lunedì, Ottobre 26

Dall’America Centrale agli USA: la vera faccia della migrazione dei minori

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Il crescere dei flussi migratori è qualcosa che accomuna diversi Paesi che si trovano ad affrontare spesso una vera e propria emergenza umanitaria. Migrazioni originate da diverse cause e che coinvolgono persone di tutte le età. La legislazione di ciascuno Stato prevede interventi diversi a seconda dei motivi per cui i migranti lasciano la propria area di appartenenza, che sia per una questione di sicurezza o per un interesse economico.

Ogni mese, migliaia di minori dall’America Centrale fuggono dalla violenza delle gang e dalla soffocante povertà rischiando di essere rapiti, violentati o uccisi. Il report dell’UNICEF  ‘Broken Dreams: Central American Children’s Dangerous Journey to the United States’ sottolinea che questo trend non mostra segni di miglioramento. «Questo flusso di giovani rifugiati e migranti evidenzia la critica importanza di tracciare la violenza e le condizioni socio economiche nelle loro Nazioni di origine». Secondo i dati riportati, nei primi mesi del 2014 più di 44.500 minori non accompagnati sono stati fermati al confine statunitense; il numero è sceso a 18.500 nel 2015 ma è risalito poco dopo a 26.000.

Il metodo utilizzato dai Paesi di ingresso per capire la causa della migrazione, nella maggior parte dei casi, è chiedere semplicemente il motivo dello spostamento. Come scrive Michael Clemens, analista ed esperto di migrazione del ‘Center for Global Development’, «ovviamente, le persone possono rispondere in maniera strategica». Ma è anche vero, che potrebbero non raccontare le vere cause del loro viaggio.

Chi, per esempio, dichiara di muoversi per una questione di opportunità legata alla sua situazione finanziaria, in realtà, potrebbe nascondere una fuga dettata da un più ampio contesto di violenza. E la violenza certamente può danneggiare lo sviluppo economico di un Paese e non rende una dichiarazione come questa una falsità. Per questo, occorrerebbe integrare i risultati delle indagini in merito con qualcosa che vada oltre la semplice motivazione fornita. Basterebbe, cioè, osservare i cambiamenti economici, sociali e culturali di un Paese sviluppato per misurare gli effetti che questi hanno sulle decisioni di chi sceglie di migrare. Porre l’attenzione su cosa fanno davvero i migranti e perché lo fanno, non semplicemente su cosa dicono.

Questo, il metodo del nuovo studio triennale di Michael Clemens che inquadra nel particolare le cause della migrazione infantile dall’America Centrale agli Stati Uniti. La ricerca prende in considerazione 179.000 bambini da El Salvador, Honduras e Guatemala nell’arco di tempo che va dal 2011 al 2016; tutti arrestati negli USA senza alcun accompagnatore e senza visto. Lo studio ha considerato la migrazione in rapporto alla violenza e alle condizioni di impiego nei Paesi di loro provenienza, evidenziando gli effetti che queste problematiche sulle decisioni di spostarsi verso una Nazione più ricca.

Clemens sottolinea alcuni dei risultati più impressionanti, uno dei quali riguarda proprio la violenza che risulta essere il motore che trascina più bambini nel vortice migratorio. Considerando il periodo dal 2011 al 2016, dieci omicidi registrati nell’area di provenienza corrispondono statisticamente a sei bambini in più che scappano verso gli USA. In altre parole, è stato dimostrato il chiaro collegamento tra la crescita degli omicidi e il fenomeno migratorio infantile. Ma non si tratta solo di questo.

L’8% di tutti i ragazzi di 17 anni non accompagnati nella regione presa in considerazione è stata fermata e arrestata ai confini statunitensi dal 2011. Come scrive Clemens, siamo di fronte ad una percentuale enorme di arresti rispetto al numero totale di diciassettenni che inizialmente vivevano in quei tre Stati. Inoltre, questo risultato non considera i migranti che non sono stati arrestati, né quelli che non sono riusciti ad arrivare ai confini statunitensi. Circa 16.000 minori da El Salvador, Guatemala e Honduras sono stati fermati già in Messico nella prima metà del 2016; non sono arrivati alla frontiera USA, ma hanno rischiato sia la deportazione che diversi mesi di detenzione.

Un altro dato interessante riguarda i fattori di traino, ovvero sia la situazione economica del Paese di appartenenza, che la violenza. Questi risultano pressoché allo stesso livello. La narrativa politica su questi bambini cambia molto; si passa dal descriverli come rifugiati al dipingerli come migranti economici ma, in realtà, le statistiche dimostrano che la verità sta nel mezzo. O, per meglio dire, da entrambi i lati. Siamo di fronte ad un flusso complesso e diversificato, originato in larga parte da una situazione di violenza da cui si prova a fuggire, ma anche dal contesto economico, elemento trainante in pari misura. Come scrive Clemens, evidentemente, sono le pessime condizioni economiche a plasmare il modo in cui i bambini reagiscono alla situazione di violenza spostandosi dal loro Paese a quello che sperano possa essere un posto migliore.

Ad essere riconosciuti dalla legge internazionale e americana, tre tipi di migrazione: quella familiare, quella economica e quella dei rifugiati. Un migrante non può legalmente rientrare in più di una di queste categorie. Certo è che risulta essere un sistema piuttosto vecchio alla luce delle nuove evidenze. La migrazione nasconde molto di più.

Da ciò che si nota Ciascun bambino che migra da un Paese ad un altro può essere stato mosso allo stesso tempo dal desiderio di una riunificazione familiare, da quello di una maggiore sicurezza o dall’opportunità di una crescita economica. Non è detto che questi fattori di traino compaiano singolarmente; il punto messo in luce dalla ricerca è che, al contrario, spesso agiscono simultaneamente. Il tutto è ancora più ovvio per coloro che partono dall’America Centrale o da Paesi problematici dell’Africa, come il Sudan, o ancora dall’Afghanistan; ma è qualcosa che accomuna sempre più i flussi migratori di tutto il globo.

Ma ad oggi, scrive Clemens nel suo studio, le problematiche che riguardano le più disparate forme di violenza, e che contribuiscono al cospicuo spostamento dei giovani non accompagnati, non sono riconosciute a livello legislativo e non confluiscono, quindi, nella definizione di ‘rifugiato’. La conseguenza che ha dimostrato lo studioso è che i minori che arrivano senza nessuno ai confini statunitensi non riescono ad avere alcuna protezione, nemmeno quella che spetterebbe loro dal riconoscimento dello status di ‘richiedente asilo’.

Le Nazioni Unite stanno considerando di migliorare ed integrare il quadro relativo al fenomeno migratorio ed è tempo che lo facciano anche i singoli Governi. «E’ tempo di guardare ai dati reali e trovare strade per rendere più compatibile il nostro sistema con la realtà di ciò che sta attirando attualmente la migrazione», scrive Clemens. «I Governi devono esaminare più da vicino le cause dirette ed indirette di quella migrazione che sperano di definire».

Le ultime dall’Amministrazione Trump, però, non sono certamente di buon auspicio; il Governo federale ha, infatti, eliminato una componente chiave del programma che prima offriva una possibilità a centinaia di minori di arrivare in USA legalmente e raggiungere i propri genitori lì residenti, previsione introdotta nel 2014 da Barack Obama. Il Dipartimento di Sicurezza Nazionale, mercoledì, ha annunciato l’immediata fine del ‘Central American Minors Parole Program’ affermando che «non si fornirà più uno speciale trattamento di riguardo per gli individui cui è stato negato lo status di rifugiato da El Salvador, Guatemala e Honduras». Questa è solo un’altra mossa di Trump che va a definire meglio il cerchio iniziato a Gennaio sul restringimento della legge sull’immigrazione. Circa 3.000 minori prima nell’incertezza di poter rientrare nel programma, stanno vedendo sfumare anche la loro unica possibilità. La decisione non influenzerà chi ha ottenuto lo status di rifugiato, ma chi ne è sprovvisto. Questo è vero, ma visto la dimostrata ristrettezza della definizione in questione, rimarranno probabilmente tagliati fuori da qualunque chance centinaia di minori vittime di violenza ma non rientranti in questa auspicata categoria.

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