mercoledì, Luglio 17

Delocalizzazione cinese in Africa, ed è subito rivoluzione industriale africana

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One Belt On Road -nel corso di anni di lavoro intenso, gli ultimi cinque dei quali la Cina ha proceduto per fasi dettagliatamente studiate per mettere fuori gioco l’economia coloniale dell’Occidente nel continente africano-,  ha fatto decollare la rivoluzione industriale dell’Africa. Il punto di non ritorno, in questo caso di non paralesi, è stato quando la Cina ha ordinato alle sue multinazionali di delocalizzare in Africa il 32% della produzione industriale cinese. A questo punto la rivoluzione industriale africana targata Cina è divenuta irreversibile.

Una scelta obbligata dal punto di vista economico, la delocalizzazione industriale permette di ridurre i costi di trasporto della materie prime e aumenta il margine di profitto per le multinazionali cinesi. Il trasporto della materie prime africane contribuiva al 28% del costo di produzione dei prodotti finiti. La politica di contenimento demografico ‘One Child Policy‘ (un solo bambino) ha creato una carenza di mano d’opera in Cina e un aumento del suo costo. Dal 2004 operai e impiegati cinesi hanno ottenuto un aumento salariale annuo pari al 12%. Lontani sono i tempi in cui le ditte cinesi (statali e private) potevano contare su di un esercito di miserabili disposto a tutto. Ora la mano d’opera cinese va pagata bene, protetta a livello di sicurezza aziendale e l’opinione pubblica interna obbliga aumentare i costi per la protezione ambientale. L’alternativa (insostenibile per il Partito Comunista) è lo scoppio di rivolte popolari che facilmente potrebbero innescare un incontrollabile processo rivoluzionario contro il capitalismo di Stato cinese, segnando la fine del dominio comunista in Cina.

Ben altre sono le condizioni in Africa e tutte favorevoli. Le materie prime sono disponibili in loco e ora protette dalle politiche nazionalistiche, che sempre più Paesi africani stanno adottando contro l’Occidente. Il costo del loro trasporto ai centri di produzione non arriva al 3%, grazie alle infrastrutture economiche realizzate dalla Cina. La popolazione africana conosce un boom demografico senza precedenti offrendo a volontà mano d’opera specializzata e non. La  competizione sul mercato del lavoro di milioni di giovani africani permette una politica salariale inferiore del 45% rispetto a quella praticata in Cina. I prodotti cinesi creati in Africa possono contare sul vasto mercato interno sostenuto dal boom del ceto medio, sul mercato cinese ed asiatico. Inoltre possono essere ottimi cavalli di Troia per la penetrazione di mercati occidentali ostili alla Cina, come sta diventando quello americano con l’Amministrazione Trump. Le misure protezionistiche applicate contro i prodotti ‘Made in China’ diventano inefficaci per i prodotti cinesi ‘Made in Africa’, a meno che i Paesi occidentali non vogliano creare gravi crisi diplomatiche con i Paesi africani che avrebbero dirette ripercussioni sull’afflusso di materie prime in Occidente.

Le multinazionali cinesi hanno risposto con entusiasmo all’ordine diramato dal Partito Comunista di delocalizzare in Africa. «In Cina riesco a garantire un profitto del 5% sui prodotti da me fabbricati. In Nigeria questo profitto arriva al 7%. I due punti di percentuali in più si tramutano in milioni di dollari che non potevo certamente sperare di guadagnare in Cina», spiega un investitore cinese che ha aperto una fabbrica di ceramica in Nigeria, Sun Jian. La delocalizzazione della produzione di ceramiche dalla regione di Canton alla Nigeria ha fruttato un fatturato annuo di 40 milioni di dollari in più e l’accesso a nuovi mercati delle mattonelle ‘Made in Nigeria’. Sul piano occupazionale il Governo nigeriano è più che soddisfatto. La ceramica di Jian occupa 1.100 lavoratori e l’indotto offre opportunità commerciali per 128 piccole e medie industrie nigeriane.
Jian rappresenta la punta del iceberg del ‘Made in Africa’ cinese. Secondo i dati forniti dalla Ministro della Commercio cinese, tra il secondo trimestre 2016 e i primi mesi del 2017, centocinquanta aziende cinesi hanno aperto unità produttive in vari Paesi africani -Sudan, Etiopia, Kenya, Nigeria, Ghana, Uganda, Rwanda, Gabon, Zimbabwe, Angola, Sud Africa, Egitto, Algeria. SI calcola che entro fine del 2017 saranno 2.000 le multinazionali cinesi che avranno delocalizzato la loro produzione in Africa. La delocalizzazione industriale cinese è attuata grazie a meticolosi studi di mercato in grado di far comprendere le reali necessità africane ed evitare di attivare stabilimenti industriali in settori non di interesse pubblico.

I progetti di investimento industriale della Cina trovano larghi consensi e facilitazioni presso i governi africani che da decenni stanno cercando investitori per potenziare il settore industriale e manufatturiero. La East African Community si è fissata l’obiettivo di promuovere l’industria per arrivare ad un contributo del 25% del PIL entro il 2036. Per raggiungere questo target si necessita di una crescita industriale annua del 11,7%. Queste necessità al momento riscontrano pareri positivi solo dalla classe imprenditoriale cinese. L’industrializzazione cinese dell’Africa Orientale segue scrupolosamente i settori indicati come prioritari dai rispettivi governi: agroalimentare, tessile, peletteria, mobili, cosmetici, auto, edile, industria pesante. L’unico settore dove la Cina trova difficoltà ad intervenire è quello dell’alta tecnologia, ancora in mano dell’industria occidentale. Questo obbliga Paesi come il Rwanda a differenziare gli investitori e aprire all’Occidente, mettendo a disposizione ottime opportunità nel settore, lasciando agli investitori cinesi lo sviluppo delle attività industriali classiche.

In Egitto, Pechino ha deciso di affiancare al potenziamento del Canale di Suez (progetto OBOR) il rafforzamento dell’apparato industriale egiziano grazie alla creazione della Zona Economica Cina Egitto che sorgerà nelle prossimità di Suez. La zona economica sorgerà su un’area di 6 Km quadrati e la produzione sarà orientata verso l’export. Il progetto durerà 10 anni. La prima fase prevede la costruzione di un hub logistico di 2 Km quadrati. Mentre l’hub inizierà ad essere attivo verranno costruiti impianti industriali ad alta tecnologia, business center, uffici e infrastrutture di ristorazione e ricreative sui restanti 4 Km quadrati. L’impatto occupazionale è enorme. Per la realizzazione delle infrastrutture si prevede il fabbisogno di 8.000 lavoratori qualificati e non. L’hub logistico impiegherà 2.000 dipendenti, mentre quello industriale dai 6 agli 8.000 dipendenti.

I benefici economici e politici per i Paesi africani sono innegabili. Il 90% della mano d’opera delle ditte cinesi delocalizzate in Africa è locale contribuendo così all’aumento della occupazione giovanile e alla diminuzione del lavoro precario, inserito nel settore informale. I salari, nonostante siano inferiori del 45% rispetto a quelli elargiti in Patria, sono 4 volte superiori ai salari delle ditte africane.

Da un punto di vista politico e di sviluppo sociale le ditte cinesi sono destinate a creare una nutrita classe operaia nel continente. Le dinamiche storiche dimostrano che le conquiste sociali e democratiche in un Paese sono rese possibili dalla classe operaia che rivendica progressivamente maggiori diritti e garanzie. Il processo di consapevolezza politica della classe operaia africana è stimato avrà tempi nettamente inferiori rispetto a quelli registrati nella classe operaia occidentale del 1700, poiché i giovani operai africani sono spesso istruiti e collegati via internet al villaggio globale.
Entro 10 anni si potrebbe assistere in vari Paesi africani al sorgere di partiti operai e sindacati con evidenti sconvolgimenti degli attuali assetti politici interni. Sconvolgimenti che creeranno tensioni e lotte sociali ma, se gestisti sapientemente, riusciranno a migliorare le condizioni di vita della popolazione e rafforzare gli spazi democratici. L’alternativa potrebbe essere l’avvio di processi rivoluzionari su base socialista, qualcosa di simile rispetto a quanto sta accadendo in Sudafrica.

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