lunedì, Dicembre 16

‘Destra radicale’: la reazione scandinava all’immigrazione Il Governo teme i populisti e corregge il tiro sull'immigrazione

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Dall’inizio della cosiddetta ‘emergenza immigrazione’ come fenomeno legato alla guerra civile siriana e ai flussi di profughi (o presunti tali) che il conflitto ha riversato verso l’Europa, la Svezia si è distinta per l’assoluta apertura della sua Nazione – in un momento che metteva le nazioni del Continente davanti a un dilemma morale importante.

Nel 2015 la Svezia – una nazione di meno di dieci milioni di abitanti – ha accolto più di 160.000 richiedenti asilo. Un numero imponente che si è tradotto in un aumento della popolazione di quasi il 2%, qualcosa di imprevedibile per un Paese con livelli di natalità piuttosto bassi, tipici dell’Europa settentrionale.

Impensabile che una politica così radicale non scatenasse una reazione popolare di intensità uguale ma direzione opposta, che è stata poi legittimata nella narrazione della stampa mainstrem: è questo il ‘j’accuse’ pubblicato sul portale ‘The Conversation’ dal titolo ‘Scandinavia: the radical right meets the mainstream.

Secondo l’autrice Mette Wiggen, i Paesi scandinavi, noti per il tradizionale liberalismo che permea ogni aspetto della loro cultura e politica moderne, non sarebbero immuni  dalla «legittimazione dell’ideologia di destra radicale che sta prendendo piede in tutto il mondo». Sembra, effettivamente, che i governi scandinavi si siano resi conto di aver fatto il passo più lungo della gamba –sia per quanto riguarda i costi finanziari dell’immigrazione, che quelli sociali e meramente elettorali – quando hanno stabilito le generose quote e politiche per l’accoglienza dei profughi in Svezia e Danimarca.

Le nazioni del nord hanno goduto per diverso tempo della totale apertura reciproca delle frontiere: un vantaggio dato innanzitutto dagli accordi presi tra i Paesi nordici negli anni ’50, e poi rinforzato da Schengen. Una politica, questa, che mai è stata vista con sospetto o considerata rischiosa, viste anche le affinità e la vicinanza culturale che le nazioni presentano tra loro.

Tutto questo è cambiato proprio quando la crisi migratoria, tra il 2015 e il 2017, ha portato milioni di persone dalla Siria, dall’Afghanistan, Iraq e altri paesi del Medioriente (e non solo) a imbarcarsi in un lungo e rischioso pellegrinaggio verso dei Paesi che sembravano offrire opportunità di lavoro, welfare generoso e, in generale, una società abbastanza aperta e tollerante verso aspiranti cittadini provenienti da background culturali radicalmente diversi da quello delle nazioni ospitanti.

Il Governo svedese ha dunque deciso di reagire all’immenso esodo – e a chi ne approfittava spacciandosi per profugo – introducendo controlli di passaporti e visti al confine con la Danimarca, per decenni la via più aperta e libera verso l’Europa continentale. Quelle che dovevano essere delle ‘misure provvisorie’ sono state poi puntualmente rinnovate: nel novembre 2016 si parlava di estendere il periodo d’emergenza fino al febbraio successivo, e in febbraio la scadenza dei controlli è stata rinviata alla fine della primavera. Sulla stessa linea si è mosso il Governo danese: “la Danimarca implementerà questi controlli finchè questo sarà necessario”, aveva dichiarato Inger Stojberg, Ministro per l’integrazione.

Nonostante a maggio si leggessero dichiarazioni che indicavano un imminente ritorno alla normalità (comprensibile, ora che il numero di richiedenti asilo si è sensibilmente ridotto, scendendo alle 30.000 unità), il Ministro dell’Interno svedese Anders Ygeman ha rassicurato che “non torneremo ai livelli del 2015”.

Rinforzando i controlli ai confini e tentando di governare i flussi migratori, secondo la Wiggen, il Governo svedese starebbe di fatto legittimando le richieste e le preoccupazioni dell’elettorato dei ‘Democratici Svedesi’, partito populista che è passato dall’essere visto come il paria della politica nazionale a ricoprire il posto di seconda forza elettorale della Svezia. Il pezzo della Wiggen descrive i ‘Sverigedemokraterna’ come un movimento dalle «radici fasciste»: in realtà già dai primi anni ’90 il partito ha conosciuto una fase di ‘purificazione’, con le correnti più estremiste – che effettivamente erano presenti – costrette a lasciare l’organizzazione. Insomma, sarebbe un po’ come accusare il nostro Partito Democratico di esser nato dalle ceneri del vecchio PCI filo-sovietico, o ricordare i tempi – ormai passati – in cui i democratici americani si autoproclamavano “il partito dell’uomo bianco”.

Inoltre, come pure l’articolo riconosce, i partiti di destra, in tutta la scandinavia, hanno «monopolizzato e si sono appropriati dei valori liberali universali, collegando i diritti dei gay e delle donne alla cultura e ai valori nazionali, indicando come questi non siano compatibili con la cultura degli immigrati»: difficilmente si può parlare di una minoranza estremista o in alcun caso ‘reazionaria’. Se si considera poi che sia i Democratici Svedesi che il Partito del Progresso (partito ‘populista’ norvegese) sono tra i più aperti sostenitori di Israele e del sionismo, cade anche l’accusa di antisemitismo, legittima solo se rivolta ad alcune frange particolari dell’estrema destra scandinava.

La Wiggen prosegue il suo articolo scrivendo con indignazione che ‘Nya Tinder’ (‘nuovi tempi’) un «giornale della destra radicale» dell’opposizione, sia stato invitato alla più grande fiera del libro nazionale svedese a Goteborg. E’ ironico, risponde alle accuse la Redazione dello stesso giornale, che «il tema della fiera doveva proprio essere quello della libertà di espressione, festeggiando i 250 anni del ‘Swedish Freedom of the Press Regulation’ [la legge svedese sulla libertà di stampa, ndr]. Nya Tider è l’unico partecipante a non essere più il benvenuto, nonostante la presenza di diverse organizzazioni comuniste e islamiste». Quello che l’articolo della Wiggen non racconta è che il giornale è stato poi bandito dalla fiera sotto le pressioni di alcuni gruppi di sinistra.

Insomma, più che di pericolose reazioni di estrema destra, si deve parlare del risveglio di un popolo che ha creduto, in buona fede, alla possibilità di accogliere e integrare un numero sempre più alto di profughi e immigrati e che si trova ormai costretto a ricredersi e cambiare rotta. Il triste episodio di Stoccolma, dove un richiedente asilo si è schiantato sulla folla in una delle ‘vie dello shopping’ principali della capitale a bordo di un camion, ha certamente contribuito all’indurirsi della posizioni degli svedesi nei confronti dell’immigrazione, almeno stando alle interviste: «abbiamo accolto più persone di quante ne possiamo aiutare, e non penso che vada bene», dichiarava ad aprile in un’intervista a ‘USA TodayAnna Lennartsdotter Lindbom, personal trainer di 42 anni. Specificando di essere «generalmente un’elettrice liberale», Anna dice di valutare di votare per la destra, e che lo stesso intendono fare i suoi amici e colleghi.

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