giovedì, Ottobre 22

Dazi, G7 e quelli che il G7 anche no Con il Professor Pierluigi Montalbano (La Sapienza) analizziamo gli scenari aperti dall'atteggiamento USA al G7 del Quebec

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In Quebec, la regione francofona del Canada, per la precisione a Charlevoix, si è aperto il vertice G7: il tavolo attorno al quale, una volta ogni anno, le principali potenze politiche ed economiche del pianeta si riuniscono per trovare indirizzi comuni in campo politico ed economico.

Questo G7, però, presenta una particolarità: tra i sette Paesi che ne fanno parte (Stati Uniti d’America, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Canada e Giappone) si è aperta una profonda frattura che rischia di rendere inutile il vertice: la frattura in questione riguarda il nuovo atteggiamento degli Stati Uniti che, guidati dal loro nuovo Presidente Donald Trump, si stanno indirizzando sempre più verso una politica di isolazionismo e protezionismo. L’esempio più eclatante di questo approccio che non tiene in nessun conto le dinamiche della diplomazia multilaterale, è rappresentato dai dazi che il Presidente USA ha imposto a Paesi che, storicamente gli sono alleati. A questo strappo pratico, si è aggiunto poi lo strappo simbolico: Trump ha annunciato che sarà presente solo al primo giorno del G7 e che già domani lascerà il Canada per recarsi a Singapore (dove, tra diversi giorni, dovrebbe incontrare il Presidente nord-coreano, Kim Jong-un), disertando, in questo modo, le discussioni più importanti (quelle sull’uscita dagli accordi sul clima e sul nucleare iraniano e quello, appunto, sui dazi).

Nei giorni scorsi, le istituzioni dell’Unione Europea, in particolar modo di Francia e Germania, si sono espresse con preoccupazione riguardo i dazi statunitensi. A queste preoccupazioni si sono aggiunte quelle dei Governi di Giappone e Canada: l’apice dello scontro diplomatico è stato raggiunto quando il Presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron, ha dichiarato che, nonostante la diserzione USA,  il mercato dei sei Paesi rimanenti è più grande e che, quindi, è possibile giungere ad un accordo anche senza Washington. Il problema è che, anche all’interno dei Paesi del G7, nonostante una unità di intenti formali, restano presenti alcune incognite.

In primo luogo, la Gran Bretagna, nonostante abbia preso le parti della UE sulla questione dei dazi, si è esposta meno, probabilmente a causa del rapporto privilegiato che ormai da secoli lega i Governi GB e USA) e delle preoccupazioni crescenti derivanti dai conti della Brexit. È dunque possibile che Londra tenti di giocare un ruolo di pacificatore tra Washington e il resto dei Paesi UE.

C’è poi l’Italia che manda in Quebec il nuovo Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, espressione del Governo grillino-leghista. Il nuovo Governo insediatosi a Roma, infatti, ha espresso posizioni piuttosto ambigue su molte questioni che risulteranno centrali durante il vertice G7, prima tra tutte, quella dei dazi che, secondo il nuovo Ministro degli Interni, il leghista Matteo Salvini, non sarebbero dirette a danneggiare l’Italia, bensì la Germania (mostrando una crepa nella tenuta del fronte UE che, nonostante i proclami, è piuttosto in linea con le posizioni tenute dai due partiti). Inoltre, la stessa figura di Conta, priva di esperienza politica e, secondo alcuni, anche di autonomia decisionale rispetto ai due rappresentanti dei partiti di Governo, rende difficile prevedere quale sarà l’atteggiamento dell’Italia sui temi principali di questo vertice canadese.

Al di là delle divisioni interne, che rischiano di trasformare il G7 in G6, è interessante riflettere sulla posizione di altri importanti Paesi che, seppure esterni al vertice, giocano un ruolo fondamentale nella politica e nell’economia globale.

In primo luogo c’è la Cina che oramai si presenta come il principale candidato al ruolo di prossima prima potenza globale. La Repubblica Popolare Cinese, anch’essa colpita dai dazi di Trump, è naturalmente in competizione con gli Stati Uniti e, altrettanto naturalmente, ha reagito con forza alla decisione USA. A differenza dei Paesi G7, inoltre, Pechino ha la capacità economica per rispondere ai dazi statunitensi con misure appropriate ed efficaci che potrebbero mettere in difficoltà l’economia USA.

Anche la Russia, seppure non in grado di competere con gli USA sul piano economico, gioca un ruolo di avversario politico e, quindi, non può che contrastare le politiche statunitensi. Il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, non si è fatto sfuggire l’occasione per bacchettare i rappresentanti dei Paesi UE che, tempo fa, hanno imposto sanzioni economiche a Mosca, a causa della questione ucraina, e che ora, a suo dire, vengono ripagati con la stessa medaglia dal proprio principale alleato.

Ci sono, poi, altri Paesi che giocano un ruolo importante sul piano politico ed economico e la cui reazione alla nuova politica USA potrebbe essere interessante ed avere effetti di lungo termine. Uno di questi è certamente l’India, con la sua potente economia ed un ruolo internazionale difficilmente inquadrabile. Ci sono, poi, i Paesi dell’area mediorientale, primo tra tutti l’Arabia Saudita, che sono tradizionalmente molto legati a Washington a causa degli interessi petroliferi statunitensi e che, per contro, potrebbero essere danneggiati dagli effetti della politica dei dazi.

Per tentare di comprendere meglio la situazione attuale e i possibili scenari futuri, abbiamo parlato con Pierluigi Montalbano, titolare per conto della Commissione Europea della Cattedra ‘Jean Monnet’ su “Rethinking EU Trade Policy for Development”, Professore Associato di Politica Economica Internazionale presso l’Università ‘La Sapienza’ di Roma e Associated Faculty presso il Dipartimento di Economia dell’Università del Sussex, in Inghilterra.

 

Il G7 del Quebec si annuncia tra i più complessi a causa delle tensioni tra gli USA e gli altri Stati membri: la diserzione statunitense potrebbe trasformare il vertice in un G6 e, soprattutto, un G6 avrebbe ancora senso?

No, anzi nell’attuale fase economica globale, anche il G7 ha sostanzialmente fatto il suo tempo. Se, infatti, all’indomani della dichiarazione di inconvertibilità del dollaro in oro del 1971 (che sancì la fine del sistema monetario di Bretton Woods) l’idea di un coordinamento informale fra i Paesi cardine del sistema economico internazionale dell’epoca ha innegabilmente rappresentato un elemento chiave della successiva stabilità monetaria, l’evoluzione attuale dei temi oggetto di discussione, nonché l’ampliamento della platea di attori con ruoli e responsabilità chiave nel Governo Globale (pensiamo al caso dei così detti ‘grandi Paesi emergenti’) ha reso la compagine a 7 insufficiente allo scopo. È in questo spirito che è nato a Berlino nel 1999 il G20, il quale è dotato di una ben più ampia rappresentanza globale (i Paesi aderenti rappresentano circa il 90% del PIL e l’80% del commercio globale) e rappresenta oramai il principale foro di discussione informale sui temi al centro del governo globale.

Ad eccezione degli USA, la posizione dei principali Paese membri sembra abbastanza compatta (si pensi alle dichiarazioni di Francia, Germania, Canada e anche del Giappone): quale potrebbe essere, in merito, la posizione dei britannici, che storicamente sono gli alleati più stretti degli statunitensi? Quale la posizione del nuovo Governo italiano?

Per quanto riguarda UK, la Brexit inevitabilmente avrà un ruolo anche da questo punto di vista. Il Regno Unito è alla disperata ricerca di una nuova identità commerciale internazionale post-Brexit ed è consapevole che molto dipenderà dalla sua capacità di stabilire buone ed intense relazioni commerciali con i principali partner esterni all’UE, anche in competizione con gli stessi partner europei.

L’Italia arriva a questo appuntamento in piena transizione e onestamente non credo che ci siano chiari obiettivi condivisi sui temi oggetto di discussione in questi giorni nemmeno al’’interno della nuova compagine governativa. Se un po’ di confusione può essere ammessa in questa fase d’avvio, sarà importante però che il nostro Paese sappia recuperare presto una visione strategica per il futuro. Soprattutto, che non sia una visione di retroguardia e di arroccamento rispetto ai grandi temi globali, bensì propositiva, dinamica e di rilancio del nostro ruolo internazionale.

Per quanto riguarda i Paesi emergenti che non fanno parte del G7, quali potranno essere gli effetti della nuova politica USA sulla loro economia e, soprattutto, quale potrà essere il loro atteggiamento verso la nuova situazione mondiale?

I Paesi emergenti hanno molto da perdere dalla nuova politica USA perché il commercio mondiale rappresenta per loro un potente volano di crescita e prosperità, così come affermato dalla teoria del commercio internazionale e confermato dalle analisi empiriche, passate e recenti. L’avvio di un’epoca di protezionismo generalizzato andrebbe, pertanto, a determinare una spirale negativa di riduzione dei commerci, quindi dell’offerta, quindi della domanda, quindi di recessione (così come purtroppo già avvenuto in passato con lo Smoot-Hawley Tariff Act  durante la Presidenza Hoover negli anni ’30 del secolo scorso). Non a caso attualmente i ‘liberisti’, intesi come a favore del commercio internazionale, sono i cinesi, ed in generale tutti i Paesi emergenti, pur se in un quadro di politiche più selettive rispetto al passato.

La Cina, in quanto potenza economica in netta ascesa, si è espressa esplicitamente contro la nuova politica protezionista USA; la Russia, in quanto concorrente politico e destinataria di sanzioni, non potrà che osteggiare la linea statunitense; per quanto riguarda l’India, invece, quali potrebbero essere gli atteggiamenti di Nuova Delhi nei confronti del nuovo corso che Washington vorrebbe prendere?

L’India è in questo momento la potenza commerciale più corteggiata. Anche il Regno Unito post-Brexit ha subito visto nella possibilità di avviare relazioni commerciali privilegiate con la sua ex-colonia una possibile strategia di riposizionamento all’interno dello scenario economico globale.  Tuttavia, l’India sembra al momento non essere in grado di contrastare l’attivismo cinese e, nonostante l’attuale stabilità macroeconomica, non è finora riuscita a proporre una strategia globale riconoscibile, anche a causa delle maggiori difficoltà tipiche dei processi decisionali di quella che è la democrazia più grande del mondo in un contesto con 29 Stati e 22 lingue diverse.

La politica dei dazi USA avrà effetti su importanti produttori di petrolio, ma storicamente forti alleati i Washington, come l’Arabia Saudita e i suoi alleati nell’area?

Sicuramente sì, anche se l’Arabia Saudita è già da tempo in tensione, dal punto di vista economico, con gli USA a causa delle politiche statunitensi a favore della rivoluzione dello shale oil (petrolio non convenzionale prodotto da processi di fratturazione idraulica), che ha spinto gli USA verso l’autosufficienza energetica e l’Arabia Saudita verso i così detti ‘tagli produttivi’ al fine di rendere tale opzione statunitense meno conveniente. Un’eventuale riduzione della domanda, alimentata da politiche protezionistiche, non farebbe che esacerbare ulteriormente tale tensione economica ‘latente’ fra i due alleati.

È possibile che la nuova linea USA porti, in un futuro neanche troppo lontano, a nuovi assi, ovvero che riesca ad avvicinare gli alleati delusi, come UE, Canada e Giappone, ad avversari come Iran, Cina e Russia?

È innegabile che si stia assistendo ad una revisione delle posizioni consolidate sullo scacchiere internazionale, anche in considerazione del fatto che le motivazioni sottostanti gli equilibri tradizionali si stanno oggettivamente attenuando. Probabilmente è, al momento, fantapolitica quella di immaginare l’affermarsi di un asse rispetto ad un altro. Tuttavia, un’analisi più approfondita delle nuove relazioni economiche internazionali nel quadro della nuova economica globale, e dell’affermarsi di fenomeni significativi di frammentazione internazionale della produzione, sicuramente permetterebbe ai decisori politici di sviluppare strategie più chiare e di lungo termine, sulle quali aggregare il consenso in maniera alternativa rispetto a quanto fatto sinora.

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