sabato, Dicembre 7

Democratici Usa: verso una discesa in campo di Michael Bloomberg? I problemi che hanno colpito Biden e Sanders potrebbero indurre il magnate ad entrare il gioco

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La procedura d’impeachment che l’apparato dirigenziale del Partito Democratico ha avviato contro Donald Trump non solo rischia con ogni probabilità di risolversi in un nulla di fatto per quanto concerne l’obiettivo fondamentale di rimuovere il presidente in carica, ma anche di rendere inevitabile l’estromissione dalla corsa alla nomination del candidato verso cui Nancy Pelosi e i vertici dell’asinello‘ avevano riposto le maggiori speranze di riconquistare la Casa Bianca, vale a dire Joe Biden.

L’offensiva sferrata dai democratici contro Trump ha infatti comportato l’accensione dei riflettori sul comportamento non certo irreprensibile tenuto dall’ex vicepresidente, reo di aver pesantemente approfittato della sua posizione di potere che ricopriva sotto l’amministrazione Obama per ricattare il governo ucraino e costringerlo a favorire gli affari privati di suo figlio Hunter.

La vicenda è peraltro andata a intersecarsi con il malore avvertito di recente dall’altro aspirante alla candidatura democratica, il liberal Bernie Sanders. All’inizio di ottobre, il senatore del Vermont è stato ricoverato in ospedale dopo aver accusato forti dolori al petto causati da un’occlusione ad una arteria, come acclarato dagli accertamenti medici. L’intervento condotto dagli specialisti, implicante l’inserimento di due stent, è stato portato a termine con successo ma il malore ha comunque prodotto l’inevitabile effetto di alimentare forti preoccupazioni sulle condizioni di salute del senatore (che se eletto, con i suoi 78 anni, sarebbe il più anziano presidente in carica nella storia degli Stati Uniti), vistosi costretto a interrompere la campagna elettorale.

Tutto ciò ha indotto l’establishment del Partito Democratico a moltiplicare gli sforzi per individuare un candidato alternativo, in grado di riscuotere il gradimento sia degli ambienti liberal che guardano con favore a Sanders che dei segmenti di elettorato collocati su posizioni più moderate, maggiormente inclini ad appoggiare una figura come quella di Biden. Tanto più che i problemi di varia natura che entrambi gli aspiranti candidati in oggetto si sono trovati ad affrontare hanno agevolato la corsa di Elizabeth Warren, storica sostenitrice di misure radicali di carattere finanziario assai invise a Wall Street. E senza l’appoggio della grande finanza newyorkese, la strada che conduce alla Casa Bianca tende a farsi particolarmente difficoltosa da percorrere.

In tale contesto, la scelta dell’apparato dirigenziale democratico – che solo pochi anni fa ha dato prova di assai scarsa neutralità nei confronti dei suoi candidati sabotando deliberatamente la corsa alla nomination di Sanders per favorire Hillary Clinton – è ricaduta su Michael Bloomberg, settantasettente magnate dei media e imprenditore di grande successo con un patrimonio stimato in 51 miliardi di dollari e trascorsi come sindaco di New York prima come repubblicano e successivamente in qualità di indipendente. Nonostante la sua ‘trasversalità’ politica (ha preso la tessera democratica a un anno di distanza dall’elezione di Trump), Bloomberg gode di grande popolarità, oltre che all’interno della comunità d’affari, sia tra l’elettorato repubblicano che in quello democratico – anche in virtù delle ricche sovvenzioni concesse alla campagna elettorale per le elezioni di medio termine, vinte dai democratici – e lo scorso marzo si era pubblicamente chiamato fuori dalla corsa alla nomination proprio per non ostacolare la scalata di Biden. Ma le controversie venute a galla nei confronti di quest’ultimo potrebbero indurre Bloomberg a riconsiderare la sua decisione iniziale, e spingerlo a rientrare in gara. In particolar modo qualora nelle settimane successive i sondaggi dovessero confermare l’ascesa della Warren a scapito dell’ex vicepresidente di Obama. Nei prossimi mesi se ne saprà di più, ma i democratici tenderanno con ogni probabilità a incrementare le pressioni sull’ex sindaco di New York per convincerlo a scendere in campo, anche alla luce del fatto che la stagione delle primarie democratiche prenderà avvio il prossimo 3 febbraio con il caucus dell’Iowa.

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