venerdì, Ottobre 2

Defence matters: il bilancio militare USA fra continuità e cambiamento

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Il dibattito in corso sul bilancio della Difesa per il 2018 è il tema che in questi giorni catalizza l’attenzione della politica USA. Sin dall’inizio, l’amministrazione Trump ha sostenuto la necessità di invertire la tendenza rispetto alla (presunta) politica di taglio alle spese portata avanti da quella che l’ha preceduta. Già in quest’anno fiscale (il cui budget è stato negoziato con il Congresso dall’amministrazione Obama), il Presidente ha fatto approvare una serie erogazioni in favore delle Forze Armate, con lo scopo di favorirne la modernizzazione e l’efficienza. Modernizzazione ed efficienza sarebbero gli obiettivi che – secondo il Segretario alla Difesa Mattis – persegue anche il bilancio per 2018. In effetti, i 639,1 miliardi di dollari chiesti dall’amministrazione (574,5 dei quali come bilancio corrente più 64,6 miliari per le Overseas Contingency Operations) sono un cifra significativamente superiore rispetto a quella del 2017 (+52,8 miliardi, pari a circa il 9,8% in più). Essi, tuttavia, superano di appena 19 miliardi gli impegni fissati dall’amministrazione Obama all’interno della sua programmazione pluriennale; fatto, questo, che è già valso a Trump le critiche di parte dei congressmen repubblicani, fautori di un intervento più incisivo.

Non è solo negli Stati Uniti, tuttavia, che la questione è seguita con attenzione. Il futuro  bilancio del Pentagono può rappresentare un indicatore importante della politiche che la Casa Bianca intende perseguire sulla scena internazionale. Da questo punto di vista, ad esempio, la decisione di aumentare all’interno del bilancio delle Forze Armate USA la quota destinata alla c.d. ‘European Reassurance Initiative’ (4,8 miliardi di dollari per il 2018 contro i 3,4 miliardi del 2017) è stata salutata con favore del Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg, che, dopo le tensioni dei mesi scorsi, a malapena sfumate durante la visita di Trump a Bruxelles alla fine di maggio, ha parlato della decisione del Presidente come di un ‘segnale forte del continuo impegno statunitense verso la NATO e la sicurezza europea’. Ciò a maggiore ragione se si tiene conto di come la ‘European Reassurance Initiative’ sia stata voluta dall’amministrazione Obama dopo l’inizio della crisi in Crimea proprio al fine di dare un segnale alla Russia di come Washington fosse intenzionata a continuare a sostenere i suoi alleati d’Oltratlantico, primi fra tutti quelli della più vulnerabile Europa orientale.

E’ stato osservato come le cifre proposte da Trump e dal suo entourage da più punti di vista ‘sfidino la gravità finanziaria’. In questo, le critiche mosse al bilancio della Difesa ricordano quelle mosse su altri aspetti della politica economica del Presidente, prima fra tutte quella della sua conciliabilità con una politica fiscale basata sui tagli alle tasse. Al di là di ciò, è tuttavia è indicativo come, nell’allocazione delle risorse, le voci collegate all’acquisto di nuovi sistemi d’arma siano state messe in secondo piano rispetto a quelle legate all’aumento della prontezza operativa e al potenziamento del munizionamento di precisione, un settore, questo, in cui (come hanno dimostrato le vicende dell’intervento in Libia del 2011) gli USA già beneficiano di un ampio margine di superiorità anche in confronto dei loro maggiori alleati. Alla superiorità tecnologica, gli Stati Uniti di Trump sembrano, quindi, preferire (almeno in campo militare) quella operativa. Una scelta che appare confermata dal massiccio investimento che il bilancio prevede in materia di forze di terra, con l’esercito (già pesantemente toccato dalle ‘sforbiciate’ di Obama) che – con 137,1 miliardi di dollari stanziati (+5 miliardi rispetto alla pianificazione pluriennale) – potrà mantenere l’attuale consistenza di 476.000 uomini.

Va da sé che il Congresso potrà influire in modo anche significativo sulle cifre in gioco e sulla loro ripartizione. Appare, tuttavia, difficile che l’impianto generale del bilancio tracciato alla Casa Bianca possa esserne stravolto. Come ha rilevato il Presidente della Commissione Forze Armate del Senato, John McCain, si tratta di un bilancio piuttosto deludente per un’amministrazione che si propone di rilanciare il ruolo degli Stati Uniti come grande potenza militare. E’ però anche difficile vederlo come il bilancio militare di una potenza ‘ripiegata’, come una lettura parziale della politica trumpiana potrebbe lasciare intendere. Cosa più importante, esso sembra sostenere una visione ‘proiettata’ dell’impegno internazionale USA, anche se tale visione (come, peraltro, già negli anni dell’amministrazione Obama) non deve essere intesa come la volontà di agire in modo acritico da ‘poliziotto del mondo’. Si tratta, in questo senso, di un importante segno di continuità che l’amministrazione sembra inviare ai propri alleati in una fase di diffusa incertezza. Allo stesso tempo, si tratta di un segnale che Trump sembra voler inviare a Mosca alla vigilia del primo atteso incontro con Vladimir Putin.

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