giovedì, Dicembre 12

Deterrenza sullo spazio: guerre stellari a 60 anni dallo Sputnik Stati Uniti e Russia non sono più gli unici big player spaziali, e le possibilità di attacchi e incidenti ad alta quota si moltiplicano

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Pochi giorni fa cadeva il sessantesimo anniversario del lancio del satellite russo Sputnik nello spazio. L’avvenimento, oltre che segnare un importante traguardo per la scienza e la tecnica, ebbe profondi significati politici e militari. Il successo dello Sputnik del 4 ottobre 1957 segnalava l’importanza degli investimenti che l’Unione Sovietica dedicava alle tecnologie balistiche e spaziali. Gli Stati Uniti e la NASA, per motivi di sicurezza e, in parte, di prestigio, non potevano permettersi di stare indietro.

Iniziò dunque la cosiddetta ‘corsa allo spazio’, e quella che viene definita ‘prima era spaziale’, che va dal 1957 al 1990. Questo pionieristico periodo vedeva le due superpotenze globali ottenere un oligopolio di fatto del cosmo. Data la rivalità tra Mosca e Washington e le tensioni della Guerra Fredda che facevano presagire un’imminente terza guerra mondiale tra est e ovest, è naturale che anche questo settore della ricerca scientifica e dello sviluppo tecnico fosse destinato ad avere applicazioni per lo più belliche (il 70% di tutti i satelliti lanciati era di tipo militare).

Le tecnologia di intelligence, monitoraggio e comunicazioni che i satelliti offrivano rese immediatamente chiara l’importanza del ‘fronte galattico’ in un’eventuale guerra tra i due blocchi. Vennero sviluppate e testate armi terra-spazio, testate nucleari puntate sul cosmo e sistemi di attacco verso la ‘low Earth orbit’ (LEO). Nel 1959 gli Stati Uniti tentarono di montare dei missili Bold Orion sui B-47. Nel 1962 fecero esplodere una testata nucleare da 1.4 megatoni nello spazio. A partire dagli anni ‘60 Russia e Stati Uniti svilupparono armi capaci di colpire i satelliti nella LEO. Col tempo vennero stipulati i primi trattati, che regolamentavano i test, le costruzioni, e la condotta da seguire nello spazio: la deterrenza nello spazio aveva ripercussioni su quella giù sulla terra.

Un report del CSIS (‘Center for Strategic & International Studies’) analizza i pericoli che una guerra ‘galattica’ potrebbe scatenare ora, nella ‘seconda era spaziale’. L’oligopolio russo-americano della Guerra Fredda, è oggi un ricordo lontano: con l’entrata in gioco di attori come la Cina, l’India, il Giappone e l’Unione Europea, il 43% dei nuovi satelliti appartengono a nazioni diverse da Stati Uniti e Russia. Il ‘nuovo’ Spazio è molto più caotico di quello gestito dalle sole due superpotenze della seconda metà del secolo scorso: più bersagli potenziali significano maggiori possibilità che un attacco scateni ripercussioni indesiderate e impreviste. E non si tratta di sole entità statali: compagnie sempre più ambiziose, come la ‘Space X’ di Elon Musk, sono da anni al lavoro per riuscire ad offrire i viaggi spaziali a chiunque sia disposto a pagare per questa nuova frontiera del turismo. I satelliti per usi ‘commerciali’ hanno raggiunto un picco tra il ‘95 e il 2000, e ora ammontano al 30% dei lanci totali.

La ‘seconda era spaziale’, inoltre, si è aperta con un battesimo del fuoco per l’arsenale spaziale militare americano. La Guerra del Golfo, nel 1991, ha visto l’ampio impiego di satelliti nelle operazioni militari. L’uso delle infrastrutture spaziali per coordinare la guerra ‘terrestre’ ha visto un aumento esponenziale. Si guardi all’impiego dei missili guidati da satellite nelle recenti operazioni militari americane: si passa dall’8% nella missione Desert Storm del ‘91, al 60% durante l’invasione dell’Iraq nel 2004, fino all’attuale 96% della guerra in Siria.

Insomma, l’importanza dei satelliti ne fa dei potenziali bersagli primari in una guerra. Il problema è che oggi le stesse logiche che hanno permesso l’equilibirio tra Usa e Russia, delicatamente bilanciato dalla deterrenza nucleare e dagli accordi bilaterali tra i due blocchi, potrebbero non essere più valide. A questo si aggiunge il fatto che i vecchi accordi tra Mosca e Washington non sono stati firmati dai Paesi che ora hanno un programma spaziale. Con il progresso tecnologico degli ultimi vent’anni, inoltre, i potenziali attacchi che possono sabotare o distruggere un satellite sono aumentati.

I più comuni e ‘diretti’ sono detti attacchi cinetici fisici: si tratta di bombardare – più o meno direttamente – il satellite nemico con un’arma ASAT, pensata per l’obiettivo. Naturalmente, più l’altitudine è importante più questa tattica richiede armi particolari e complesse. Rientra in questa tipologia anche l’attacco alla stazione spaziale alla quale il satellite è collegato. Nello spazio, non è difficile che esplosioni di questo tipo, difficili da controllare, rischino di provocare un indesiderato ‘fuoco amico’. I detriti causati dall’impatto o dall’esplosione rischiano di danneggiare satelliti neutrali. E’ anche per questo che dal 1963 una convenzione ha proibito l’esecuzione di test nucleari in orbita.

Gli attacchi ‘non cinetici’ sono invece più sottili, ma non per questo meno efficaci. Piuttosto che colpire un satellite con un’esplosione, utilizzano altri metodi per ‘accecarne’ i sensori, renderlo fuori uso, o disturbarlo momentaneamente. Attacchi con micro-onde e laser possono danneggiare i satelliti quanto tradizionali esplosioni. La tecnologia in questione è avanzata, ma non irraggiungibile: il report parla di un episodio, nel 2006, in cui un laser cinese ha tentato di colpire un satellite americano, probabilmente con l’obiettivo di renderlo momentaneamente cieco. I russi stanno lavorando per montare i dispositivi per questo genere di attacchi sui veivoli, in modo da renderli più difficili da individuare, e aumentarne il raggio d’azione.

Si è fatto un gran parlare della funzione geopolitica degli hacker, dai massicci cyberattacchi in rado di colpire infrastrutture vitali di un Paese, al sabotaggio informatico di armamenti come missili e droni. Gli attacchi ‘elettronici’ possono estendersi fino allo spazio. Tattica basilare è per esempio quella del ‘Jamming’: l’interferenza elettromagnetica operando sulle stesse frequenze comunicative dei satelliti nemici. Il sistema non danneggia in modo permanente il satellite ma è estremamente economico: gli Stati Uniti subirono attacchi di questo subito dopo l’invasione dell’Iraq, quando l’esercito del Paese era già sostanzialmente sconfitto. Lo stesso si può dire dello ‘Spoofing’, tattica che tenta di mimare un segnale per dare coordinate e informazioni false al satellite bersaglio.

Come qualsiasi dispositivo provvisto di software e collegamenti a sistemi informatici, inoltre, un satellite può essere hackerato virtualmente come ogni altro computer. Un hacker esperto può cancellare dati importanti, prendere il controllo del satellite e persino ‘autodistruggerlo’, senza che alcun missile venga lanciato. Il report cita degli episodi, nel 2008, in cui i tecnici americani persero il controllo di un loro satellite, colpito da un cyberattacco, per 2 e poi 9 minuti.

Le vulnerabilità di un satellite sono parecchie. Come per il rischio di un conflitto nucleare, anche in questo caso, la deterrenza è una potente arma di prevenzione. Definita come «lo scoraggiare il nemico dall’intraprendere azioni militari, ponendogli davanti la prospettiva di un rischio che compensa il possibile guadagno», il concetto di ‘deterrenza’ si è evoluto anche per quanto riguarda lo scenario di una guerra spaziale.

In entrambi i casi le premesse iniziali – quelle di due schieramenti contrapposti – hanno fatto largo alla multipolarità attuale. Inizialmente lo spazio era visto come un secondo campo di battaglia, intrinsecamente collegato alla guerra nucleare – che dipendeva in buona parte da esso. Il report di CSIS indica però che nella ‘seconda età dello spazio’, questo è diventato un dominio completamente separato, e che segue logiche a se stanti: «la rivoluzione commerciale nello spazio ha eliminato il controllo esclusivo una volta goduto dalla difesa, dall’intelligence e dalle agenzie del governo». Non si seguono può politiche di “distruzione permanente”, ma “opzioni temporarie e reversibili”.

Il rischio è che il numero e la natura degli attori presenti nella seconda età dello spazio moltiplichi equivoci, incidenti ed escalation. Buona parte della nuova deterrenza spaziale passa per la credibilità e la comunicazione degli Stati Uniti, che deve essere più chiara possibile. Evidente deve anche essere la vera e propria capacità, in termini di mezzi e volontà, da parte degli USA di reagire a eventuali attacchi. Questo richiede la giusta ‘attribuzione’ della responsabilità dell’attacco, la resistenza della rete satellitare nel suo complesso, e l’uso di soglie di allerta ponderate (nella prima età dello spazio un attacco anche minore veniva trattato come emergenza massima, poiché si assumeva che fosse il primo passo verso un escalation nucleare).

Il dominio spaziale, oggi, non è più simmetrico: gli Stati Uniti godono di un vantaggio sostanziale sulla maggior parte degli altri Paesi coinvolti nella ‘corsa’ allo spazio solo in tempi recenti. Tuttavia, gli USA sono anche sproporzionatamente dipendenti dal loro sistema di satelliti. In uno scontro nello spazio gli Stati Uniti sarebbero quasi sempre la nazione che subirebbe più danni. Questa è un’altra grande differenza tra la vecchia deterrenza nucleare tra Stati Uniti e Unione Sovietica, e la nuova, multipolare, tra i Paesi che intendono dotarsi di satelliti militari. Quello spaziale, se mal gestito, potrebbe essere il ‘tallone d’Achille’ dell’intera macchina bellica americana, vista la sua importanza anche per condurre le operazioni militari di Washington sulla Terra.

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