sabato, Agosto 24

Di Maio e 5 Stelle: l’arroganza dell’impotenza «Pennivendoli, infimi sciacalli e puttane»: in Ministro ricopre un incarico istituzionale ed è un parlamentare che per il fatto di essere tale, è rappresentante del popolo, per tanto non insulta i giornalisti, ma l'istituzione e l'incarico che ricopre

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Di Maio e 5 Stelle: l’arroganza dell’impotenza. Il Lettore sia indulgente, e perdoni se preliminarmente si cominciano queste note con quella che potrebbe, a prima vista, apparire una corporativa difesa d’ufficio corporativa. Virginia Raggi, prima cittadina della Capitale, è stata assolta dal reato di falso che i pubblici ministeri le contestavano. A dirla a colpi d’accetta: il fatto c’è, ma non costituisce reato. Funambolismo giudiziario, come spesso accade. Si pensi a Tiziano Renzi, padre di Matteo. I magistrati archiviano il possibile, ipotizzato reato, non ravvisandone gli estremi, pur sostenendo che quello che ha detto non è credibile. Va bene così, per carità: tutto si vuole fare meno che perdersi in una labirintica diatriba giudiziaria. Ad ogni modo, lo stato maggiore del Movimento 5 Stelle accoglie con comprensibile e legittima soddisfazione l’assoluzione di Raggi. L’intero movimento schiva una tegola che poteva costar caro; e viene scansato quel decadimento che il più che discutibile codice interno dei pentastellati prevede in caso di condanna. Il verdetto giudiziario giustifica il sospiro di sollievo, rimane intatto il problema politico. A volersela cavare con una battuta, Raggi non ha fatto nulla; ed è quello il fatto; lo coglie bene Ernesto Galli della Loggia sul ‘Corriere della Sera’ di qualche giorno fa: «Raggi sembra muoversi sempre a tentoni, non ha visione, non ha polso, non sa prendere alcuna decisione tempestiva e importante per arrestare lo sfacelo che la circonda».

Ma questo è comunque problema di Roma, dei suoi abitanti. Raggi è stata legittimamente eletta; se il suo operare viene apprezzato o, al contrario, lo si ritiene non all’altezza della situazione, lo si vedrà alle prossime elezioni.
Dove la questione esce dai ‘confini’ capitolini è quando il vice-Presidente del Consiglio nonché Ministro del Lavoro Luigi Di Maio, e il suo collega di movimento Alessandro Di Battista, si abbandonano a espressioni non più di esultanza, ma di sguaiata, inaccettabile polemica. Di Maio e Di Battista bollano i giornalisti come «Pennivendoli, infimi sciacalli e puttane». Che i giornalisti siano capaci di tutto e i più, non è ‘notizia’. Basta ripercorrere i bui giorni della vicenda che ha visto per protagonista-vittima Enzo Tortora per riconoscere che, al pari di politici, magistrati e altri appartenenti alla costituita autorità, i giornalisti siano capaci di cose terrificanti e -anche, on bisogna aver paura delle parole- abominevoli. Il punto non è questo.
Il punto è che un Ministro che si esprime in quel modo, con quelle forme, utilizzando quelle espressioni non è certo migliore di coloro che vorrebbe mettere sul banco dell’accusa. Anzi: è molto peggio. Un giornalista rappresenta se stesso e il suo giornale. Un Ministro ricopre un incarico istituzionale ed è, nel caso specifico, un parlamentare che per il fatto di essere tale, è rappresentante del popolo. Con il suo modo di fare, con il suo modo di dire, con il suo modo di essere, non insulta i giornalisti, ma l’istituzione e l’incarico che ricopre. Si rende corresponsabile di un inaccettabile, quotidiano decadimento del costume e delle istituzioni; un decadimento che, oltretutto, viene rivendicato compiaciuti. Il fatto che questo decadimento venga da lontano, e abbia molti padri, non diminuisce di un’oncia la gravità di quel che si è detto. E se una colpa c’è, è quella di non aver saputo per tempo reagire, e a sufficienza, di fronte a questa arrogante inciviltà che si consuma.
Non sono gli insulti di Di Maio o di Di Battista la cosa grave. Labarbarieè che siano molti ad applaudire; tanti a mostrare indifferenza; pochi a dire: basta, non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo più sopportare questo modo di essere e di fare.

Mentre tutto ciò accade; mentre la Lega ottimamente guidata (dal suo punto di vista) da Matteo Salvini, letteralmente ingrassa a spese sia del Movimento 5 Stelle che di Forza Italia e di tanti che fino a ieri si riconoscevano nelle varie articolazioni della sinistra, succede che chi dovrebbe assicurare adeguata e consapevole opposizione, in ben altre faccende appare impegnato.

Si può cominciare con Forza Italia, sempre più divisa e con leaderini che si guardano in cagnesco. Il ‘delfino’ designato, Antonio Tajani, sostenuto da Gianni Letta, ormai è apertamente contestato da quattromoschettiere’: Anna Maria Bernini, Mara Carfagna, Mariastella Gelmini, Francesca Pascale; Berlusconi si barcamena stancamente come può; lancia messaggi che somigliano a quelli del ‘bagnasciuga’: «Sono convinto che questo Governo non potrà durare cinque anni», dice al congresso nazionale dei giovani di Forza Italia a Roma. «Se si continua così, siamo davvero all’anticamera di una dittatura». Salvini si concede una replica sprezzante che dà la cifra di quanto sia la noncuranza che nutre verso l’ex alleato: «Berlusconi che parla di rischio dittatura fa ridere. Come si fa a dire così, qualcuno confonde serietà e ordine con dittatura? Queste esagerazioni le lasci dire ai burocrati di Bruxelles e ai nostalgici di sinistra; mi dipiace che Berlusconi usi le parole che di solito usano i Renzi le Boldrini e gli Juncker».

L’evocato Matteo Renzi, impavido e caparbio, recita il mantra di sempre: «Sono totalmente fuori dalle discussioni interne al Pd e il mio ciclo alla guida del partito è chiuso. Ho vinto due volte le primarie con il settanta per cento dei voti e per due volte, il giorno dopo, sono stato bersaglio del fuoco amico. C’è una parte importante del gruppo dirigente a cui non ha dato noia il fatto che io abbia perso il referendum, ma che abbia vinto le elezioni europee. Sa cosa penso: se ci fosse stata più coesione le cose non sarebbero andate così, ma qualcuno tra i miei ha preferito fare la guerra al Matteo sbagliato».
Nella lunga intervista rilasciata al quotidiano dei vescovi italiani ‘Avvenire’, come sempre, rivendicazione orgogliosa del suo operato: «Dopo la sconfitta sul referendum mi sono dimesso, ma quel referendum era stato appoggiato da una intera classe dirigente del mio partito. Io mi sono assunto le responsabilità e ho pagato. Gli altri sono rimasti tutti dove erano. Ora però ho il dovere di pensare al futuro. Di capire che un pezzo di partito non ha mai digerito le vittorie. Fare finta di nulla e intestardirsi sarebbe solo inspiegabile. In bocca a lupo allora a chi viene dopo di me, io continuo a fare politica nel Pd. Ma in altre forme».
Ecco: è l’annuncio trasparente pur non esplicito, che sta organizzando un suo personale movimento: «Non mi infilo nella discussione del Pd. Nel chiacchiericcio congressuale. Ho messo solo una condizione: mai accordi con Lega e con M5S. Ora guardo con pieno rispetto il percorso che farà il PD, ma preferisco girare per le scuole, incontrare le categorie economiche e individuare i temi che uniscono. Siamo a un bivio: in Italia deve rinascere la voglia di impegnarsi in politica e a me oggi interessa accendere quel fuoco».

E’ facile immaginare che Salvini guardi a quanto accade compiaciuto e soddisfatto. Le premesse perché possa governare per cinque e più anni ci sono tutte. Questa è la situazione, questi sono i fatti.

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