martedì, Agosto 4

Decreto Genova: politici che stravedono, straparlano e si credono lo Stato Non si può ordinare ad un funzionario di ‘dire’ che ci sono soldi che non ci sono. È nelle dittature che si sovrappone l’interesse personale del politico-dittatore con l’interesse pubblico; è nelle dittature che si può dire «lo Stato sono io»

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Il Decreto Genova solleva il problema del ruolo e delle responsabilità dei funzionari pubblici e delle pretese di certi politici ignoranti.
Come mestiere facevo, o meglio, faccio ancora, dato che nessuna pensione può togliermi questa qualità, faccio, dico, il giurista, che è cosa diversa, molto diversa, da un leguleio un ‘esperto’ in leggi. O almeno io amo credere di essere così, un giurista, uno che fa del diritto una logica e che, in conseguenza, ‘crede’ nel diritto, indipendentemente dalle leggi.
Ma non voglio parlare di me, ma di diritto nelle righe che seguono, e nel modo più semplice che mi riuscirà, senza usare tecnicismi e parole difficili, senza ‘giuridichese’, insomma.

Partendo da un fatto, del quale si è molto parlato, nei giorni scorsi, in modo, spesso a mio parere, inopportuno quando non errato, talvolta ambiguo. Mi riferisco alle frasi pronunciate e rese pubbliche da un tale il cui nome non ricordo né voglio ricordare e scrivere, perché lo scriverlo non mi riesce, tutte le mie cellule residue (ormai non molte, ne convengo) si rifiutano di farmelo scrivere. Si tratta, però, di un tizio che svolge la funzione di addetto stampa o addetto alla comunicazione, pagatissimo, del Presidente del Consiglio, il quale (l’addetto, non il Presidente), ha affermato in termini scurrili da quadrivio, il suo proponimento di colpire e comunque di licenziare i funzionari del Ministero delle Finanze che non trovano (forse non ‘trovassero’, ma si sa i congiuntivi …) i soldi necessari a realizzare il reddito di cittadinanza’, qualunque cosa esso sia.

Comincio dal ‘pagatissimo’. Solo perché una persona che ammiro e apprezzo molto ha detto, in una intervista con Lilli Gruber, che in ciò non vi è nulla di scandaloso, come nulla di scandaloso vi è nel fatto che sia pagato più del suo ‘capo’ (il Presidente del Consiglio), perché i funzionari dello Stato sono quelli che dovrebbero essere pagati più di tutti, perché sono persone che hanno grandi responsabilità e competenze. Giusto, ma sbagliato in questo caso.

Primo, l’individuo di cui sopra non è un manager di Stato, un alto funzionario di carriera, uno che ha passato la sua vita negli uffici dello Stato al servizio dello Stato, ma è un tale, degnissimo magari, nominato per motivi strettamente politici legati al personaggio, rispetto al quale svolge le sue funzioni. Insomma, è un funzionario di Tizio, e non dello Stato.

Secondo, ciò posto, è vero: i funzionari dello Stato sono, o dovrebbero essere, coloro che sono in possesso delle qualità, delle conoscenze e delle esperienze di gestione quotidiana dello Stato e, quindi, devono essere bravi, molto bravi, tanto da poter essere messi in concorrenza con i manager privati e interscambiabili con essi. Vero, ripeto, ma allora dovrebbe valere anche la regola che vale per i manager privati: io ti giudico sui risultati, se sei bravo ti pago di più, se no ti licenzio. Attenzione, questo vale per, diciamo così, i funzionariapicali’, i capi, quelli incaricati di mettere in pratica le richieste dei politici. Ma non vale per gli altri, cioè la gran parte, scelta con concorsi pubblici, proprio per svolgere le funzioni che le loro competenze gli permettono di svolgere. Ovviamente, le sue competenze devono in ogni caso essere chiare e provate.
La distinzione è sottile, ma sostanziale, nel senso che il funzionario (anche quello apicale, sia chiaro) agisce nell’ambito delle leggi, deve agire nell’ambito della legge, e quindi non può violare le leggi per soddisfare le richieste del politico, magari attraverso l’‘apicale’.

Il caso più noto è quello del Robespierre del Vesuvio, che si straccia le vesti e minaccia sfracelli perché il professor Tito Boeri, presidente dell’INPS, gli dice che, facendo i conti, un certo decreto ha un effetto diverso da quello voluto. Che avrebbe dovuto fare: dire le bugie, falsificare i dati, fingere di non vedere
L’altro caso (ce ne sarebbero molti altri, ma mi fermo qui) è quello della legge di bilancio e del Decreto per Genova, dove si sta determinando esattamente questa situazione. Cosa si pretende dai funzionari, che falsifichino le cifre del bilancio, che dicano che la somma di due più due fa cinque, che in cassa ci sono dei soldi che non ci sono, che il costo del ponte è indicato quando non lo è? Questo è assurdo.
Ciò non toglie che sarebbe egualmente assurdo che qualche funzionario rifiuti di fatto di applicare le disposizioni del suo capo, trincerandosi dietro ostacoli non ostativi. È una valutazione delicatissima da fare, ma in uno Stato di diritto, come dovrebbe ancora essere il nostro (Luigi Di Maio e Matteo Salvini permettendo) questa valutazione non spetta al politico, ma alla Magistratura. Certo, a Di Maio piace poter dire cose del tipo «la società Autostrade è colpevole e io la punisco», ma non può farlo, perché questa valutazione spetta alla Magistratura. Ma se ci pensate questo vale per tutti noi: se qualcuno pensa che io gli abbia rubato l’auto, mica viene a imprigionarmi, mi denuncia, aspetta il processo e poi il risarcimento.

Mi viene in mente oggi, proprio mentre scrivo, una dichiarazione bellissima, che spero sia vera, una dichiarazione di grande civiltà e consapevolezza, che si muove da parte di una persona che soffre assai per colpe altrui, ma non ha perso il senso delle proporzioni, o meglio, il senso dello Stato e del diritto. A chi mi riferisco? A quella signora, massacrata di botte e a cui hanno tagliato un orecchio, per rubare i suoi soldi e le sue cose, che ha detto (spero proprio di avere sentito bene): «Io li perdono perché questo mi aiuterà a recuperare serenità, ma lo Stato non li deve perdonare».
Vivaddio, questa è civiltà. Quante volte ci siamo sentiti ripetere, con voce stentorea (e talvolta arrogante) da persone che hanno subito un attentato, un danno colpevole, che sono vittime di un assassino o di uno stupratore ecc., quante volte abbiamo sentito dire: «io non voglio che abbia una pena mite, non voglio che esca di prigione io non lo ho perdonato, non deve essere perdonato…».

In uno Stato di diritto al cittadino compete il risarcimento, ma la pena compete allo Stato e solo allo Stato e sta allo Stato decidere se e quale pena imporre e anche gestirla. La vendetta privata non è concepibile in uno Stato di diritto.

In altre e conclusive parole: la differenza tra lo Stato, cioè ciò che è pubblico, di tutti e di nessuno, e il privato (e quindi anche il politico) è fondamentale. È nelle dittature che si confonde, o meglio, si sovrappone, l’interesse personale con l’interesse pubblico; è nelle dittature che si può dire «lo Stato sono io».
In democrazia, questa è una bestemmia.

Tornando a quel signore del quale non so scrivere il nome, del quale mi offende profondamente che sia pagato anche con i miei soldi, ma nulla posso, né voglio farci perché, ahimè, è attualmente un funzionario dello Stato (mi posso al massimo vergognare di essere cittadino di un tale Stato, ma sono fatti miei) quel signore confonde (deliberatamente, credo) il pubblico col privato. Al pubblico, nel caso di specie al politico (Di Maio o Toninelli o Salvini che siano) compete di chiedere (se volete, ordinare) ai funzionare di trovare i soldi se possibile, ma solo se possibile: non si può ordinare ad un funzionario di dire che ci sono soldi che non ci sono.

Confesso (sono giurista, ma anche un po’ malpensante … che volete, sono napoletano!) confesso che mi ha un po’ sorpreso, ma sorpreso positivamente, una dichiarazione, del Ministro Giovanni Tria, che ha ricordato, in modo pacato e con parole scarne, vere, ferme che lui ha giurato di fare gli interessi di tutti i cittadini italiani: «nell’esclusivo interesse della Nazione». Di Maio, Salvini, Toninelli, leggete bene, o magari fatevelo leggere da qualcuno che faccia lo ‘spelling’ (voi ‘sapete’ l’inglese, no?) nell’‘esclusivo’, capito? Esclusivo, ‘solo di’, ‘non prima di’, ‘esclusivo’ interesse della Nazione e, fino ad oggi, nessuno di voi è la Nazione.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.