sabato, Maggio 25

Cina, ASEAN, ‘Via della Seta’ e prospettive imminenti

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Bangkok – Ben 68 Paesi hanno sottoscritto l’accordo ‘Via della Seta’ a Pechino, un po’ accodandosi al New Deal cinese in ambito economico e finanziario globale, in questo modo sanzionando uno spostamento dell’asse economico mondiale. Uno spostamento celebrato sulla tomba definitiva del Trattato Trans-Pacifico TPP, il cui colpo di pala definitivo – bisogna aggiungere – è stato dato proprio dal neo Presidente USA Donald Trump praticamente non appena insediatosi. Il Premier italiano Paolo Gentiloni, anch’egli recatosi a Pechino, ha parlato di opportunità da cogliere e una «sfida all’Europa», «un disegno geopolitico di grande interesse». Ha anche aggiunto una parola, una specie di hashtag, «connettività» che, però, sembra rispecchiare quello più in voga tra gli economisti ed i diplomatici cinesi (ed asiatici più in generale), ovvero ‘Armonia’. Nel frasario della Diplomazia asiatica, infatti, si tratta di termine ben più presente del freddo e tecnico vocabolo della ‘connettività’ che – dal punto di vista cinese – viene associato al sistema di integrazione delle vie di collegamento con gli altri Paesi dell’area asiatica e Sud Est asiatica, come Cambogia e Vietnam, tanto per citare due Nazioni a caso in quell’area.

La Cina oggi è interprete di un particolare attivismo sulla scena mondiale, recupera terreno nel quadrante asiatico dove Trump sta ancora ridisegnando gli assetti del suo predecessore Barack Obama, il quale ebbe non poca difficoltà a rendersi amato e comprensibile in Asia. Allo stesso tempo, inaspettatamente visto che si tratta di Russia, sta ponendosi come interlocutore più credibile nel cercare di tenere a freno le isterie atomiche di Kim Jong-un, il leader nordcoreano, imperterrito nel perseguire la sua via del nucleare militare per trattare con tutti da posizioni di maggior forza. E così L’Impero di Mezzo riesce a tenere insieme Stati Uniti di Trump e Russia di Vladimir Putin in merito alla ‘questione’ nordcoreana meglio di quanto stia facendo la Diplomazia in terra siriana tra tutte le parti in essere, tanto per fare un parametro. La Cina, inoltre, sta dimostrando una volta di più, la sua capacità di intavolare le trattative su un dialogo evidentemente basato su una chiara posizione di forza certo ma anche su un principio cardine nell’ottica asiatica: la pragmaticità.

Pari attivismo diplomatico cinese lo si sta rilevando anche nel quadrante asiatico, il ‘giardino di casa’ cinese, potremmo dire.  Il recente meeting tra i principali 10 Paesi Membri ASEAN tenutosi nelle Filippine (Indonesia, Malaysia, Singapore, Brunei, Thailandia, Cambogia, Laos, Myanmar, Filippine e Vietnam), ovvero l’attuale Paese che occupa la Presidenza di turno della Associazione, ha mostrato anch’esso un ri-orientamento tra i vari Paesi ASEAN da posizioni inizialmente barricadiere ed ostili verso la Cina soprattutto in materia di sovranità territoriale nel Mar Cinese Meridionale, ad un atteggiamento improntato a maggior pazienza, cioé a favore di un punto di vista non indirizzato verso il confronto ostile. E questo si è fatto più evidente proprio in Paesi che più avevano acrimonia sulla questione territoriale e marittima quali le stesse Filippine, il Vietnam, Taiwan e così via.

Il cambiamento di rotta diplomatica più vistoso è proprio quello delle Filippine, Paese che aveva visti riconosciuti i propri diritti in mare da parte della Corte Penale Internazionale che aveva stilato un chiaro documento di condanna contro la Cina e che – con il Presidente Rodrigo Duterte – ha profondamente rivista la propria politica internazionale tradizionalmente favorevole all’alleato USA spostando l’asse verso la Cina.

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