Democrazia impigliata nella rete dei giganti del web Lo sviluppo, il raggio d’azione e soprattutto l’influenza, la persuasione e la manipolazione dei social network globali, costituiscono un freno ed un pericolo per l’azione della democrazia

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La storia del genere umano è contrassegnata da simboli e segni (icone, immagini, date) funzionali a rendere eclatantiin una trasmissione intergenerazionale imprese ed avvenimenti di rilievo per la memoria individuale e collettiva. L’esercizio della memoria ci avvicina a chi ci ha preceduto per paventare un futuro consapevole. Agganciare il passato che non passa per un futuro che deve arrivare. Ma la memoria che ha necessità di essere custodita rischia spesso un effetto non voluto nel sacralizzare tornanti della Storia, paventando una fissità psicologica e politica. Almeno da Cristo in croce. Si pensi allOlocausto nazista con la Soluzione Finale’, il cui tragico vissuto viene vissuto con fastidio ed indifferenza. Ma poi ci sono le torri Gemelle dell’11.9.01 e la spianata di oggi con un muro e cognomi di tutte le vittime inconsapevoli di quell’attacco terroristico. E si potrebbe continuare.

Interna a questa necessità degli attori sociali di ricordare, riconoscere, identificare atti parole ed avvenimenti, si muovono forze, palesi od oscure, che fanno dell’identità, della genesi, dell’atto fondativo il fulcro di una mitologia utile a rinserrare i ranghi ed a marciare uniti verso orizzonti di gloria. Riproponendo un passato da idealizzare, un fermo immagine identitarioassicurativo e securitario, un’immobilità tra uguali che nega ogni novità insita nella rischiosa differenza della somiglianza. Perché l’uguale replica il suo doppio, la somiglianza seleziona tra distanze e vicinanze, scegliendo il rischio insito nella differenza. Molto in piccolo si pensi alla pagliacciata della fonte’, di che?, d’acqua del Po generatrice di senso per i padani, che non sono un’etnia e per la Padania, ampio agglomerato anonimo. Grottesco lascito di un ignorante e volgare con le donne (come sempre)senatur, a significare una ‘nascita’ fondativa per dimenticati o invisibili contro ‘loro’, ce ne vuole sempreuno nelle destre e negli autoritari che si contrapponga ad un ‘noi’, qui ‘Roma ladrona’, quella su cui succhiato denaro nostro i ‘cafoni e volgari’ eletti che blateravano contro, poco schifiltosi! Loro non sanno, ma è sempre pecunia non olet! Dunque l’esigenza umana di simbolizzare un evento produce un effetto mitologico. Invece nel caso che qui discuto il mito fondativo è apparsolabile, silenzioso, infiltrandosi nelle nostre coscienze in modi leggeri ed inavvertiti. Per poi diffondersi come un dominio per tutti e divenire il maggiore produttore di senso della nostra epoca. Parlo della trasmissione elettronica dei dati e del www, il world wide web attivo dal 1991, la diffusione della Rete e di Internet.

Dietro Internet però per come oggi lo conosciamo e lo subiamo, c’è un assassino, un cognome, una data. Pare la trama di un noir, una decisione che ha cambiato la storia dei social network privi di leggi e norme regolative. Attori singoli che governano il mondo dai propri consigli di amministrazione, con profitti spropositati con cui determinano comunicazione e senso del pianeta, in barba a governi silenti o complici che ne facciano rispettare regole e norme. Così i colossi della Rete oggi manipolano le coscienze delle persone utilizzando i dati forniti da noi volontariamente in rete, così da ‘profilare’ i nostri dati per etnia, colore della pelle, religione, orientamento politico, da rivendere agli inserzionisti pubblicitari. Senza la nostra autorizzazione e consenso informato, e soprattutto, tema odierno, senza pagarci!

Si produce così un’asimmetria informativa tra chi sa tutto di noi mentre noi non sappiamo nulla di loro. Una più che potenziale minaccia per le democrazie, con spazi privi di regole e leggi. Profilazione dei dati e surplus ricavato dai nostri comportamenti futuri in rete, iniziati nei primi 2000 da Google e poi dai players globali ben descritti nella fondamentale analisi della Zuboff ne ‘Il capitalismo della sorveglianza’ da leggere per capire come veniamo derubati senza rendercene contodai media elettronici di cui non possiamo, pur volendolopiù farne a meno. Da una mail al controllo dei satelliti, dal lavoro da casa agli scambi economici, dalle relazioni sociali al brutto studio da casa, dalle banche dati alle funzioni sostitutive di umani con macchine che ci coadiuvano nelle faccende quotidiane. Fino all’intrusione di hacker nelle elezioni di altri paesi, come accaduto nelle elezioni americane del 2016, manipolazioni politiche, intrusioni in banche dati.

Una guerra nel cyber spazio che convoglia contrasti e conflitti in uno spazio virtuale, lasciando, teoricamente, la realtà reale in apparenza più sgombra di macerie. Peccato che poi dalle decisioni online si passa agli effetti offline nella realtà dell’esistenza globale. Da pochi anni questo strapotere dei social occupa il dibattito nell’opinione pubblica, tra governi, nella politica, evidenziando come la democrazia appaia incompatibile con la Rete così come è configurata. Meglio, lo sviluppo, il raggio d’azione e soprattutto l’influenza, la persuasione e la manipolazione dei social network globali, costituiscono un freno ed un pericolo per l’azione della democrazia. Questaffermazione può suonare forte a chi non abbia dimestichezza della stretta relazione intercorrente tra la vita degli individui, lo sviluppo delle società ed i processi di comunicazione mediatica, declinata nel villaggio globale. Già il caso Twitter-Trump è emblematico di una situazione nuova in un contesto sociale e giuridico come quello odierno, con il primo, un privato, che silenzia gli short messagesincendiari ed insurrezionali del secondo, manifestazione palese di un problema sfuggito di mano, in uno scenario privo di controllori e regolatori istituzionali. Con un corollario. Quella decisione di bannare un presidente, per quanto sociopatico e criminale, presa da un privato ‘venditore’ di un servizio telematico globale pone un interrogativo classico: ha fatto bene o no? Per quattro anni si è lasciato fare, facendo aumentare a dismisura il tasso di violenza e contrapposizione frontale nei messaggi e post, in America e nel mondo, lasciando che un criminale lanciasse indisturbato i suoi proclami insurrezionali e golpisti ai suoi tanti accoliti estremisti, per poi far finta di “riverginarsi” passando solo alla fine per difensore delle regole democratiche già ampiamente violate.

Un’ipocrisia. Perché la famosa ‘mano invisibile’ del mercato capitalistico, quella che regola in modo maniacale con rimbrotti, preoccupazioni, censure, stigmatizza, mette in guardia, opprime, soffoca (vedasi la Troika europea schiacciare, sotto comando tedesco, la Grecia all’inizio del decennio del nuovo secolo, ma anche gli organismi internazionali per non parlare di banche, fondi di investimento, i veri padroni del mondo, ed agenzie di rating che non legittimate da alcuno ma che quando parlano mandano messaggi trasversali che neanche le mafie…), nel caso dei colossi globali della Rete ha lasciato colpevolmente privo il mercato di alcuna azione regolatrice, vincolo o limite ai loro immensi poteri e spropositati arricchimenti. Un’occasione ghiotta per agireindisturbato persino nei paradisi fiscali in Europa!,ricavandone profitti giganteschi non pagati nei luoghi di raccolta e di produzione di servizi alle persone ed ai governi. Da Agnelli con Fca a Google a tanti altri che fanno ricchi profitti in Italia ma poi si pagano spiccioli di finte tasse in Olanda, Inghilterra, Lussemburgo. Uno scandalo. Anche io vorrei poter pagare un nulla di tasse in un paradiso fiscale europeo. Di cui nessun democratico parla. Ma è poi vero che se ne sono dimenticati oppure la storia sta in un altro modo? In fondo questi segreti possono essere scoperti, solo che lo si voglia.Raccontiamola questa storia. Con un formale antecedente storico, per cui il 29 ottobre 1969 avveniva il primo collegamento ‘dialogico’ tra due computer. Dunque ‘l’assassino’ cui ho fatto cenno ha usato 26 parole per uccidere Internet. Il suo nome è Jeff Rosseff. Carneade, chi è costui? È un giurista della US Naval Academy che scrive ‘The Twenty-Six Words that Created the Internet’. Qui ci interessa il paragrafo della sezione 230 del Communication Decency Act del 1996 che così recita “Nessun fornitore o utilizzatore di un servizio interattivo telematico sarà trattato come un editore o un portavoce delle informazioni prodotte da un altro fornitore di contenuto”. Dunque né editore né portavoce di un servizio telematico. Pochi hanno fatto caso a quella che diverrà un’enormità, che un occhio attento fa saltare sulla sedia, visti l’oggetto ed il contesto. L’obiettivo iniziale era di voler limitare la diffusione di contenuti osceni o pericolosi, come atti terroristici, pedofilia e quant’altro. La decisione fu presa riguardo ad alcuni casi tra cui quello di Jordan Belfort, l’ispiratore de Il lupo di Wall Street”, ottimo film del 2013 di Martin Scorsese, che narra ascesa e rovina di Belfort, spregiudicato broker newyorkese, interpretato da Leonardo Di Caprio. In sintesi il protagonista reitera truffe con moltissimi clienti, e con sodali spregiudicati, amorali e truffatori, accumula giganteschi profitti. Tra tanto sesso e droga. Padroni del mondo, insomma. Afferma Rosseff “Belfort fu accusato da Prodigy, un popolare provider di Internet, di essere un furfante. Quello intentò causa ed il giudice condannò la piattaforma perché, a differenza della concorrente CompuServe che non metteva becco in ciò che gli utenti scrivevano, decideva ciò che fosse o meno pubblicabile”. Insomma si comportava, Prodigy, assumendo un canone morale per cui pedofilia, terroristi, truffe ed altro venivano denunciate. CompuServe se ne fregò e navigò tranquilla. È qui interessante rilevare che Rosseff conferma che senza la sezione 230 il web 2.0 non sarebbe nato “Senz’altro non nella forma odierna (in apparenza libera ma di fatto priva di alcun controllo)”. Difatti l’aspetto cruciale sta nel fatto che “Non è un caso che tutte le piattaforme di maggior successo siano nate qui. Dubito che in Europa la legge avrebbe consentito loro la stessa immunità” (Riccardo Staglianò, la Repubblica, 14 novembre 2019). Nell’interstizio tra protezione e libertà configgono alti valori morali e più prosaici mega profitti. Quel codicillo di 26 parole prefigurava ciò che sarebbe successo, vale a dire che dall’iniziale utopia per un mondo migliore anche in rete con uno strumento che “ci avrebbe reso automaticamente felici… mentre viviamo in un capitalismo digitale che si fonda sulla manipolazione delle coscienze delle persone attraverso l’uso dei dati che forniamo spontaneamente per stare in rete”, come afferma uno di quelli che del web è stato un pioniere inventore della realtà virtuale, parola da lui coniata. Parlo di JaronLanier, divenuto prima miliardario con le falle sistemiche di Internet e ricercatore di Microsoft oggi pentitosi, sempre con miliardi!, che cerca di “aggiustare Internet”. Colpevolizzandosi per non aver gridato forte quando “mi sono accorto che stavamo andando nella direzione sbagliata”, cioè quella che subiamo come utenti tutti noi oggi.

Alla fine parziale di questa storia ci troviamo in un mondo comunicativo che subisce i soprusi di monopoli che si fondano sulla comunicazione pubblicitaria che ci opprime ogni giorno in modo asfissiante mentre la “sorveglianza di massa e la modifica del comportamento delle persone che si possono ottenere quando hai i dati personali sono tutta un’altra storia”. La cui forma di resistenza consiste oggi, ad armi spuntate a favore di ricchi monopolisti che controllano dati, senso e potere del mondo, nel capire come poter agire per sollecitare governi ed istituzioni a porre un freno a poteri di privati che minacciano il mondo. Tornare indietro è impossibile. La storia non finisce qui e si deve continuare a parlarne. Almeno per una presa di coscienza che produca azioni di contrasto più consapevoli.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.