lunedì, Ottobre 21

Deep-Sea Mining, in fondo al mare: soldi e una bomba ecologica Il Deep-Sea Mining apre la corsa alle materie prime dei fondali oceanici: leaders e compagnie mondiali dovranno pensare bene alle conseguenze delle loro azioni

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Tutto potevamo immaginare – veramente tutto – tranne che i fondali oceanici saranno, nel futuro, una nuova fonte di materie prime. Avevamo già sentito parlare dell’idea di estrazioni minerarie nello spazio, ma per pensare a sonde e macchinari nell’oblio nero del mare profondo ci vuole fantasia – e volontà di arricchirsi.

Gli umani si immergono fino al fondo della Fossa delle Marianne (trovandoci anche una busta di plastica) ed usano trivelle off-shore per pescare petrolio e idrocarburi – ma una miniera sottomarina avrebbe fatica a pensarla anche il regista di 2001: un’odissea nello spazio.

Immaginiamo un’imbarcazione di supporto, sul pelo dell’acqua, che cala una pompa nelle profondità marine. Sul fondale si muove un ‘seafloor collector, simile ad un Rover lunare che si muove su una superficie terrosa, e che passando aspira lo strato marino superficiale alla ricerca di noduli metallici. Lo strato marino raccolto viene assorbito dalla pompa che lo porta nell’impianto di filtraggio dell’imbarcazione di supporto. Infine, recuperati i noduli metallici e le materie prime, quello che resta viene risputato in acqua in una nube di particelle e sedimenti.

I Governi di tutto il mondo si mettono pinne e boccaglio per cercare sul fondo degli oceani oro, rame, terre rare e fosfati. Materie prime sempre più richieste dalle economie mondiali per garantire crescita e sviluppo – soprattutto ora che le tecnologie minerarie sembrano permettere questo tipo di attività sottomarine. Ancora prima di diventare realtà, il DSM (Deep-Sea Miningestrazione mineraria in alto mare) lancia un’importante sfida politica e un’impellente sfida di sostenibilità ambientale.

Ad esempio, uno dei materiali più ricercati è lo ione fosfato: uno ione alla base della produzione di fosfati – quelli usati come detergenti chimici o nutrienti per le piante. Al momento, la maggior riserva mondiale è in mano al Marocco, ma la potenza che detiene quasi la metà della produzione a livello mondiale (44,83%) è la Cina del Presidente Xi Jinping. Questa risorsa ha un alto valore nel settore agricolo, ma cela potenti rischi per le acque e la vita marina: un’eccessiva presenza di ione fosfato, infatti, causa la eutrofizzazione dell’ambiente acquatico – difatto ammazzando la diversità biotica presente in acqua.

Fino ad ora, le potenze mondiali e le imprese private hanno affrontato la questione più dal lato della sicurezza e del profitto, trascurando spesso i diritti di proprietà, l’etica e le politiche di competizione: mancano regole comuni e una percezione più approfondita di cosa si cela sul fondo degli oceani.

La nostra società non è ancora sazia di crescita economica e produzione industriale, anche se l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite afferma chiaramente che il sistema produttivo mondiale non è capace di salvaguardare il capitale naturale: «oggi, circa un milione di specie animali e vegetali sono a rischio di estinzionemai era capitato nella storia umana».

Eppure, il rischio climatico non sembra essere un valido deterrente per le imprese private, per i Governi o per l’agenzia ONU competente in materia di salvaguardia degli oceani. Infatti, si legge nella nota ufficiale di ISA (Autorità Internazionale dei Fondali Marini) che sono state rilasciate, a partire dal 2001, ventinove licenze quindicennali per la ricerca di noduli polimetallici e di strati marini ricchi di solfuro o cobalto. Sedici di quelle licenze permettono l’esplorazione della Zona di frattura di Clipperton, nell’Oceano Pacifico nord-equatoriale, al largo della costa dell’America Centrale.

Le esplorazioni sono condotte anche nelle faglie oceaniche atlantiche, in quelle dell’Oceano Indiano e di tutto il Pacifico. Nessun oceano è risparmiato dalle imprese private sponsorizzate dai Governi di Cina, Regno Unito, Corea del Sud, Russia, Germania, Franciaper dirne qualcuno.

Infatti, nei contratti concessi da ISA, ogni impresa privata è sponsorizzata da uno Stato. Secondo il rapporto di Greenpeace, pubblicato oggi, il governo cinese è primo (con 161 mila km2) per area coperta dalle sue esplorazionie per fare un confronto: se si unissero Grecia e Belgio si formerebbe uno Stato con una superficie di 162 mila km2. Il Regno Unito è secondo con 133 mila km2, mentre Corea del Sud, Russia e Germania seguono tutte a 87 mila km2 circa. Il dato interessante, però, arriva dalla somma della superficie marina coperta dalle varie esplorazioni: circa 1 milione di km2, ovvero due volte la superficie territoriale della Spagna, oppure più di tre volte quella italiana.

Secondo uno studio di John Childs, pubblicato su Geopolitics Journal, questa attività potrà fruttare al Regno Unito 40 miliardi di sterline nei prossimi 30 anni. E nella corsa alle materie prime per scampare, ad esempio, alle dipendenze dei monopolisti di terre rare, tutto sembra lecito – anche minacciare irrimediabilmente il clima mondiale e gli ecosistemi marini.

O almeno questo è il messaggio lanciato da Greenpeace, secondo cui l’estrazione mineraria sottomarina minaccia di annullare tutti i progressi compiuti per garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo (SDG 12), oltre a quelli compiuti per conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine (SDG 14).

Difatti, avverte Greenpeace nel suo rapporto, il deep-sea mining potrebbe avere molti effetti negativi, come la rimozione diretta di habitat e vita marina, il rilascio in sospensione di sedimenti del fondale, l’alterazione del sostrato marino e delle sue proprietà chimiche, il rilascio di tossine e agenti contaminanti nei processi estrattivi, l’inquinamento sonoro e luminoso.

In gioco non ci sono solo soldi, ma ci sono tutte le vite umane che dipendono dalle acque e dai suoi frutti, la vita marina e le generazioni future. «Il DSM è la risposta ‘necessaria’ alla richiesta di una società capitalistica» che crede in un «futuro inarrestabile dell’economia basata sulle materie prime e le risorse naturali», viste come «un bersaglio inerte, passivo e inorganico, pronto all’estrazione». Queste sono le conclusioni di John Childs: gli impulsi capitalistici, che stanno spingendo gli Stati e le imprese private sponsorizzate, non considerano il valore dell’ecosistema e l’importanza di creare regole comuni.

«La geopolitica del deep-sea mining dovrebbe valorizzare l’aspetto geodei processi naturali e riconoscere l’aspetto politico delle regolamentazioni», analizza John Childs.

 

Una garanzia potrebbe essere ISA, l’organo ONU competente, ma le criticità che si riscontrano nell’agenzia sono drammatiche, sottolinea Greenpeace. «L’amministrazione dell’oceano [di ISA]non è in grado di proteggere e salvaguardare gli oceani per le generazioni future». Infatti, continua Greenpeace, ISA non ha l’autorità per proteggere i fondali dalla minaccia rappresentata dalle estrazioni minerarie sottomarine, dai cambiamenti climatici e dalle microplastiche.

E nonostante ISA abbia previsto la creazione di APEI (Zone di Particolare Interesse Ambientale), Greenpeace lamenta che le APEI siano state costituite solo per «evitare conflitti tra le concessioni esplorative» piuttosto che per la salvaguardia degli ecosistemi marini. Difatti, queste APEI sono presenti in circa tutte le zone di esplorazione, ma non costituiscono ancora un’assicurazione abbastanza solida contro i rischi denunciati da Greenpeace. Come nel caso della zona del Pacifico dove è collocata la Zona di frattura di Clipperton: le APEI non sono ancora in grado di salvaguardare l’ambiente marino in cui si intrecciano le esplorazioni – e gli interessi – di sonde e macchinari francesi, giapponesi, cinesi, coreani, britannici, tedeschi e russi.

Insomma, i soldi sul fondo del mare sono tanti – ma tanti sono anche i rischi per una disgregazione totale del nostro ecosistema e il nostro clima. Greenpeace, in conclusione del suo studio, suggerisce all’Autorità Internazionale dei Fondali Marini di creare riserve marine che coprano il 30% degli oceani mondiali entro il 2030 e che non permettano estrazioni minerarie sottomarine. Ai Governi, invece, viene vivamente consigliato di firmare il Global Ocean Treaty nel 2020 per la creazione di riserve marine, per la protezione della vita marina e per arrivare a regole comuni ed alti standard nelle attività estrattive sottomarine.

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