venerdì, Febbraio 28

Democrazia alla russa col fiato corto Dosi crescenti di autoritarismo minano funzionalità e popolarità del sistema che fa capo a Putin

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Come tutti ben sappiamo, raramente gli esiti delle consultazioni elettorali non sono tali, sotto questo o quell’aspetto, da consentire a tutti i contendenti di dichiararsi, se non proprio vittoriosi, almeno non perdenti o non tanto perdenti da dover riconoscere sconfitte senza se e senza ma. 

Succede anche nella Russia di Vladimir Putin, benchè, o tanto più perché, le prove delle urne vi si svolgono in circostanze, condizioni e modi alquanto diversi da quelli per lo più comuni in Occidente.

A Mosca e dintorni la voce del popolo si fa sentire, o meglio viene fatta sentire, attraverso filtri, per così dire, che altrove sarebbero considerati sufficienti a falsarla in larga misura. Checchè ne pensi Matteo Salvini, un patito del voto che assicura di trovarsi più a suo agio dalle parti del Cremlino che in altre capitali europee. 

Nella migliore delle ipotesi le elezioni russe possono definirsi semidemocratiche, ovvero “guidate” come si diceva un tempo di certi regimi solo aspiranti, forse, ad una vera democrazia. Anche Putin, che come tutti merita una chance fino a prova contraria, forse vi aspira, malgrado le opposte apparenze che tendono semmai a consolidarsi. 

E malgrado, naturalmente, la sua estrazione professionale di ex agente segreto. Non l’ideale, certo, per un governante modello, anche se proprio in terra russa si registrò un curioso precedente. Quello di Jurij Andropov, grande capo del KGB (contraltare sovietico della CIA), che spianò in certo qual modo la strada alla perestrojka di Michail Gorbaciov, grande quanto sfortunato riformatore dell’URSS in senso democratico. 

Il cui fallimento, poi, accompagnato da un forse eccessivo cedimento all’Occidente in politica estera, preluse al caos e agli sbandamenti che contrassegnarono la presidenza di Boris El’zin, tuttora ricordata dai più, in Russia, come esempio negativo di democrazia sia pure embrionale.

Il ritorno ad uno stato di “guerra fredda” con lo schieramento occidentale non poteva non pesare anche sulle scelte (o non scelte) di politica interna del successore di El’zin, presumibilmente spinto ad accentuare il carattere illiberale della “democrazia alla russa” dal timore che una minore coesione domestica potesse indebolire la tutela degli interessi e dei veri o presunti diritti nazionali. 

Il tutto con l’aggiunta della propensione di Putin, il “nuovo zar”, a ricollegarsi di preferenza con il regime sciaguratamente (a suo avviso) abbattuto nel 1917 pur rivendicando una continuità di fondo anche con quello rosso crollato nel 1991. 

L’impero dei Romanov aveva provato, senza entusiasmo, a modernizzarsi concedendo un parlamento (tornato oggi al vecchio nome di Duma) che ebbe vita breve e stentata ma secondo i nostalgici dello zarismo diede anch’esso un suo infausto contributo alla catastrofe rivoluzionaria. 

Putin non nasconde di temere come la peste qualsiasi rivoluzione o sollevazione più o meno popolare, anche perché allarmato da varie esplosioni recenti vicino o lontano dai confini della Russia, comprese quelle in Paesi non amici, capaci come le altre di esercitare pericolose suggestioni. Ma neppure crede, apparentemente, che una normale dialettica politica, ovvero lo sfogo parlamentare di diversi programmi, visioni e pulsioni, possa servire a scongiurare sbocchi violenti del loro confronto.  

Oltre ad adottare, perciò, tutte le misure, preventive e repressive, necessarie per mantenere un ordine pubblico inteso nel senso più rigoroso, il “nuovo zar” si è cautelato finendo con l’ammettere soltanto una rappresentanza parlamentare selezionata. Riservata, cioè, a partiti fedeli al “sistema” anche se formalmente di opposizione a quello di maggioranza e di governo, capeggiato di fatto dallo stesso presidente. 

E’ un po’ questo, insomma, il nocciolo della “democrazia alla russa”, che esclude nemici o critici aperti del “sistema” ovvero, in pratica, contestatori dell’operato attribuibile a Putin. Attenzione, però. Si deve dire proprio “attribuibile” e non “attribuito”. 

Una probabile maggioranza dei russi, infatti, all’interno di quella più numerosa che dichiara di avere fiducia in lui e approva ciò che fa, crede sinceramente che si tratti dell’uomo giusto nel posto giusto, una sorta di buon padre di famiglia che veglia su di essa come meglio non si potrebbe, almeno finora. E che, purtroppo, è raramente imitato dai suoi collaboratori anche più stretti, ai quali deve necessariamente affidarsi per la gestione del potere.

Solo così può spiegarsi il vistoso contrasto tra i copiosi consensi popolari di cui gode Putin personalmente, come attestano da tempo tutti i sondaggi d’opinione, e quelli molto più bassi riscossi dalla sua cerchia. A cominciare dall’uomo politico che l’ha finora maggiormente assecondato, e se si vuole servito, per oltre un decennio. 

Il premier attuale nonchè di ritorno, cioè, quel Dmitrij Medvedev che l’ha persino temporaneamente sostituito come presidente della Federazione per tenergli calda la poltrona, non occupabile secondo Costituzione per più di due mandati consecutivi (una delle poche furbate di Putin che i russi non hanno gradito).

Per non parlare, poi, della classe politica in generale. I membri del parlamento vengono per lo più considerati degli scansafatiche e mangiapane a tradimento, e Russia unita, il partito di maggioranza assoluta formalmente capeggiato dallo stesso Medvedev, è altrettanto screditato, non senza analogie con il PCUS, il partito unico sovietico di regola visto più di malocchio dei successivi leader del passato regime.

Durante il quale il leader praticamente fondatore e comunque più caratterizzante, Stalin, certo non noto per i modi felpati e le mezze misure, approfittava di una congenita tendenza russa per conservare prestigio e popolarità nonostante i propri crimini incolpandone di volta in volta i propri collaboratori e dandoli in pasto alla pubblica opinione oltre che, spesso, al boia, ovvero ai plotoni di esecuzione.

Putin, che di Stalin è un ammiratore solo parziale (per la vittoria sugli invasori nazisti, in sostanza) naturalmente non arriva a tanto, e d’altronde anche tra i suoi governati una parte probabilmente cospicua di quanti lo sostengono, col voto o in altro modo, sanno benissimo che tutto dipende in ultima analisi dal Number one, ciò che apprezzano e ciò che non gradiscono.

E se per caso ciò che non gradiscono prevale sul resto, ritengono che Putin, quanto meno in una certa situazione data, incarni il meno peggio anche perché più idoneo di altri a rimediare ad eventuali errori cambiando rotta. 

Speranza, questa, forse illusoria ma che potrebbe essere alimentata dall’impressione frequente, e ancora attuale, che il “nuovo zar” si comporti come un supremo arbitro, sufficientemente pragmatico, tra diversi indirizzi, pressioni e influenze piuttosto che un autocrate accecato da prevenzioni o dogmatismo. 

Non manca tra gli osservatori anche stranieri chi lo vede in balìa di questo o quel pensatore o ideologo, come ad esempio Vladislav Surkov, che esalta il putinismo come un nuovo sistema politico, destinato a durare persino per secoli e fondato sul presupposto che la Russia (e non è un’idea originale) possa per sua natura essere governata solo da uno Stato di polizia militarizzato.

La recente proclamazione putiniana della morte del liberalismo su scala mondiale solleva certo qualche dubbio su un minimo di fede democratica del personaggio e anche sulla sua devozione allo Stato di diritto. E lo stesso vale per l’omaggio da lui reso nei giorni scorsi, in consonanza con Xi Jinping, a Robert Mugabe, il presidente dello Zimbabwe appena defunto e da loro esaltato come un grande ed esemplare statista, quando si tratta notoriamente di uno dei peggiori tiranni africani, eroico solo nella lotta per l’indipendenza del suo Paese. 

Simili sortite possono però essere dettate dalla priorità strategica conferita all’emancipazione dell’orbe terracqueo, e in particolare del Terzo mondo, dall’Occidente colonialista e neocolonialista nonché dall’imperialismo o egemonismo USA, da un lato. Dall’altro, dall’utilizzabilità per Mosca delle simpatie filorusse di Paesi e partiti europei ribelli in qualche misura a Bruxelles in nome del sovranismo.

Rimarrebbe comunque da domandarsi perché Putin, a differenza di Xi Jinping, insista nel voler conservare quasi una parvenza, ormai, di istituzioni democratiche operative anche a costo di crescenti limitazioni e inesauribili trucchi e acrobazie, con conseguenti reazioni popolari oltre che dell’opposizione non solo antisistema, che a loro volta concorrono ad innescare un circolo vizioso apparentemente inarrestabile.

Così facendo il “nuovo zar” si differenzia dopotutto anche dai dirigenti sovietici prima di Gorbaciov. I quali conservavano sì, mostrando di tenerci, il periodico rito elettorale, ridotto tuttavia a pura cerimonia di Stato perché l’unica scelta possibile era quella di dire “no” alla lista del partito unico, che regolarmente otteneva quasi un cento per cento di “sì” privo di qualsiasi credibilità.

Votare era comunque obbligatorio e lo si faceva in massa, grazie anche al trasporto degli elettori ai seggi a cura dei luoghi di lavoro, comitati di caseggiato, ecc. Il putinismo resta ancora alquanto lontano da tutto ciò, benchè sia legittimo e anzi doveroso domandarsi quanto a lungo potrà ancora durare la differenza dal passato se il duplice trend in atto, delle rispettive azioni e reazioni, continuerà.

Il voto dell’8 settembre era circondato da molta e comprensibile attesa malgrado la modesta entità della posta in gioco. Doveva fornire indicazioni sugli umori del Paese dopo la sollevazione popolare dello scorso anno, massiccia benchè pacifica, contro l’innalzamento dell’età pensionabile che aveva provocato dissociazioni insolite, per quanto innocue, anche in parlamento.

E doveva soprattutto verificare quale sarebbe stato il pronunciamento nazionale, ancorchè indiretto, sull’esclusione sommaria, con una varietà di pretesti, di ogni oppositore antisistema dalla lista dei candidati alla nuova assemblea municipale di Mosca. 

Causa scatenante, come si sa, della riesplosione delle proteste di piazza protrattesi, nella capitale e altrove, per quasi tutti i fine settimana di luglio e agosto, con la partecipazione di numerose migliaia di persone, soprattutto giovani, e in forma pacifica benchè fortemente polemica. 

La violenza è stata usata invece dalle forze dell’ordine e squadre di loro informali collaboratori per reprimere il moto e punire, non solo col consueto suggello giudiziario, i suoi promotori o animatori. Con in prima fila, una volta di più, Aleksej Navalnyj, ma proiettando alla ribalta anche un paio di combattive attiviste femminili.

A differenza di quanto è avvenuto a Hongkong, non c’è stato alcun cedimento delle autorità alle richieste della piazza e ulteriori  misure repressive (ovvero vendicative, come qualcuno le ha definite) sono anzi state adottate dopo la consultazione elettorale, che non ha mancato di castigare il regime almeno in una certa misura.

Il sindaco di Mosca, Sergej Sobjanin, fedelissimo di Putin e per lo più considerato popolare oltre che efficiente, si è detto soddisfatto del responso delle urne forse perché si aspettava di peggio, anche sulla base di precedenti consultazioni cittadine. Ma probabilmente ha fatto buon viso a cattivo gioco, mentre Navalnyj ha invece esagerato, si direbbe, nel suo entusiasmo per un risultato che ha definito “fantastico”. 

Russia unita ha infatti perso circa un terzo dei suoi 38 membri dell’assemblea (45 in totale) eletta nel 2014, computando anche i 10 presentatisi come indipendenti (di comodo). Ha conservato così, di stretta misura, la maggioranza in un organo dotato, del resto, di scarsi poteri.

Ha dovuto comunque subire la ricomparsa in scena dei liberali della Mela (Jabloko), il più vecchio partito antisistema assente nell’assemblea cittadina dal 2006, che ha conquistato 3 o 4 seggi analogamente a Russia giusta, appartenente invece all’opposizione “di sistema” come i comunisti del PCFR, protagonisti dell’avanzata più rimarchevole (da 5 a 13 membri) quanto significativa.

L’erede del defunto PCUS, infatti, si era già distinto lo scorso anno osteggiando anche in piazza la riforma delle pensioni. Stavolta suoi esponenti e militanti hanno partecipato alle recenti manifestazioni ricavandone un profitto sul piano elettorale grazie anche al “voto intelligente” raccomandato da Navalnyj, ossia espresso anche a favore del PCFR, a Mosca come altrove, pur di colpire e indebolire Russia unita. 

Un’inedita convergenza di obiettivi e interessi, insomma, in nome e a vantaggio di valori democratici, che sembra confermare la tendenza del partito più nostalgico a svincolarsi da un ruolo sostanzialmente ancellare nei confronti di Russia unita. 

Lo accettavano sinora vecchi dirigenti, sostenuti da un elettorato per lo più anziano, ma pressati adesso da più giovani leve che ritengono possibile contestare Putin pur condividendo l’esigenza di opporsi a politiche ritenute ostili e a sgradite influenze occidentali. 

Il Cremlino, naturalmente, possiede tutti i mezzi necessari per rimettere in riga, volendo, anche l’alleato più inquieto. Non può non preoccuparsi, tuttavia, per l’estendersi delle contestazioni, dal momento che gli sta tanto a cuore la conservazione di elevati consensi popolari almeno per il massimo esponente del sistema. 

Consensi che, pur restando relativamente elevati, sono invece in sensibile calo da parecchi mesi, e rischiano di subire i contraccolpi di ulteriori cali delle quotazioni degli altri esponenti e delle istituzioni che rappresentano e nelle quali operano. 

Il tutto nel contesto di una situazione e di prospettive economiche che non accennano a migliorare, che pesano soprattutto, ma non solo, sui ceti meno abbienti, e il cui risollevamento richiederebbe scelte di fondo, delicate e probabilmente controverse in alto loco, che lo stesso Number one sembra esitare parecchio a compiere e che chiamano in causa la problematica dell’intero Paese, non rappresentato, ovviamente, soltanto dalla sua pur enorme capitale.

A Mosca, per completare il quadro che la riguarda, si è recato alle urne un misero 21% del corpo elettorale, e il responso è stato quello che è stato nonostante 560 casi di irregolarità (su 1700 in tutta la Russia) riscontrati da un centro di controllo indipendente.

La cifra non stupisce se è vero, come rilevato da un altro centro indipendente, ma demoscopico, ai primi di agosto, che le proteste contro la bocciatura di candidature sgradite erano approvate dal 37% dei moscoviti, contro un 27% di disapprovazioni. 

Lo stesso centro ha rilevato, un mese più tardi, che il 58% dei russi non condivide la versione governativa secondo cui le proteste moscovite sarebbero state fomentate dall’Occidente, mentre la loro multiforme repressione sarebbe stata giudicata eccessiva dal 41% degli interrogati contro il 32% di parere opposto.

Nella “seconda capitale” storica, la più tranquilla (oggi) San Pietroburgo già Leningrado, le cose sono andate meglio per il “partito del potere”. Il governatore della sua provincia, che mantiene la vecchia denominazione sovietica, è stato confermato con il 64% dei suffragi, sul quale incombe peraltro l’ombra di oscuri maneggi precedenti oltre ai 220 casi di irregolarità riscontrati nelle votazioni.

Ma è in tutto il resto del Paese che la tornata elettorale è stata meno penalizzante del temuto, per Russia unita, in confronto a Mosca. Tutti i 16 governatorati in palio nelle regioni sono stati assegnati a suoi uomini, grazie, probabilmente, anche ad un’ampia epurazione della categoria da parte del Cremlino in seguito ad una serie di scandali che l’avevano resa impresentabile.

Ha fatto un pò eccezione Chabarovsk, dove il partito sedicente liberaldemocratico (in realtà populista e sciovinista), altro componente dell’opposizione di sistema, ha sbaragliato il campo conquistando 34 seggi su 35 del consiglio regionale. Un ennesimo segno dell’irrequietezza, sembrerebbe, che caratterizza le terre estremo-orientali, reattive spesso in vario modo a loro particolari difficoltà e problemi.

Nell’intera federazione, ad ogni buon conto, la partecipazione al voto, regionale o cittadino, è stata sì doppia, nel complesso, rispetto a Mosca, ma il 40% non può ugualmente considerarsi appagante per un regime che al consenso popolare mostra di tenerci parecchio pur facendo poco, e semmai sempre meno, per consentire che si esprima liberamente. 

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