sabato, Dicembre 7

Digital tax, oltre la retorica di Trump Trump polemizza con la Francia sulla digital tax e lancia un monito anche all’Italia, ma è necessaria un’azione comunitaria, ne parliamo con Carlo Garbarino

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Lo spauracchio dei dazi ha contribuito ad aumentare le temperature non proprio miti di Londra, dove oggi è andata in scena la prima delle due giornate del vertice tra alleati per festeggiare i settantanni della NATO. A surriscaldare l’ambiente ci ha pensato come sempre il Presidente statunitense Donald Trump. Mentre si trovava sul volo diretto verso la capitale britannica, l’inquilino della Casa Bianca ha minacciato un aumento dei dazi per quei Paesi che applicheranno la digital tax.

Questa volta, il pragmatico leader americano ha puntato maggiormente il dito contro la Francia, avanguardista nella legislazione volta ad imporre un’imposta alle cosiddette Over The Top (OTT), le multinazionali che operano in campo digitale. Washington trova discriminatoria la tassa per le imprese americane del settore e, per ora, si sta lavorando ad una soluzione in sede OCSE: un accordo dovrebbe essere raggiunto entro il 14 gennaio. Scaduto questo termine, senza un’intesa i beni francesi – come champagne, borse e altri articoli di lusso – potrebbero essere colpiti con dazi fino al 100%, per un valore di 2,4 miliardi di dollari. Un incremento che farebbe il paio con quello del mese scorso, quando vini e formaggi transalpini sono stati colpiti da dazi al 25%.

La digital tax transalpina è entrata in vigore nel luglio scorso con valore retroattivo per tutto il 2019.  La tassa francese sui servizi digitali prevede un prelievo del 3% sui ricavi delle grandi società tecnologiche che registrano entrate per oltre 750 milioni di euro, di cui almeno 25 milioni generati in Francia. 

Ma sotto la scure dei dazi americana potrebbe finirci anche il nostro Paese, pronto a mettere in atto la sua web tax. L’Italia, infatti, è presente, insieme ad Austria e Turchia, nelle conclusioni dell’indagine ordinata da Trump a Robert Lighthizer, il Rappresentante americano al commercio. 

La digital tax made in Italy, prevista nella Legge di Bilancio 2020, dovrebbe entrare in vigore il prossimo primo gennaio. Secondo quanto legiferato, verrebbe applicata un’imposta del 3% sui ricavi generati nel Bel Paese dalle imprese che a livello globale fatturano almeno 750 milioni di euro e che ricavano almeno 5,5 milioni dai servizi digitali. Gli introiti del fisco italiano si aggirerebbero intorno ai 500 e i 600 milioni di euro: circa l’1% delle entrate totali.

Al di là della retorica trumpiana, che la questione digitale sia di primaria importanza emerge anche dall’agenda programmatica stilata dalla nuova Presidente della Commissione europea, Ursula Von Der Leyen. «Farò in modo che la tassazione delle grandi aziende tecnologiche sia una priorità», si legge nel documento, «se entro la fine del 2020 non esiste ancora una soluzione globale per un’equa imposta digitale, l’UE dovrebbe agire da sola».

In realtà, una proposta per una tassa sui servizi digitali – sulla quale si sono modellate sia l’iniziativa francese che quella italiana – era già stata avanzata il 21 marzo del 2018 dalla precedente Commissione guidata da Jean Claude Junker.  Il 12 marzo scorso, però, tale disegno non ha riscosso l’unanimità da parte delle delegazioni riunitesi per il Consiglio Europeo: se fosse stata attuata a livello comunitario, limposta avrebbe portato nelle casse dell’UE ben 5 miliardi di euro lanno.

Non trovando un accordo comune, dunque, si è andati verso la costituzione di leggi nazionali ad hoc, che andrebbero a gravare sui colossi dell’hi-tech, la maggior parte a stelle e strisce: vedi Google, Facebook e Amazon. Da qui l’irritazione di Trump.

Per capire quanto sia importante una legislazione in materia digitale e quali potrebbero essere i suoi sviluppi, abbiamo intervistato Carlo Garbarino, professore dell’Università Bocconi di Milano.

 

La digital tax dovrebbe entrare in vigore in Italia il primo gennaio 2020. A che punto è e quali sono le difficoltà incontrate in questi anni?

Al momento è nel pacchetto della Legge di Bilancio che dovrebbe essere approvata entro la fine dell’anno. Era stata anche approvata nel Bilancio del 2019, ma l’entrata in vigore era subordinata all’emanazione di un decreto ministeriale che doveva essere emanato entro quest’anno. Questo decreto, però, non è mai stato adottato dal Governo in carica fino ad agosto né tantomeno da quello attuale. Essendo stata riproposta all’interno del Bilancio 2020 dovrebbe entrare in vigore dal primo gennaio. Questa volta, però, la sua attuazione non sarà subordinata all’adozione di un decreto ministeriale. La cosa interessante è che nel testo attuale vi è una forma di ‘sunset legislation’ (o ‘sunset clause’). Questa espressione serve a designare leggi che sono a tempo o la cui abrogazione è sottoposta ad una qualche condizione sospensiva. Nella fattispecie, qualora venga approvata una direttiva europea per la tassazione dei servizi digitali, la legge sarà automaticamente abrogata.

Più complicato, invece, il quadro a livello europeo con la proposta della Commissione bocciata a marzo. La Von Der Leyen ha indicato la digital tax come uno dei punti principali nella sua guideline programmatica. Come prevede che si evolverà la vicenda?

Bene che l’Italia abbia introdotto questa direttiva, ma sarebbe meglio vi fosse una digital tax a livello comunitario. Questo non per il solito ragionamento di un avvicinamento della legislazione, ma perché, a livello di geopolitica globale, delle regole comuni nei confronti dei colossi del web da parte dell’UE sono molto più efficaci, sia sotto un punto di vista tecnico – sia perché evita il free riding – sia a livello di rapporti politici con i grandi blocchi, quali USA, Cina e così via. Se la adottano solo l’Italia e la Francia, ma tutti gli altri Paesi non lo fanno, l’effetto è limitato ai confini nazionali di uno Stato e può essere in qualche modo aggirabile. Se un grande blocco come l’UE dovesse adottarla, volendo fare attività digitali nel più grande mercato del mondo che consta di più di 500 milioni di consumatori, diventerebbe più problematico aggirarla. Per quanto riguarda l’evoluzione del quadro europeo non è facile fare previsioni, anche perché la nuova Commissione si è appena insediata. Nell’UE, per l’approvazione di hard-law, cioè in materia di diritto comunitario vero e proprio, quindi direttive e regolamenti, ci vuole l’unanimità. Come è noto, però, c’è chi è contrario all’adozione di certe normative. Essendo nell’agenda, si spera che qualche forma di normativa, magari più modulare o con modalità un po’ più soft-law, cioè con dei regimi differenziati o simili, possa essere approvata.

È stato calcolato che la manovra italiana consentirebbe di avere un gettito dell’1% circa sulle entrate fiscali nazionali. Sotto questo punto di vista, allora, quanto sarebbe importante avere una legge comunitaria e poi, magari, attuare una politica ridistributiva?

Sì, sulle entrate nazionali avrebbe un gettito marginale. A livello europeo, invece, potrebbero esserci delle forme di pensiero fiscale creativo nuove. L’UE non ha un sistema fiscale integrato, però, nel momento in cui ci fosse questa special digital tax europea, con un gettito molto significativo e con un impatto più strutturale – anche perché non si può pensare di non operare sul mercato europeo solo perché c’è la digital tax – il ricavato potrebbe essere utilizzato per scopi specifici, magari ripartito per fondi strutturali europei di modernizzazione. Va anche detto che se, come previsto, il Regno Unito uscirà dall’UE il 31 gennaio e qualora Londra dovesse proporsi come paradiso fiscale non imponendo alcuna digital tax, allora il blocco europeo potrebbe sanzionare pesantemente questo tipo di free ride. Tali misure dovrebbero essere efficaci sotto questo punto. Ci vuole anche un po’ di real politik in queste cose, anche se sarebbe bello che ci fosse pure il Regno Unito così da formare un blocco coeso.

La digital tax italiana così concepita è più un primo tentativo per arginare le grandi compagnie tech o è una soluzione definitiva? Si potrebbe lavorare anche ad altro? Se sì, su cosa?

Ecco, questo è il punto. Va benissimo introdurre queste forme di destination-based tax su una base imponibile, che non sono i profitti netti, ma che è il fatturato. Questa forma tutela gli interessi dello Stato territoriale dove di fatto queste grandi imprese vanno ad operare rivolgendosi a degli utenti localizzati in quello spazio. Bene perché, allo stato attuale, tassare queste imprese sugli utili di bilancio netti è un’impresa tecnicamente impossibile. Va però chiarito in maniera estremamente netta che questo tipo di prelievi servono in maniera molto marginale ad affrontare il problema della tassazione delle multinazionali e, in particolare, quelle che operano online. Il motivo è presto detto. Gli Stati nazionali si ostinano a tassare le multinazionali cercando di individuare, con tecniche complesse, transazioni o redditi localizzati nel territorio, come se questi redditi avessero effettivamente una fonte o fossero localizzabili. I redditi delle multinazionali, invece, sono ontologicamente per loro struttura globali. Non è, quindi, ragionevole né possibile andare ad individuare dove si trovano questi redditi nella loro catena del valore. Tanto più questo vale per le multinazionali ‘Over the top’. Il modello di business che esse adottano – sostanzialmente una raccolta pervasiva dei dati e dei comportamenti degli utenti che viene in vario modo monetizzata – è assolutamente non suscettibile di essere soggetta a delle imposte che sono basate sulle transazioni di beni e servizi: non c’è proprio questo meccanismo. Gli Stati, quindi, dovrebbero non solo proteggere le loro pretese nazionali-territoriali con questi strumenti – per quello che possono contare – ma pervenire ad accordi multilaterali seri in cui ognuno degli Stati OCSE coinvolti si impegna a tassare le multinazionali sui redditi ovunque prodotti e a scambiare completamente le informazioni. Questo perché le multinazionali, specialmente quelle operanti nel web, si avvalgono di una doppia esenzione. Pagano niente, o poco, nel Paese dove vanno ad operare e poi con una serie di tecniche – al momento attuale considerate legali – non pagano nel proprio Stato di origine. Si determina, quindi, una forma di regulatory arbitrage, per cui queste multinazionali non sono fiscalmente regolamentate di fatto da nessuno Stato. Quindi, invece di tassarle alla fonte, bisognerebbe tassarle nello Stato della residenza dove si trova la sede di queste multinazionali. Come avviene, peraltro, con le persone fisiche. Oggi, una persona fisica residente in un certo Stato-Nazione deve pagare le imposte sui redditi globali in questo Stato-Nazione. Tutti gli Stati, adesso, con la campagna che c’è stata sullo scambio di informazioni, in particolare per i paradisi fiscali, danno tutte le informazioni necessarie e, quindi, poi, questi soggetti nel caso in cui avranno pagato delle imposte all’estero se le potranno scomputare dalle imposte dello Stato di residenza. Questa è una strategia vincente contro i redditi globali delle multinazionali perché c’è un Governo che, anche nei confronti degli altri Esecutivi, si assume la responsabilità di tassarle. Oggi questo non avviene ed è facile per le multinazionali operare secondo il famoso detto ‘divide et impera’. Così facendo tanti piccoli Stati prendono le briciole e sono vittime della perfetta mobilità del capitale, la cosiddetta concorrenza fiscale, quindi delocalizzazione, perdite di investimenti e di posti di lavoro. Cercando di attirare il capitale straniero, gli Stati in realtà si autodanneggiano. Nella narrativa della digital tax attuale invece le multinazionali sono felicissime perché, in questo modo, posso provare di adempiere concretamente a tutti i loro debiti tributari, addirittura stabiliti da una legge. Bisogna dunque stare molto attenti con queste forme di tassazione digitale territoriale, che vanno benissimo, ma sono soltanto un piccolo tassello in un quadro geopolitico che dovrebbe essere molto più ampio.

Quali manovre potrebbero mettere in atto le multinazionali digitali per cercare di aggirare la digital tax francese o italiana?

Non credo che una volta entrate in vigore queste leggi le multinazionali avrebbero un certo interesse ad ‘aggirarle’, quindi eludere in maniera illegale questi meccanismi. Semplicemente si renderanno compliant rispetto a questi meccanismi, però, una grossa profittabilità delle loro operazioni, che è spalmata sul globo terracqueo, non sarà catturata da tale meccanismo. Lamentandosi si sottoporranno a questo meccanismo che, però, andrà a scalfire solo in misura marginale le strategie globali che le multinazionali stanno perseguendo. Ci saranno ampie aree di erosione del meccanismo, di legittimo risparmio di imposta, che rimarranno evidentemente aperte per i motivi elencati in precedenza. Non ci deve essere una tassazione soltanto in base alla destinazione, ma ci deve essere soprattutto un’assunzione di responsabilità da parte dei Governi di tassare le proprie multinazionali. Certo si potrebbe obiettare che è difficile individuare la sede principale di una multinazionale, che proprio in quanto tale non si può dire dove abbia tale sede. Questo ragionamento è solo in parte vero perché attraverso una serie di test e di criteri si può identificare da dove provengono le determinazioni strategiche di un’impresa, con norme anche per evitare l’aggiramento di queste regole che attribuiscono la responsabilità ad uno Stato. Io dico sempre che è molto più facile stabilire dov’è la sede di una multinazionale rispetto a ripartire i profitti di questa con precisione tra centinaia di giurisdizioni. Sono due problemi, uno difficile e l’altro difficilissimo: meglio scegliere quello risolvibile piuttosto che quello irrisolvibile.

Data la polemica lanciata da Trump sembra che la digital tax apporterebbe un danno alle casse del fisco statunitense. Ma è davvero così o graverebbe solamente sulle multinazionali?

È comprensibile in questa era di sovranismo pernicioso, specie se promosso da un Paese ex/egemone in un contesto globale come gli USA. Evidentemente, visto da questa prospettiva, sbagliata in partenza, l’impostazione della digital tax è vista come un dazio. Dato che, di fatto, negli USA questi colossi digitali sono detassati, questo meccanismo della digital tax viene percepito come un dazio a cui reagire, come fa Trump, in un atteggiamento da trade wars che prevede l’innalzamento vicendevole dei dazi. Questa, purtroppo, è la narrativa che questo sovranismo imperante, unitamente alla perdita dell’egemonia USA e della crisi del neoliberismo, porta avanti. Non vedo come la digital tax possa apportare danno alle casse del fisco americano.

L’atteggiamento minaccioso di Trump può demotivare, sotto l’aspetto politico, il tentativo europeo nel cercare di formulare una legislazione comune in materia digitale?

Purtroppo può avere un effetto negativo sull’implementazione a livello europeo della digital tax. Anche perché il cosiddetto corporate power di queste multinazionali è una leva negoziale fortissima. Ci sono fortissimi interessi all’interno dell’Europa di allinearsi a questo tipo di logiche. Quindi, evidentemente, non è un fattore che aiuta. D’altro lato, su altre tematiche importanti, alte, etiche, esistenziali – come il clima, la tutela di un certo tipo di welfare – l’UE dovrebbe avere il coraggio di ergersi ad area geopolitica che prende certe posizioni. Io ritengo, inoltre, che sotto un punto di vista meramente strumentale, sia anche interesse strategico per l’Europa difendere il proprio mercato interno. Questo anche perché le multinazionali digitali europee non sono così importanti come quelle americane, c’è un’asimmetria. Bisogna che l’UE vada avanti almeno con la promozione di una digital tax europea che è molto meno marginale di digital tax nazionali.

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