sabato, Dicembre 7

Ddl tortura: cosa ci chiede l’Europa

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La Camera dei Deputati deve modificare il testo della legge contro la tortura che sta discutendo, perché nella sua forma attuale contiene una definizione del reato e diversi elementi in disaccordo con quanto prescritto dagli standard internazionali. È quanto sostiene Nils Miuznieks, commissario dei diritti umani del Consiglio d’Europa, in una lettera inviata ai Presidenti dei due rami del Parlamento, Laura Boldrini e Pietro Grasso, ai presidenti delle commissioni giustizia, Donatella Ferranti e Nico D’Ascola, e a Luigi Manconi, presidente della commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato. Muiznieks nella lettera afferma di essere preoccupato per le ‘profonde differenze’ che ci sono tra la definizione di tortura nel testo in esame e quella contenuta nei testi internazionali ratificati dall’Italia, in particolare quella della Convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite.

Per capire meglio il contenuto del disegno di legge, gli interventi possibili sulle carceri nel quadro del rispetto degli standard internazionali, abbiamo intervistato il prof. Pasquale Bronzo, ricercatore di Diritto Processuale Penale presso l’Università “La Sapienza” di Roma e Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, attiva sul fronte dei diritti e delle garanzie nel sistema penale. Ringraziamo altresì per il contributo all’inquadramento del tema l’avv. Federica Giandinoto, attualmente non operativa, iscritta al Foro di Roma.

Poiché i due intervistati hanno toccato punti differenti del ddl in discussione in Parlamento, si è scelto di riportare le due interviste di seguito. Si riportano qui le risposte di Patrizio Gonnella:

Il rapporto tra Italia ed Europa sul reato tortura: un quadro a tinte fosche in cui arriva il ddl sulla tortura.

È un momento cruciale, considerato il testo in discussione. Potrebbe essere quello in cui viene approvato un testo ampiamente criticato da noi, dalle organizzazioni che da tempo hanno lavorato per arrivare a prevedere un reato, oltre che dagli organismi internazionali, compreso l’Alto commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, che in una nota formale ha sottolineato i punti della legge in questione che ritiene impresentabili, assieme a noi ed Amnesty International. Quindi abbiamo un obbligo internazionale disatteso dal 1988, dopo la firma e la ratifica del Trattato ONU contro la tortura da parte dell’Italia. Vi si aggiunga un dibattito politico-culturale un po’ penoso. Si hanno le sollecitazioni provenienti da ormai decenni da parte sia di organismi ONU che del Consiglio d’Europa, ivi comprese ormai anche le sentenze della Cedu, ultima quella sul caso Diaz, che ha visto 42 persone risarcite per una somma complessiva superiore al milione di euro, per violazione dell’articolo 3 della Convenzione: non è proprio bello per uno Stato democratico e civile essere sanzionato per tortura, ancor di più se ripetutamente e sistematicamente. Si aggiunga una sentenza Cedu che rimarca la nostra inadempienza rispetto al reato di prevenzione della tortura.  Questo è il nostro quadro, in cui non riusciamo a garantire la punibilità e diamo immunità ai torturatori che si rifugiano nel nostro Paese. Questo è quanto accaduto fino ad ora, fino al ddl attuale, che ha almeno due elementi inaccettabili: la verificabilità del trauma psichico, dalle parole precise riportate nella legge, e la pluralità di condotte perché ci sia reato. Noi l’abbiamo contestata, dopodiché, non siamo noi che daremo semaforo verde o rosso a questo testo. Se mai questo testo dovesse essere approvato, noi, comunque, avendo nel nostro ordinamento il reato di tortura, in quanto ong, laddove ci siano denunce per tortura, avremo il compito di applicarlo e di farlo applicare. Nonostante il testo sia di difficile interpretazione e non facile applicazione, ci impegneremo – laddove secondo le denunce che a noi arrivano, c’è tortura – affinché i giudici in sede giurisdizionale facciano il massimo, nonostante il fatto che abbiamo una brutta legge.

Può scendere più nel dettaglio sui punti contestati?

Per esservi tortura vi dev’essere un trauma psichico verificabile, ovviamente, è quasi un ossimoro, quindi non si capisce perché dirlo se non per il fatto di pretendere che vi sia una particolare gravità. Ma che significa tutto questo ad anni dalla commissione di un fatto? Dopo tanto tempo diventa difficile verificare che vi sia stata una sofferenza psichica. C’è poi l’elemento discusso, come si è detto, della pluralità di condotte necessarie a definire che vi sia stato reato. Sembrano norme pensate per rendere il testo inapplicabile. Vi è poi la questione della mancata definizione di tempi più lunghi perché il reato cada in prescrizione. Quindi, tutto ciò rende più difficile la punizione, ma noi lavoreremo perché il testo sia applicato.

Cosa si può dire sulla formazione dei corpi militari rispetto alla tortura?

È decisiva, importantissima, ma non basta solo questo, questo fa parte della pratica di polizia. Tutti i corpi di sicurezza dovrebbero avere da un lato un codice deontologico, come previsto dalla Nazioni Unite per chi si occupa di sicurezza con compiti di custodia legale. C’è poi necessità che ci sia una formazione sui diritti umani, sulla dignità, sulla prevenzione della tortura ai più alti livelli e anche ai più bassi, cioè sia a livello dei quadri intermedi che dei dirigenti. Si potrebbero fare altre tre cose a legge invariata: il codice identificativo per le forze dell’ordine – all’estero esistono, c’è il nome del poliziotto che opera all’interno di un carcere – poi proponiamo l’istituzione di un fondo per le vittime della tortura, poiché la tortura è un crimine di Stato che va risarcito. In terzo luogo, sanzioni disciplinari, ben prima di quelle penali, per evitare che vi siano persone che addirittura rimangono nello stesso posto in cui hanno torturato, fatto che porta a un clima di intimidazione continua in cui nessuno mai denuncerà.

In conclusione?

Vorremmo che a tutto questo si accompagni un dibattito politico e culturale alto, che non sia solamente una questione di addetti ai lavori, ma che dalle forze politiche arrivi un segnale chiaro; abbiano il coraggio di dire pubblicamente che la tortura è un crimine contro l’umanità. Avremmo così risolto parte del problema, perché a volte i messaggi contano quasi più delle leggi. Abbiamo avuto recentemente messaggi del genere sia da parte di Papa Francesco che del Presidente Mattarella; ci augureremmo quindi che ciò sia condiviso a tutti i livelli, da quello più alto a quello più basso nella gerarchia. Infatti, ancora non si capisce che la legge sulla tortura è una garanzia per la gran parte  dei poliziotti che si muovono nel solco della legalità.

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