giovedì, Giugno 20

Davvero l’ Italia (e l’ Europa) sono come Weimar? Sul Financial Times si è messo a confronto la situazione della Repubblica tedesca fra le due guerre e l’attuale situazione italiana ed europea. Oggetto della similitudine: la crisi delle élite democratiche

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In un articolo apparso ieri sul Financial Times, a firma di Wolfgang Münchau, l’odierna situazione politica italiana (ed europea) veniva paragonata a quella della Repubblica tedesca degli anni Venti-Trenta. Lo Stato che passò alla storia come Repubblica di Weimar, infatti, conobbe una fortissima crisi delle élite liberali, che, secondo l’autore, ricorda molto l’attuale sfiducia nutrita nei confronti dei partiti moderati, europeisti e liberali. Pur ritenendo, infatti, come non sia il caso di azzardare un parallelismo fra il diffondersi dei populismi nei nostri tempi con la crescita dei movimenti nazifascisti nel periodo compreso fra le due guerre mondiali, l’autore ritiene che più di una similitudine intercorra sul periodo che ha immediatamente preceduto quegli anni tragici. Anni di crisi economica, instabilità politica e violenza sociale.

Ma andiamo con ordine. Che cos’era la Repubblica di Weimar e perché era così in crisi? Era appena terminata la Grande Guerra, che aveva visto sconfitta la Triplice Alleanza, di cui l’Impero Tedesco era membro. La sconfitta segnò anche la fine della dinastia imperiale e la Germania divenne una Repubblica: la nuova Costituzione, varata nella città tedesca di Weimar, regolava i nuovi ordinamenti istituzionali. La giovane democrazia tedesca, tuttavia, doveva fare i conti con un diffusissimo malcontento della popolazione, che, oltre a dover subire le perdite e le sofferenze successive a un conflitto micidiale come la Prima Guerra Mondiale e l’umiliazione della sconfitta, si vedeva vessata dalle pesantissime riparazioni di guerra che, secondo i trattati di pace, era costretta a ripagare nei confronti degli Stati vincitori. Questo inaugurò una crisi economica di enormi proporzioni, con la ormai proverbiale iperinflazione, che portò a una svalutazione vertiginosa del marco tedesco. L’immagine della persona con una valigia piena di banconote per comprare un chilo di patate rende benissimo l’idea.

Delle condizioni dei trattati, ritenute punitive, vennero incolpati i vari governi che si successero in quegli anni e la crescente sfiducia nei confronti delle élite liberali weimariane portò a una serie di repentini cambi di governo, mentre si assisteva alla crescita dei movimenti di estrema destra ed estrema sinistra, che alzarono il livello dello scontro e lo portarono su un piano fisico, oltre che ideologico. In un’epoca di grandi fermenti – che ebbero una grande ripercussione nella produzione artistica e culturali della Germania di Weimar, fra le più fiorenti di sempre – le élite liberali ignorarono o sottovalutarono i rischi dei movimenti estremisti, confidando nella propria solidità, nei segnali di ripresa economica, dovuta anche agli aiuti esterni e nella democratica Costituzione del proprio Stato. Tuttavia, la crisi del ’29 si abbatté sulla fragile struttura economico-politica tedesca: la Germania sprofondò nella crisi più buia, i movimenti estremisti, specialmente il partito nazista, ripresero vigore e, Adolf Hitler, al potere nel 1933, sospese la Costituzione chiamando lo stato d’emergenza. Le regole non si applicavano più: le élite liberali avevano perso il controllo e con loro la Germania.

Quali punti di contatto si possono individuare fra la situazione della Repubblica di Weimar e quella odierna? La prima è immediatamente rintracciabile nella crisi economica: è indubbio il fatto che la Grande Recessione del 2008 abbia aperto un nuovo, difficile capitolo della storia mondiale e, di conseguenza, europea. Gli effetti all’interno dell’Unione Europea, arrivati con qualche anno di ritardo rispetto all’esplodere della crisi negli Stati Uniti (sulla falsariga di quello che accadde nel 1929), sono stati devastanti per l’assetto politico-istituzionale degli Stati europei, e le misure di austerità, se da un lato furono ritenute inevitabili dalle classi dirigenti europee, dall’altro aumentarono la sfiducia nei confronti delle élite. Questo fu un terreno molto fertile per la diffusione di istanze euroscettiche, un tempo appannaggio di sparuti movimenti estremisti, oggi condivisi da vasti strati della popolazione e degli archi parlamentari di mezza Europa, fino a diventare argomento di discussione ai più alti livelli rappresentativi e istituzionali. Münchau, tuttavia, punta il dito con maggior enfasi su un secondo aspetto: quello della sottovalutazione da parte delle élite liberali delle istanze euroscettiche e quello della loro sopravvalutazione della solidità delle Costituzioni democratiche. Le due cose vanno di pari passo. Secondo l’autore, infatti, per quanto le istituzioni e i dispositivi previsti dalla Costituzione siano solidi e dovrebbero vietare ogni sorta di forzatura della legge, si può sempre trovare un modo per aggirarla e per arrivare dove si vuole, a dispetto di quello che la Legge fondamentale dice.

Il caso emblematico della Costituzione di Weimar è evidente: una delle Carte costituzionali più democratiche di sempre prevede un articolo, il 48, pensato per sospendere le garanzie costituzionali in caso di emergenza. Adolf Hitler, dopo l’incendio del Reichstag, applicò questo articolo e ottenne così poteri pressoché illimitati. Allo stesso modo, in un contesto come il nostro, in cui la Costituzione vieta espressamente all’Italia di ritirarsi dai trattati internazionali sottoscritti, che cosa vieta davvero di portare avanti una politica di rottura rispetto agli accordi europei? Questo è infatti il timore più forte a livello internazionale: l’arrivo di un Governo euroscettico, sottovalutato da quelle stesse élite liberali ritenute, dai più responsabili della crisi odierna, ricorda da vicino la sottovalutazione di quei Governi estremisti da parte di coloro che furono ritenuti corresponsabili della crisi economica tedesca della Repubblica di Weimar.

Per non parlare della Presidenza della Repubblica: nella Repubblica di Weimar le cose sono iniziate a versare per il peggio, per le élite liberali, quando Presidente della Repubblica tedesca divenne Hindenburg, ex generale, uno di quelli che covò un fortissimo risentimento verso quelle élite democratiche considerate disfattiste, morbide nei confronti del nemico. La sua salita alla Presidenza fu un prima conclamazione della crisi. Al momento, perlomeno in Italia, non si vedono figure di questo tipo, ma che cosa dovrebbe accadere se una figura di questo tipo dovesse farsi avanti, magari votata da quelle forze euroscettiche che comporranno sempre più gli archi parlamentari d’Europa, si chiede l’autore? Il futuro dell’Europa e di quanti hanno lavorato per crearla sarebbe sempre più oscuro.

Al netto dei parallelismi fra passato e presente, che sono sempre molto interessanti e istruttivi, il monito della Repubblica di Weimar ricorda, allora come oggi, che niente può essere preso sotto braccio, ma che un’attenta analisi della realtà permette di guardare più in là di quanto il presente può lasciarci credere.

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