venerdì, Aprile 3

Delocalizzazione cinese in Africa, ed è subito rivoluzione industriale africana

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La delocalizzazione cinese distruggerà gli imprenditori africani? Anche questo rischio sembra essere stato preso in seria considerazione dal Partito Comunista, consapevole che non conviene rovinare gli imprenditori autoctoni, spesso collegati con i governi e capaci di creare tensioni politiche e sociali sfavorevoli alla Cina. Pur non obbligando, il Governo di Pechino consiglia alle sue aziende desiderose di aprire stabilimenti industriali in Africa di coinvolgere direttamente (tramite joint-venture) o indirettamente (tramite la creazione di un solido network dell’indotto) gli imprenditori locali. Questa politica è incoraggiata dai governi africani e abbinata ad un altro importante fattore (sempre negato dall’Occidente): il trasferimento della tecnologia. I primi esperimenti di joint venture tra imprenditori africani e ditte cinesi stanno dando ottimi frutti. Gli imprenditori locali aumentano di competenze tecniche e gestionali che permettono di mettersi in proprio.

La delocalizzazione industriale della Cina creerà uno stato di sudditanza economica dei Paesi africani? come quella che attualmente vige nei rapporti con l’Occidente. Il rischio esiste, ma le dinamiche dei rapporti sino- africani possono aprire scenari del tutto diversi. I rapporti tra Cina e Africa non sono impostati su una visione unilaterale come quelli occidentali. Rispetto della controparte e mutue convenienze economiche sono alla base di questi rapporti. Vari economisti africani pensano che in un decennio l’industria autoctona possa rendersi indipendente, emulando i successi delle Tigri Asiatiche. La delocalizzazione industriale cinese sta creando un effetto domino. Consapevoli dei profitti, anche le industrie di altri Paesi asiatici  stanno seguendo l’esempio di Pechino. Tra i pionieri ricordiamo:  Giappone, Sud Corea e Taiwan. Rare sono le industrie occidentali che iniziano ad investire nella produzione in Africa. Alcuni Paesi europei, come l’Italia, sono irrimediabilmente esclusi dalla rivoluzione industriale e relativi mercati africani.

Per rendere irreversibile la rivoluzione industriale africana la Cina si sta impegnando a supportare la difesa nazionale dei Paesi africani in previsione di operazioni eversive e destabilizzanti dell’Occidente, già rintracciabili nel segreto sostegno europeo e americano a gruppi terroristi salafisti, in stretta collaborazione con l’Arabia Saudita. L’invio di soldati con mandato Full Combact in Sud Sudan, l’aumento della partecipazione cinese nelle missioni di pace ONU in Africa, l’imminente apertura della prima base militare cinese a Djibouti (Gibuti) sono atti concreti.
Sul piano finanziario Pechino sta utilizzando le immense riserve di oro e dollari americani per sostenere la rivoluzione industriale in atto e il progetto delle infrastrutture mondiali  -OBOR. Gli investimenti diretti della Cina in Africa sono drasticamente aumentati. Secondo il report economico ‘Africa Attractiveness Report 2017‘, redatto dalla piattaforma sudafricana ‘EY‘,  l’aumento degli investimenti cinesi sta rafforzando l’autonomia economica e l’occupazione giovanile nel continente.  Nel 2005 la Cina ha investito in Africa 66,4 miliardi di dollari, creando 130.000 nuovi posti di lavoro. Nel 2016 gli investimenti statali e privati cinesi ammontano a 130 miliardi di dollari, creando 500.000 nuovi posti di lavoro.
I governi africani stanno sostenendo i progetti di Pechino, l’alternativa sarebbe il passato, ovvero accettare i rapporti di sudditanza imposti da una classe imprenditoriale occidentale qui decodificata come razzista e dittatoriale, che non esita a ricorrere alle armi nelle più delicate trattative commerciali. «L’imprenditore cinese aumenta l’offerta in denaro e i benefici dinnanzi a problematiche che possono sorgere nella conclusione di contratti commerciali. L’imprenditore occidentale si rivolge invece al proprio Governo che minaccia ritorsioni economiche e destabilizzazioni militari dirette o indirette», scrive la giornalista  cinese Irene Yuan Sun, corrispondente da Pechino per il settimanale keniota ‘The East African‘.

La delocalizzazione industriale creerà serie problematiche all’industria nazionale cinese. Questo è quello che si pensa in Occidente. Il rischio c’è, ma il Partito Comunista sembra orientato verso una gestione prudente del processo industriale in Africa, con l’obiettivo di non creare una pericolosa crisi occupazionale in patria. Le industrie cinesi che diversificheranno la loro produzione nel continente sono invitate a pianificare un equilibrio tra la produzione in Cina e quella in Africa. La produzione nazionale si rivolgerà al grande mercato interno cinese, mentre quella in Africa ai mercati regionali del continente. Entrambe le unità produttive attaccheranno, con prodotti di ottima qualità ma a basso costo di realizzazione, anche i mercati europei, tramite il ‘Made in China’ e il ‘Made in Africa’.

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