domenica, Giugno 16

Dall’economia alla Libia: non ci resta che piangere Palazzo Chigi ammette, di fatto e senza dirlo, il fallimento della sua politica economia; in politica estera, sostanziale impotenza e inaffidabilità del Governo italiano

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La sala stampa di palazzo Chigi, giorni fa, desolatamente vuota; e dire che a rigore di logica sarebbe dovuto accadere il contrario: un pienone di giornalisti, con una quantità di domande da porre, di chiarimenti da avere, di curiosità da soddisfare. Ma c’è poco da chiedere, quando in sala stampa non si presenta nessuno: non il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, non il Ministro dell’Economia Giovani Tria, non gli onnipresenti ministri del Lavoro Luigi Di Maio e dell’Interno Matteo Salvini. Avevano tutti altro da fare, quella sera; e sì che era appena stato approvato un Documento importante, dal Consiglio dei Ministri, quello con le coordinate di economia e finanza prossime venture.

Come spiegare tanta singolare discrezione, questo inusuale silenzio? Avranno pensato, gli esperti della comunicazione di palazzo Chigi, che forse era opportuno non correre troppi rischi. Qualche domanda imbarazzante, magari sarebbe saltata fuori; e di conseguenza qualche smozzicata risposta, qualche silenzio destinato a fare l’impietoso giro dei social… Meglio lasciar perdere.

Già…perché nel documento ufficiale partorito dai Ministri si legge che la crescita del Paese è dello 0,2 per cento. Lo avevano anticipato tutte le principali (e indipendenti) agenzie, e per questo si sono beccati l’accusa di ‘gufare’. Ora la stessa cosa la sostiene palazzo Chigi. Augo-gufo? E per quel che riguarda i consumi, che avrebbero dovuto avere una spinta propulsiva, ‘figlia’ proprio delle riforme economiche varate dal Governo pentastel-leghista? Niente da fare: al momento ‘Quota 100’ per le pensioni e reddito di cittadinanza hanno prodotto l’effetto di polvere da sparo bagnata. La disoccupazione? In aumento. Il debito pubblico? In aumento. Le tasse? In aumento anche quelle, e al cittadino interessa poco sapere se siano lo Stato centrale o le amministrazioni locali ad alzare i balzelli: vada al Comune, alla Regione, allo Stato, sempre dalla sua tasca, quel denaro deve uscire. Ieri un giornale ‘composto’ come ‘Il Sole 24 Ore’ ammoniva: «Riforme, mancano ancora 166 decreti. Sessanta già scaduti». Uno specchietto, impietoso, avverte: «I provvedimenti fuori tempo massimo necessari per tradurre in pratica le misure del Governo Conte erano, poco più di un mese fa, 24. Ora sono 60: quasi triplicati…Inalterato il numero di provvedimenti ancora da fare: erano 167 nell’ultimo monitoraggio, sono diventati 166…».

Il Presidente Conte, a chi gli ricorda l’infelice vaticinio: «Il 2019 sarà un anno bellissimo», risponde ora che si trattava di una battuta. C’è ben poco da ridere, nel fatto che l’Italia è entrata in recessione, si cerca con affanno dove e cosatagliarenella spesa pubblica (anche quella essenziale), e non si sa bene come finanziare la flat tax, e contemporaneamente evitare che scattino le clausole di garanzia con conseguente aumento dell’IVA. Ora, di fatto, il Governo ammette il fallimento delle sue politiche economiche.

Non solo l’economia. E’ la stessa tenuta dell’edificioistituzioni a inquietare. Un costituzionalista di vaglia come il professor Michele Ainis, ammonisce severo: «La media mensile delle leggi approvate durante il Governo gialloverde è la più bassa della storia». E snocciola cifre indiscutibili: 3,5 leggi al mese; al tempo dell’Esecutivo di Silvio Berlusconi, era di 6,6; con Mario Monti di 7,1; con Enrico Letta 4,6; con Matteo Renzi 7,9; con Paolo Gentiloni di 5,6. Indiscutibile segno di perdita di centralità del Parlamento, ridotto sempre più a mero votificio. Ora, la quantità non garantisce la qualità, ma è sempre Ainis ad avvertire che nel caso del Governo Conte manca questa e quella; e mancano quelle che definisce ‘leggi di sistema’: nessuna legge sui partiti, sul conflitto di interessi, sulla cittadinanza, sulla disciplina elettorale.

E per quel che riguarda la politica estera, lageo-politica? Peggio che andar di notte, diagnosticano unanimi osservatori e studiosi. Sul tavolo di Conte si affastellano i dossier dell’intelligence italiana: in queste ore riguardano soprattutto la situazione in Libia. Avvertono che in migliaia sono pronti a cercare scampo in Europa, e in particolare in Italia: un ‘esercito’ di disperati rinchiusi in condizioni inumane nei centri di detenzione, dove acqua e cibo sono sempre più scarsi, se non inesistenti.

La linea ‘dura’ in cui si attesta Salvini lascia il tempo che trova. In caso di escalation della guerra nulla e nessuno potrà fermare l’esodo.
Nella sua recente informativa al Parlamento, Conte ha reso palese la sostanziale impotenza del Governo italiano, e la marginalità avvilente rispetto a eventi che ci vedono comunque coinvolti. Il Presidente del Consiglio assicura che la nostra diplomazia è al lavoro. Quale sia, e con chi, non è ben chiaro. Il Ministro degli Esteri, come al solito, sorride e tace. Parla, non si capisce bene a che titolo, il Ministro dell’Interno, e al solito, gonfia il petto: «Se ci fossero interessi economici dietro al caos in Libia, se la Francia avesse bloccato un’iniziativa europea per portare la pace, se fosse vero, non starò a guardare…Se qualcuno per business gioca a fare la guerra, con me ha trovato il ministro sbagliato».

Gli interessi economici e geo-politici della Francia ci sono, è assodato: dai tempi di François Mitterrand, di Valéry Giscard d’Estaing, Jacques Chirac, François Hollande, Nicolas Sarkozy, fino a Charles de Gaulle. E ora con Emmanuel Macron. Dunque? È altrettanto sicuro: in Libia, dietro il caos, ci sono consistenti e concreti interessi economici: come nei Paesi dell’Africa sud-sahariana, e in generale in tutto quel continente: dove si gioca non da ora una partita tra Cina, Russia, Francia, Regno Unito, Stati Uniti, che non ha nulla da invidiare a quelle che nei secoli passati si giocò con eserciti e mercenari. Nonqualcuno’, ma tanti, per business, giocano a fare la guerra. Salvini fa sapere che «stiamo approfondendo; ci sono delle evidenze, purtroppo. Qualcuno ha dubbi che l’intervento contro Gheddafi di qualche anno fa animato da Sarkozy fosse un intervento umanitario e non un intervento per interessi economici e commerciali di qualche paese europeo? Non vorrei che stessimo rivedendo lo stesso film e poi a pagarne le conseguenze fossero gli italiani, solo che adesso c’è in Italia che alza la testa, c’è un Governo che reagisce».

Ancora una volta l’Italia viene colta di sorpresa. Roma ha puntato tutto sul Governo di Fayez al-Sarraj. Da mesi le cancellerie di tutto il mondo erano a conoscenza delle reali intenzioni dello storico rivale, il generale Khalifa Haftar, che può contare sull’esplicito appoggio di Russia e Francia. All’inizio dell’anno Haftar si impadronisce dell’importante giacimento libico El Feel, gestito dall’Eni e dalla Noc, la Compagnia petrolifera nazionale libica. In precedenza si era impadronito dei pozzi di Sharara, i più importanti della Libia.

Troppo concentrati a impedire che qualche centinaio di immigrati toccasse il suolo italiano non si è valutato per tempo quello che accadeva tra Tripoli e Bengasi; inoltre, come è stato ministerialmente assicurato: «Tripoli è un porto sicuro». Così ‘sicuro’ che Eni, qualche giorno fa, ha disposto il rimpatrio, in fretta e furia, di tutto il personale italiano…

Giova ricordare che il 70 per cento degli interessi petroliferi italiani sono in Tripolitania; e siamo in lucrosi affari con il Qatar: Paese al quale l’Italia ha fornito negli ultimi mesi circa 10 miliardi di dollari di armi, tra navi, elicotteri e aerei. Per questo sosteniamo Sarraj. Senza però aver la forza di farlo. Haftar vuole conquistare il potere; vuole impadronirsi delle entrate petrolifere (controlla, infatti, i pozzi del Sud e i terminali dell’Est, ma non può esportare il greggio per un embargo internazionale e le royaltes sono incassate da Tripoli con la banca centrale libica). Vuole conquistare Tripoli, ma al tempo stesso deve evitare un bagno di sangue se vuole presentarsi come il ‘pacificatore’ del Paese.

Mentre Conte auspica e Salvini annuncia che non sarà a guardare, la Francia opera, tresca e trama. La settimana scorsa una delegazione del generale Haftar è volata a Parigi per discutere con Macron il da farsi. Probabilmente della delegazione faceva parte Saddam Haftar, figlio del Feldmaresciallo.

Alla fine della fiera: l’Italia continua nella sua politicafurbadi sempre: il piede su quante più scarpe possibile. Crede, per esempio di poter gestire l’alleanza con gli Stati Uniti dando contemporaneamente man forte alla Cina con il memorandum sulla Nuova Via della Seta. Chiede solidarietà a Parigi, e il vice-presidente del Consiglio si incontra con i gilet gialli…e via così. Si può fare tutto, ovviamente, a patto di non lamentare che l’immagine del Governo italiano appare inaffidabile.
Ed è comunque velleitario il voler contrastare da soli la Francia: per il peso che ha Parigi in Nord Africa e in Unione europea. L’Italia grazie alla politica schizofrenica del suo attuale Governo, ha perso quasi tutti i partner che sostengono Haftar. Aver riallacciato i rapporti con l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi e con gli Emirati Arabi Uniti, soprattutto grazie a Eni, aveva dato modo di tutelarci in Libia con l’uomo forte della Cirenaica. Poi qualcosa è andato storto. Grazie alle astuzie lessicali di Conte, al petto in fuori di Salvini.

C’è poco da stare allegri. Da ultimo, ma non ultimo: al rischio dell’esodo di migliaia di disperati si somma, secondo l’intelligence italiana, quello di un ripresentarsi in grande stile il terrorismo dell’Isis. L’intelligence evidenzia nei dossier «la presenza tuttora massiccia di gruppi presenti nel Paese e direttamente collegati all’Isis, determinati a sfruttare la situazione di caos, pronti a trasformare la Libia nella nuova Siria».

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