venerdì, Ottobre 18

Def senza balcone e senza ideologia Quel complesso di idee, sentimenti, passioni, obiettivi, che orientano la vita di ciascuno e quella di gruppi e, perché no, governi, è l’ideologia. In questo Paese ormai da troppi anni manca, la politica è fatta alla luce di nessuna idea o ideologia

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Dunque ieri è stato approvato l’atteso Def, per fortuna senza affacci dal balcone di Palazzo Chigi. Un passo avanti rispetto l’anno scorso. Ma non senza che nelle ore e nei giorni che hanno preceduto l’attesissimo varo si scatenassero polemiche e polemichette classiche di questi politicanti dell’era post-ideologie. Al centro di queste scene, Matteo Renzi e Luigi Di Maio (in sostituzione della copia Matteo Salvini – Luigi Di Maio), già definiti da alcuni della stampa parlamentare come i possibili ‘guastatori’ del Conte bis, i due leader delnè destra né sinistra’, ‘io risolvo i problemi’. Un Def senza ideologia. E su questo c’è da riflettere, a monte di quelle che sono e saranno gli obiettivi e le misure di questo documento.

In un bell’articolo di qualche giorno fa, Ilvo Diamanti, prendendo spunto dalla vicenda di Renzi, sostiene, da quell’acuto osservatore che è, che: « … l’aspetto più interessante, a mio avviso, non riguarda tanto il destino di Renzi e della sua avventura, ma del sistema politico italiano. Infatti, per la prima volta, nel dopoguerra, ci muoviamo in un quadro senza riferimenti», per poi aggiungere: « … i partiti tradizionali avevano radici profonde e legami con la società, garantiti dai militanti, dall’organizzazione e dalle associazioni presenti nella società».
Nulla di più vero e concreto, sì, concreto. Io stesso avevo osservato qualcosa del genere, parlando della completa, colpevole scissione tra le idee (d’accordo, non più le ideologie, se proprio volete) e i fatti dei politici, che, infatti, mi sono sempre rifiutato di considerare tali e, con pochissime eccezioni, che chiamo ‘politicanti’.

Intanto proprio non capisco cosa ci sia di male in una ideologia, se e quando non diventi una giaculatoria da ripetere acriticamente. Ideologia significa, infine, soltanto (e scusate se è poco!) quel complesso di idee, di sentimenti, di passioni, di obiettivi, che orientano la vita di ciascuno e, in particolare, quella di gruppi più o meno consistenti di persone. Insomma, che cosa si vuole fare e come e quindi specialmente perché e a vantaggio di chi, che poi è una delle cose principali. Questo è tutto, in parole povere.

Poi, naturalmente lo so, si è attribuito al termine un valore spregiativo per indicare i presunti pregiudizi su cui si fondano le scelte dei politici. Oppure, per usare le parole del Vocabolario Treccani (direi alquanto autorevole): «complesso di idee astratte, senza riscontro nella realtà, o mistificatorie e propagandistiche, cui viene opposta una visione obiettiva e pragmatica della realtà politica, economica e sociale», alla luce del fatto, però, che lo stesso vocabolario definisce il termine in questo modo: «Il complesso dei presupposti teorici e dei fini ideali (o comunque delle finalità che costituiscono il programma) di un partito … ». Appunto, spregiatori a parte, che male c’è? A prescindere dal fatto che, a me pare, che la prima parte della definizione si attagli perfettamente ai due partiti che ci hanno governatofino a qualche giorno fa e, specialmente, ai loro capi o presunti tali.

E dunque, diciamola tutta, un partito, un movimento, un politico che sia privo di una cosa del genere, cioè una cultura e dei fini coerenti alle proprie idee, non è un politico, ma, lo ripeto, un politicante.

Dire, dunque, come molti fanno, che non si è né di destra né di sinistra, è dire in parole arroganti e superficiali, una cosa incolta: ‘io sono un ignorante e cerco di ricavare dalla attività politica vantaggi o soddisfazioni, magari non necessariamente per me, ma per chi io credo debba goderne, al di là di una analisi e di una valutazione su chi e perché e in che misura possa ragionevolmente esserne destinatario, perché io mi propongo di ‘risolvere i problemi’.
Capite, immaginate che significa questa postura se applicata niente meno che al Def?!

Ma non è così semplice, e proprio in questi ultimi terribili mesi lo abbiamo visto. Qualche esempio.
Decidere di risolvere il problema dei (troppi?) migranti sul nostro territorio, presuppone innanzitutto che si decida se sono troppi o no, e quindi chi decide che non li vuole affatto perché “tolgono il lavoro agli italiani” dirà che sono troppi, chi invece ritiene che possano contribuire al bene comune, ad esempio attraverso i contributi pensionistici, dirà che non sono troppi e che ce ne vogliono ancora. Ma poi, quel problema si può ‘risolvere’ sia lasciando quelle persone affogare o nelle carceri libiche, sia gestendo il problema alla luce dei diritti dell’uomo e dei principi di umanità, redistribuendo i migranti ecc. Questa è una pesantissima scelta ideale, o, se preferite, ideologica, cioè una scelta politica.
Lo stesso discorso, mutatis mutandis, vale per la decisione sul fare o meno il TAV, ecc.

Ma, neanche a farlo apposta, mentre Diamanti scriveva quelle righe e Renzi si faceva intervistare da mezzo mondo giornalistico (solo perché l’altro mezzo era in attesa), è scoppiata una polemica -se ci pensate, da delirio- tra il giovane Di Maio (in partenza per le Nazioni Unite) e il rinnovato Conte-pochette-che-è-sempre-stato-di.sinistra (anche lui in partenza per le Nazioni Unite) sul fatto che un Ministro di Di Maio (sì, ‘di’, perché ormai così si qualificano i Ministri!) ha proposto di tassare le merendine per raccogliere i soldi per pagare meglio i professori di scuola (proposta discutibile e ingenua, ma accettabile e innocua visti i fini). Cosa che è sembrato piacere a Mr. Pochette, ma che ha scatenato le ire di Di Maio, perché «noi vogliamo abbassarle le tasse»! Vi rendete conto di quanto ciò sia surreale? Per una volta che i due hanno avuto un’idea con un fine -l’uno pagare meglio e ridurre l’assunzione di schifezze nelle persone, l’altro abbassare le tasse così in assoluto- le due ‘idee’ si scontrano, diventando impraticabili.

A mio giudizio, questo è il punto sul quale vale la pena di ragionare alla luce dell’articolo citato di Diamanti, e in rapporto al Def. Perché, in questo Paese, ormai da molti, troppi, anni, la politica è stata fatta alla luce di nessuna idea o ideologia, e, dunque, solo per il potere.

La gente, i cittadini, non sono più in grado di vedere, o anche solo intravedere, quali siano i fini politici delle iniziative e delle parole dei politici, sempre più politicanti. Per il semplice motivo che quelle idee semplicemente non ci sono, al punto tale che chi ne manifesta, sia pure in maniera infantile o ‘tenera’, il ricordo, viene sbeffeggiato, come l’altra sera da Renzi, perché quel ricordo era manifestato con la canzone ‘Bandiera rossa’. Che rappresenta esattamente una ideologia, una speranza, un affetto, che, sbeffeggiato con la frase sprezzante «Per me l’unica bandiera rossa oggi è quella della Ferrari», attesta la totale, deliberata, ottusa mancanza di una idea guida nello spirito e nell’azione di uno che vuole fare politica, come appunto Renzi, che oltre tutto nemmeno sa che il colore della Ferrari non è propriamente rosso, ma è un colore del tutto particolare addirittura brevettato.

I partiti tradizionali, dice appunto Diamanti, avevano radici profonde, erano lo strumento per trasformare i bisogni in azioni politiche, ma specialmente per mediare tra l’interesse del singolo (o l’interesse particolare) e l’interesse della collettività.
È esattamente ciò che ormai manca da molto, troppo, tempo nella nostra vita politica nei nostri, appunto, ‘politicanti’ di bassa levatura, che si agitano, parlano, si sbracciano, manovrano, solo ed esclusivamente per il potere. Esattamente come Renzi, che l’altra sera da Massimo Giletti, mentre irrideva chi canta bandiera rossa, esprimeva come un trofeo del quale vantarsi la mancanza di una ideologia e la volontà di risolvere i problemi, esattamente le stesse parole superficialmente inutili, di un qualunque Di Maio o Di Battista.

Per cui, tutto diventa ed è strumentale al proprio disegno di conquista del potere o di un po’ di potere. Magari affermando che «per colpa di chi gli si è opposto» non è stata modificata la norma sui rapporti tra Stato e Regioni, per cui «se oggi le Regioni possono bloccare qualunque progetto che non gradiscano è colpa di chi ha votato contro al referendum», dimenticando di dire che quel progetto conteneva anche proposte per modificare l’equilibrio dei poteri tra i poteri dello Stato, portando così il Paese verso un regime autoritario.
E dunque, non si capisce molto bene che differenza vi sia tra chi parla così e chi chiede i pieni poteri.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.