domenica, Agosto 18

Democrazia diretta: è la strada giusta? Con Luigi Bobbio analizziamo le criticità di questo modello

0

La rivoluzione digitale e il ruolo primario che internet – con i social network a farla da padrone – ha assunto come vettore di informazioni e idee, unita agli sconvolgimenti socio-economici di un mondo globalizzato e post crisi economica, ha costituito terreno fertile per un infatuazione sempre più forte tra buona parte della cittadinanza e gli strumenti di democrazia diretta.

Soprattutto tra i più giovani – nativi digitali e non solo – è cresciuta un’insofferenza di fondo verso le tradizionali forme della democrazia rappresentativa, che con i propri ritmi e procedure – tra pregi e difetti – è stata vista come inadatta o quantomeno lenta nel cercare di mettere una pezza alle questioni del nostro tempo, che soprattutto in Italia si presenta precario per gli under 35.
Quindi niente più filtro tra cittadini e decisioni prese dentro gli organi democratici, composto da politici riconducibili ad una categoria la cui denominazione ha dominato la retorica degli anni a cavallo della crisi economica: la casta. Niente più deleghe di sovranità a chi poi si occupa di altro rispetto a ciò per cui viene votato. Il popolo chiamato a decidere direttamente sulle questioni che lo riguardano, in quanto tenderà sempre a scegliere il meglio per sé.

Posto in questi termini, il richiamo della democrazia diretta non dovrebbe lasciare nessuno indifferente. Ma allora cosa stiamo aspettando?

Si potrebbe pensare che le forze contro una svolta del genere stiano remando contro il cambiamento (e può anche essere). Ma nel momento in cui anche il movimento politico nato sul mantra dell’’uno vale uno’ non dimostra chiarezza nei casi e modi in cui il popolo può decidere per se stesso, piuttosto che delegare ai rappresentanti o al leader, ecco che allora la facile costruzione retorica messa in piedi per giustificare il sogno di una democrazia diretta comincia a scricchiolare.

Occorre quindi fermarsi e ragionare prima di scoprire che magari la via intrapresa era quella sbagliata; ed è quello che abbiamo fatto con l’aiuto di Luigi Bobbio, politologo e professore di Scienza politica presso l’Università di Torino.

Tra le patologie della democrazia rappresentativa come la conosciamo, che hanno portato alla crisi della stessa, i difetti alla base dell’idea stessa di democrazia diretta e una strada alternativa, dove forse ci può essere spazio (in parte) anche per le decisioni poste direttamente nelle mani del popolo.

 

Gli ultimi anni sembrano essere stati un periodo d’oro per quanto riguarda la popolarità e la forza retorica dietro agli strumenti di democrazia diretta. Questa spinta sta scemando o resta ancora forte?

Non lo so, ma penso che possa crescere perché in fondo sta nello spirito del tempo che stiamo vivendo.

È veramente pensabile che la democrazia diretta possa sostituire, se non completamente, almeno parzialmente i tradizionali schemi della democrazia rappresentativa?

Io spero di no. Dicevo appunto dello spirito del tempo: c’è in questo periodo una specie di fiducia incondizionata, quasi sacra, nei confronti della maggioranza elettorale, come se la maggioranza del popolo non potesse mai sbagliare. E questa è una stupidaggine.

C’è anche un errore teorico dietro a questa adorazione per la democrazia diretta, che però credo continuerà. Basta vedere come ogni volta in cui qualcuno dice “adesso ascoltiamo il popolo”, a quel qualcuno tutti danno ragione.

Qual è l’errore teorico dietro l’idea di democrazia diretta?

È l’idea che la democrazia che si fondi solo sulla volontà del popolo, e che quindi si tratti soltanto di registrarla. Ma l’idea di democrazia non è quella di registrare ciò che la gente vuole, ma il discutere insieme del futuro collettivo, affrontando un ragionamento collettivo nella sfera pubblica.

Se si chiede semplicemente alla gente cosa vuole, senza che ci sia riflessione sulla natura del problema e delle sue implicazioni, si avrà un risultato falsato. Basti guardare alla Brexit, dove nemmeno chi l’aveva proposta aveva idea di cosa avrebbe significato uscire dall’Europa, tanto è vero che parecchi  mesi dopo l’esito del referendum, il Regno Unito non è ancora uscito dall’Unione Europea.

Quindi il problema non è quello di registrare le opinioni del popolo così come sono, ma far sì che il popolo ragioni.

Visualizzando 1 di 3
Visualizzando 1 di 3

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore