giovedì, Dicembre 12

Dalla parte di ‘Orso’ il partigiano Vita e ideali di Lorenzo Orsetti, nelle parole dei genitori, dei dirigenti dell’ANPI e del Sindaco Nardella per il giovane caduto in Siria mentre lottava con il popolo curdo per la libertà e la democrazia

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“Strano destino quello del Partigiano Orso, ucciso alla vigilia della sconfitta dello stato Islamico. Come quello di Aligi Barducci, nome di battaglia Potente,  il leggendario comandante partigiano caduto pochi giorni prima della Liberazione di Firenze, nell’agosto del ’44. E  proprio noi, della sezione dell’ANPI intitolata a lui, Medaglia d’oro al Valore militare, avevamo deciso di consegnare a Lorenzo Orsetti la tessera di socio onorario dell’ANPI, già nel febbraio scorso. Avrei preferito incontrarlo e magari discuterci animatamente….e invece”. Sono le parole  di dolore e rimpianto con cui Mario Fantechi,  segretario della sezione Potente ricorda il ‘partigiano Orso’ morto per la libertà. “Sì, perché Orso” – aggiunge con fierezza – “era, ed è  un partigiano, andato a combattere e a morire a soli 33 anni per la libertà e  la costruzione di uno stato libero giusto e democratico, un modello di società anche per noi. Di questo avrei voluto parlare con lui, a guerra finita, quando sarebbe tornato da noi, vivo e felice della sua scelta, quella di combattere, con e per il popolo curdo. E non solo. Lo faremo nel suo nome e con il suo ricordo nel cuore”.

Dunque, la tessera ad Honorem ad Orso come combattente partigiano‘,  è arrivata prima e in tempi non sospetti di strumentalizzazioni, ma com’era maturata questa vostra scelta?  Pochi sapevano del passo compiuto da Lorenzo.

“La nostra sezione, che opera nel Quartiere di Monticelli ( lo stesso che aveva dato i natali a Tiziano Terzani, ndr)  da tempo ha un approccio “internazionalista’, in  quanto ne fanno parte come soci onorari partigiani  italo-americani , un tedesco, uno svizzero – un medico di Zurigo che ora ha 96 anni – un palestinese  e i curdi, tra loro il responsabile dei curdi a Firenze Evdal Karabey . C’era anche la ragazza turca Haisel Korupinar, che è stata due-tre anni con noi, poi è stata uccisa in Turchia, dov’era tornata per  fronteggiare la tirannide. Noi, qui non guardiamo soltanto al nostro orticello, ma al mondo.  Come ha fatto Orso. Della lotta armata delle Forze Democratiche Siriane ( FDS) e del popolo curdo contro l’Isis, del modello politico e sociale portato avanti da anni per  costruire un sistema democratico e progressista, con forme di autogestione, fondato sull’eguaglianza, la giustizia, la parità di genere, i diritti umani, all’opposto al regime di morte  terrore violenza e distruzione dei tagliagole dell’Isis, e anche ben diverso dal regime di Assad, eravamo a conoscenza. Per questi motivi decidemmo di intestare la tessera ad honorem dell’ANPI al partigiano Lorenzo Tekoser  Orsetti. Come sezione dell’ANPI non ci rifugiamo solo nella memoria e nelle celebrazioni, ma intendiamo offrire un sostegno, un incoraggiamento alle “Nuove Resistenze” ovunque si manifestino. In Italia e fuori”.

“In questi giorni” – dichiara  Alessandro Pieri, segretario della sezione ANPI di Oltrarno,- “siamo stati presenti alle manifestazioni popolari contro gli atti di  provocazione fascista a Prato e altrove e il nostro medagliere è listato a lutto proprio in memoria di Lorenzo.  Che non era né un sovversivo né un elemento pericoloso, ma un giovane che aveva deciso di passare dalle chiacchiere sull’Isis ai fatti,  schierandosi al fianco del popolo curdo, combattendo insieme ad esso sul campo, mentre le forze alleate intervenivano sganciando bombe dall’alto. La bandiera dell’Anpi è listata a lutto proprio per lui. Per noi è morto un partigiano”.

Fantechi  aggiunge: “Parteciperemo ai suoi funerali quando verranno celebrati, con discrezione, lontani da strumentalizzazioni di vario genere. Non amiamo i “cappellai’ coloro  cioè che intendono mettere il cappello sui singoli fatti o protagonisti fino ad allora estranei”.   

Di Alessandro Orsetti,  padre di Lorenzo,  educatore in una comunità,  anche il pubblico televisivo ( domenica era da  Lucia Annunziata)  ha potuto ammirare la dignitosa   compostezza, affranto sì dal dolore ma rispettoso delle scelte del figlio, di cui si dichiara orgoglioso. “Abbiamo cercato di dissuaderlo,ma aveva già deciso, e allora abbiamo capito che ciò che si accingeva a compiere era molto importante per lui“.

E  Annalisa, la madre: “Le parole costano poco e se ne fanno tante, lui ha preferito i fatti, decidendo di stare vicino agli ultimi, di fare qualcosa per loro, per aiutare i tanti orfani, i feriti, le donne …per aiutare il popolo martoriato a resistere e a combattere contro la ferocia d’uno stato tirannico e seminatore d’odio e di morte.  “State tranquilli- ci diceva – cerco di cavarmela, ho la testa sulle spalle…una volta era stato salvato da un giubbotto antiproiettili…”

Alessandro prosegue il racconto: “l’ultima volta che ci siamo sentiti è stato il 10 marzo, sarebbe tornato quando la situazione si fosse normalizzata, ormai la caduta dello stato islamico era prossima”.

“Ci sentivamo spesso, ci rassicurava dicendo che  stava attento, ma il rischio di perdere la vita l’aveva messo nel conto.  Quando gli ho spedito la tessera dell’ANPI, l’ ha accolta con entusiasmo. Ne era fiero. Rispecchiava quei valori per i quali era andato a combattere, così come avevano fatto i partigiani nelle Brigate Internazionali a difesa della Repubblica spagnola  aggredita da Franco e dai fascisti”. Parlando al circolo Arci Le Panche, Alessandro ha  tratteggiato il carattere del figlio.

“Lorenzo non si accontentava delle vie di mezzo, dei compromessi  o delle banalità. Ha fatto una scelta coraggiosa, qualcuno può non condividere, ma era una scelta libera, non era pagato da nessuno, non era un mercenario. 
Invito ognuno a modo suo a trarre ispirazione da questa vita” – ha aggiunto -“la sua lotta con i  curdi è una lotta importante e interessante, ma era importate anche per noi, per l’Italia, per la nostra realtà“. 

Nell’agguato di Baghuz, al confine tra Siria e Irak, sono caduti  altri cinque giovani facenti parte come lui dell’Ypg , le milizie curde, che fanno parte dell’alleanza arabo-siriana sostenuta da Washington,  di cui due ragazze, mitragliati alle spalle. “Vorrei  unire anche il loro sacrificio al nostro ricordo. Che cosa faremo? Cercheremo di tenerne viva la memoria,  sperando che si estenda sempre più, anche in Italia, la solidarietà verso chi soffre“.

Del governo si è fatto sentire nessuno?  “No, nessuna telefonata, solo dalla Farnesina per le pratiche relative alla consegna delle sue spoglie”.

Si è fatto invece sentire il Sindaco di Firenze Dario Nardella, che è stato molto vicino alla famiglia,  e con lui la vice sindaca Cristina Giachi,  il consigliere Tommaso Grassi,  del gruppo Firenze riparte a sinistra e altri.

“Se la famiglia vorrà, potrà seppellire Lorenzo a San Miniato, nel cimitero delle Porte Sante, accanto ai partigiani. Un gesto di pietas in un luogo di pace. Ne ho già parlato con l’abate Bernardo”. È la scelta del sindaco, annunciata durante l’incontro in Palazzo Vecchio con i genitori di Lorenzo.  Nardella ha anche proposto ad Alessandro e Annalisa Orsetti la possibilità di realizzare un cippo per commemorare Lorenzo in una piazza di Firenze. E ha concesso loro qualche giorno di tempo per la decisione. Quello delle Porte sante è un cimitero monumentale che sorge di fianco di una delle più antiche basiliche fiorentine, là vi riposano alcuni eroi della Resistenza, come i martiri  di Radio Cora, intellettuali di prestigio come Gaetano Salvemini, Carlo Collodi, Pietro Annigoni, Giovanni Spadolini, Giovanni Sartori e vari altri. Ci pensiamo, apprezziamo tanto l’idea, è la risposta di Alessandro. Ma la famiglia  si riserva di decidere, poiché aveva accarezzato l’idea di seppellirlo vicino a casa, nel cimitero di Rifredi, quartiere popolare dove abitano gli Orsetti. Là vi fu sepolto anche La Pira, poi la salma fu traslata dopo 30 anni in S.Marco. L’appello dei genitori e della sorella è che si prendano iniziative  per tener vivi quei valori per i quali il loro figlio e altri giovani hanno speso la vita. Come il bergamasco Giovanni Francesco Asperti, 53 anni, caduto  lo scorso 7 dicembre, del quale lo Ypg annunciò la morte a Derik, in Siria, per uno “sfortunato incidente mentre compiva il suo dovere”. Questo invito è stato raccolto sia dal governo fiorentino che dai giovani che sabato scorso manifestavano a Roma a difesa dell’ambiente.

“Ci vuole coraggio per andare a combattere una guerra che da qui sembra lontana e che invece ci riguarda direttamente. Coraggio e altruismo per lasciare una vita tranquilla nel mondo della ristorazione e impugnare le armi contro l’Isis al fianco delle milizie curdo-siriane YPG (Unità di protezione del popolo).  Questo il  genere di commenti ascoltati”.  C’è poco da stupirsi: in alcune interviste  Orso aveva spiegato di essersi unito ai curdi perché ne condivideva gli ideali e  l’obiettivo di una “società più giusta” e democratica. Quella combattuta dall’YPG la considerava ‘una battaglia di civiltà’, dicendosi   pronto ad assumersi le proprie responsabilità quando fosse tornato in Italia perché sarebbe stato certamente messo sotto inchiesta dalla magistratura come foreign fighter. Com’è  accaduto a cinque ragazzi torinesi andati a combattere come lui in Siria e ora sotto processo a Torino, il cui resto sarebbe quello di saper usare un’arma o di essere considerati ‘pericolosi rivoluzionari’.  Ma quanti oggi in Italia sanno usare e usano ( spesso per uccidere) un’arma? Se ne riparlerà fra tre mesi. Ma se questa è la Giustizia, c’è anche un’altra Italia che condivide i valori che hanno spinto Lorenzo ad una scelta di vita rischiosa a difesa della civiltà   della democrazia e delle ragioni del popolo curdo. Una scelta, la sua come di altri, che ha suscitato

varie reazioni:  solidarietà, piena condivisione, critiche, indifferenza ( come dagli uomini di governo) interrogativi: è giusto per un credente prendere le armi?  La risposta l’ha data nei giorni scorsi Andrea Lavazza su Avvenire ( Irregolare o eroe?):  “Se la violenza  non è mai la soluzione ideale, a volte può essere l’ultima via per difendere il bene. Il Giudizio finale non spetta a noi”.  Possiamo però salutare Lorenzo e rispettarne la memoria. Secondo Andrea Ceccarelli, presidente del Consiglio comunale di Firenze:  “Quella di Lorenzo è una vicenda insolita in un mondo in cui prevale l’individualismo , si ergono muri e confini. Le parole del suo testamento ci restituiscono fiducia e speranza e sono paragonabili all’«I care» di don Lorenzo Milani, contrapposto al «Me ne frego» dei fascisti”. E mamma Annalisa:  “L’abbiamo chiamato Lorenzo proprio in onore di don Milani”.Il suo corpo  è conservato in un ospedale iracheno ma occorreranno alcune settimane prima del suo ritorno in Italia. E intanto, qui a Firenze, città Medaglia d’Oro della Resistenza, si preparano adeguate iniziative d’accoglienza per il Partigiano Orso. “Ma  – è l’ultimo richiamo del padre – “Lorenzo non deve diventare motivo di divisione: ognuno prenda di lui il messaggio che sente suo”.  

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