crescere a scapito dell’alleato, ma che i voti bisogna andarseli a conquistare con sudore e fatica fuori.

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