sabato, Agosto 15

DART, il cacciatore di asteroidi con tecnologia italiana Didymos e Didymoon ci aiuteranno nel nostro percorso di ricerca per difendere la Terra dagli asteroidi

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Tra circa un anno la Nasa lancerà una missione per inseguire asteroidi dalla base di Vandenberg, in California. Il vettore sarà un Falcon 9 della SpaceX.
Il fatto che venga assegnato un poligono militare a una missione scientifica, e che l’agenzia spaziale americana abbia segretato diversi punti dei suoi incartamenti, non lo fa considerare proprio un programma di esplorazione, uno di quelli a cui siamo ormai abituati. Ma che poi a bordo del razzo di Elon Musk vi sia un bel po’ di tecnologia e produzione italiana da parte nostra deve dare a DARTDouble Asteroid Redirection Test– una particolare valenza emotiva.

Il programma servirà a testare le tecnologie della deflessione cinetica da impatto di una sonda su un asteroide. E proviamo a spiegarci.

A circa dieci milioni di chilometri dalla nostra Terra, nel 1996, l’osservatorio astronomico di Kitt Peak, in Arizona, scoprì una coppia di asteroidiorbitanti l’uno accanto all’altro e ambedue attorno al Sole. La denominazione fu: Didymos, con un diametro di 780 metri, e Didymoon, dal diametro di 160 metri.
I due gemelli racchiudono molti misteri nella loro conformazione, tali che nel corso di questi anni la curiosità degli studiosi ha concepito una proposizione di indagine per acquisire quante più informazioni geologiche e geofisiche su di essi. Ma poi si è giunti anche ad un’altra conclusione, data la distanza e le particolari dinamiche scoperte. Così si è elaborato come compiere una serie di esperimenti in vista di un protocollo di sicurezza del nostro pianeta, senza, tuttavia, rischiare di attivare azioni che potessero danneggiare il complicato equilibrio che regola l’intera vita del sistema solare.

Gli asteroidi costituiscono un rischio molto grave durante la loro orbitazione. Se questi piccoli corpi, nel loro percorso, vengono catturati dalla gravità di un pianeta, possono causare conseguenze dirompenti.
La Terra è protetta dalla spessa calotta atmosferica che ripara energicamente il nostro suolo, ma non è del tutto impenetrabile. Va ricordato –tra gli esempi più noti- che
66 milioni di anni fa la penisola dello Yucatán, in Messico, fu sconvolta da una massa dal diametro di circa 10 km. che, schiantandosi al suolo alla velocità stimata di 30 km/secondo,bastò ad aprire il cratere di Chicxulub grosso poco meno della Sicilia, comportando la fine della vita per il 70% delle specie marine e continentali esistenti. Sopravvissero solo i generi sotterranei e quelli viventi negli abissi più profondi.

Le conoscenze attuali non ci fanno assicurare che quello fu l’insulto più devastante accaduto al nostro pianeta dallo spazio. La gran quantità di mari che avvolge la Terra è così vasta che numerosi reperti possono essere stati occultati dalle profondità: ci è nota l’origine del cratere Shiva, nel fondale dell’Oceano Indiano, generato in età equivalente al Chicxulub lasciando una traccia di circa 600 chilometri di lunghezza per 400 di larghezza.

Ecco quindi che il presidio ai corpi voluminosi più vicini alla nostra Terra può essere essenzialeperché la conoscenza sull’andamento e la consistenza degli asteroidi al momento è la cura più efficace per allentare pericoli che la scienza attuale difficilmente può minimizzare.

Così l’esperimento della Nasa, con il partenariato dell’Agenzia Spaziale Italiana e il contributo scientifico dell’Inaf.

DART è un veicolo con un sistema per la rilevazione di immagini ad alta risoluzione per la navigazione, l’individuazione dell’obiettivo, la misura e la quotazione delle sue dimensioni e la determinazione del contesto geologico.
Ma l’altro carico utile –proposto dall’Asi- è dell’Unità Esplorazione e Osservazione dell’Universo diretta da Barbara Negni. Si tratta di un CubeSat, LICIACube, realizzato da Argotec, un’azienda fondata a Torino nel 2008 da David Avino.

Dopo un viaggio di 14 mesi, DART si avvicinerà alla coppia di sassi orbitanti, utilizzando il sistema autonomo di controllo e di guida; nel programma lafreccetta’ dovrà colpire il satellitino alla velocità di 6 km/secondo per deorbitarlo di qualche frazione. Ma prima dell’impatto il sistema rilascerà il cubo italiano che potrà così riprendere le immagini della collisione e della nube che si scaturisce, mentre un altro sensore –sempre italiano- catturerà e analizzerà le polveri della frammentazione.

In questo modo gli scienziati ritengono di poter configurare un quadro molto dettagliato dell’intero andamento in caso di criticità, mappando un processo difficilmente simulabile.

Il progetto sembra indubbiamente cruento verso il corpo celeste, ma sarà un mattone importante alla comprensione della dinamica degli asteroidi. Non si tratta di fantascienza.

Lo scorso 24 giugno, un asteroide di circa 300 metri di lunghezza si è avvicinato a 3,7 milioni di chilometri dal pianeta Terra –nella massima opposizione, Marte ci dista 54 milioni di chilometri- viaggiando ad una velocità di 12,89 km/s. Non è successo niente, ci è andata bene, ma il rischio è in agguato e conviene identificare una strategia che possa proteggere il pianeta da pericolose invasioni capaci di essere ad altissimo livello di letalità.

Può essere comprensibile una domanda: chi paga per questa difesa? Probabilmente è giusto che siano i Paesi più ricchi a sostenerne la spesa. Un impatto non controllato di un asteroide potrebbe far danno a qualunque territorio, ma le ripercussioni sarebbero così devastanti che a farne le spese sarebbero anche le regioni più lontane dall’impatto. Ammesso, ma non concesso, che si possa stabilire il punto in cui far avvenire lo scontro.

Per questo ci piace chiudere con una semplificazione molto efficace.
Nel 1979, il geologo
Walter Álvarez, con l’aiuto del padre Luis, Premio Nobel per la Fisica nel 1968, in una delle perlustrazioni di studio nella Gola del Bottaccione, in prossimità di Gubbio, scoprì una concentrazione di iridio incompatibile con il calcare degli Appennini, ma, soprattutto, lo trovò in corrispondenza di una totale assenza di fossili,prova evidente che il metallo nobile, poco presente sulla Terra ma assai diffuso sugli asteroidi, doveva esser piovuto con le conseguenze purtroppo note. Non fu difficile coordinare quantità e qualità dell’iridio ritrovato per comprendere che il vento assassino avesse portato quelle polveri dal Messico all’Italia.
Quindi,
il pericolo è per tutti ed è necessario che chi più ha la possibilità di investire in questo campo non lesini le proprie risorse.

Non ci resta che aspettare il buon esito di questa ricerca.
Nel 2027, poi, toccherà all’Europa, che sta sviluppando la missione Hera, per testare l’efficacia della deflessione compiuta da DART.

Hera è il contributo dell’Agenzia Spaziale Europea a una collaborazione internazionale per missioni spaziali accoppiate. Uno spazio anche per il Vecchio Continente per la sopravvivenza del pianeta Terra.

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