venerdì, Luglio 10

Dall’Uganda uno spray istantaneo contro il Coronavirus? Inventato dall’americano Safraz K. Niaz l’Uganda ha brevettato lo spray che uccide all’istante tutti i virus della famiglia Coronavirus, tra i quali il COVID-19. Sarà prodotto in Uganda dalla ditta Day International

0

La pandemia COVID-19 ci ha riservato molte sorprese, tra le quali un inaspettato aiuto che proviene proprio dall’Africa. Dopo la scoperta dei scienziati del Senegal di un test rapido semplice da fare e con risultati affidabili al 92% in soli dieci minuti, dall’Uganda giunge la notizia del brevetto e della imminente produzione di uno spray che uccide istantaneamente il Coronavirus. Notizia che però nasconde qualche interrogativo e forse qualche ombra.

Lo ha annunciato ieri l’Onorevole Rebecca Kadaga, Presidente del Parlamento, durante una riunione parlamentare sulle politiche adottate dal Governo per contenere il contagio. «Grazie alla collaborazione con il Professore americano Safraz K. Niaz l’Uganda ha brevettato uno spray che uccide sull’istante tutti i virus della famiglia Coronavirus, tra i quali il COVID-19. Sarà prodotto in Uganda dalla ditta Day International e messo a disposizione a tutti i Paesi», ha affermato Kadaga, durante la riunione parlamentare di cui proponiamo il video.
Oggi
Niaz ha incontrato il Presidente ugandese Yoweri Museveni presso un resort a Nakasero, per esporre i piani tecnici per la produzione di massa del disinfettante.

La produzione non sarà immediata, in quanto lo spray deve essere sottoposto all’esame della National Drug Authority in collaborazione con l’OMS per assicurarsi che non abbia effetti collaterali dannosi alla salute umana. Si prevede che, in caso di esame positivo da parte del NDA, la produzione possa iniziare tra tre settimane. Il Professore Safraz K Niaz è fiducioso. Lo spray sarebbe già stato testato in laboratorio negli Stati Uniti, afferma l’inventore. Niaz ha offerto all’Uganda il brevetto in cambio di una partecipazione agli utili sulla vendita dello spray che sarà prodotto dalla Day Interantional.

Rebecca Kadaga ha ricordato che lo spray non è una cura, ma una prevenzione. Dovrà essere diffuso in grandi quantità in tutti i luoghi pubblici, ospedali, scuole e nelle abitazioni private. Uccidendo il virus, lo spray diminuirà sensibilmente il rischio di contagio.
La Presiden
te del Parlamento ha ricordato che occorre non abbassare la guardia, in quanto lo spray non è una soluzione miracolosa contro il COVID-19.
La notizia è stata salutata positivamente dall’opinione pubblica nazionale, dalla borsa e dal mondo imprenditoriale.
C’è un dubbio che grava su Niaz. Secondo alcune indiscrezioni, pubblicate da alcuni media del Paese africano, durante l’incontro con il Presidente ugandese era accompagnato dal noto uomo d’affari Mathias Mangoola, coinvolto un anno fa in una frode finanziaria in India del valore di 20 milioni di dollari. Da sottolineare che Mangoola dallo scandalo ne uscì indenne.

Per impedire al massimo l’epidemia il Governo ugandese ha deciso di impedire l’ingresso nel suo territorio a tutti i cittadini di origine cinese,iraniana, israeliana, italiana e sudcoreana. Una misura applicata alla lettera. Lo scorso 9 marzo le autorità dell’aeroporto internazionale di Entebbe hanno negato il visto di entrata a 22 stranieri provenienti dai Paesi a più alto rischio di contagio che dovevano partecipare al Forum Economico Uganda Unione Europea.
Misure simili sono state prese da molti Paesi africani che al momento registrano una bassa percentuale di contagio. Ieri il governo del Senegal, ha deciso di sospendere tutti i voli provenienti dall’Italia, Francia, Spagna, Belgio, Portogallo, Algeria e Tunisia. Il provvedimento avrà effetto damercoledì 18 marzo. Il Ministro del Turismo e del Trasporto Aereo, Alioune Sarr ha spiegato che la decisione è stata presa per «evitare che il Senegal  diventi uno spazio di trasmissione e diffusione del COVID-19». Una misura necessaria, visto che al momento la maggioranza dei casi di contagio registrati in Africa sono dovuti da persone provenienti dall’Italia, Francia e Spagna.

Occorre però notare che queste misure di contenimento degli stranieri sono vincolate a considerazioni di opportunismo economico o politico. Inglesi e americani sono volutamente esenti dal divieto di entrare nei Paesi e spesso si chiude un occhio verso i visitatori cinesi. Quest’ultimi, a gran sorpresa, non presenterebbero un serio pericolo di contagio. Il Governo di Pechino obbligherebbe a tutti i suoi cittadini che intendono viaggiare in Paesi stranieri, di sottoporsi al test clinico del COVID-19. In vari Paesi africani molti cinesi si sono volontariamente messi in quarantena avendo accusato sintomi simili a quelli prodotti dal virus del secolo.

Nonostante le misure restrittive sui viaggi aerei intercontinentali, non si registrerebbe alcun fenomeno di stigmatizzazione o di xenofobia verso gli italiani, come testimoniano vari nostri connazionali residenti in Africa per lavoro presso ditte private, ambasciate, Ong e Agenzie ONU. Le stesse fonti di informazione segnalano che i vari governi africani stanno evitando tutti i fattori isterici che potrebbero diffondere il ‘virus della paura’ tra la popolazione.
Nonostante la percentuale bassa di contagio registrata fino ad ora, vari Paesi, tra cui Senegal, R
wanda, Kenya, Tanzania, hanno iniziato imporre misure restrittive di contenimento del contagio. Misure ragionate e non invasive che prevedono il divieto di cerimonie, manifestazioni, la chiusura delle discoteche e pub, affiancate da campagne di informazione e sensibilizzazione sul COVID-19 e i mezzi preventivi conosciuti. Tra le informazioni vi è quella sulle mascherine che devono essere indossate dal personale sanitario e dalle persone contagiate.

In vari Paesi africani si è cercata la collaborazione con i rappresentanti delle religioni cristiane e mussulmane al fine di contribuire a rafforzare le campagne di sensibilizzazione e per evitare l’‘effetto Congo. Durante l’epidemia di Ebola (ora debellata), sette cristiane avevano diffuso false informazioni che ostacolavano il lavoro dei sanitari, arrivando persino a invitare i fedeli a non recarsi nei centri di trattamento dell’Ebola. Il Rwanda ha chiarito che qualunque disinformazione proveniente da religiosi, politici o semplici cittadini sarà considerata un reato penale.

Non mancano anche casi borderline che vedono coinvolti cittadini italiani in Africa. Durante la prima settimana di marzo, in Mauritania alcunicittadini italiani messi in quarantena, in quanto sospettati di essere stati contagiati, sarebbero fuggiti dalle strutture ospedaliere di accoglienza. Sulla vicenda si è creato un vero e proprio giallo internazionale che ha generato molti dubbi e rumors. Il Governo della Mauritania ha deciso di smentire la notizia, offendo una versione ‘diplomatica’. I nostri connazionali non sarebbero fuggiti, ma semplicemente rientrati in Italia volontariamente, come ha dichiarato Abel Ghader Ould Ahmed, responsabile delle comunicazioni del Ministero della Sanità di Nouakchott.

In Burundi qualche giorno vi sarebbe stato un incidente presso l’aeroporto internazionale di Bujumbura dove le autorità di Polizia e operatori sanitari addetti ai controlli sul COVID-19 avrebbero affrontato una difficile e spiacevole situazione creata da un imprenditore italiano che vive nel Paese in rientro dall’Italia. Secondo varie testimonianze riportate su Twitter al connazionale sarebbe stata individuata una temperatura corporeasospetta’. Di conseguenza sarebbe stato invitato a sottoporsi ad analisi e alla quarantena preventiva.
Secondo alcune testimonianze di viaggiatori che si trovavano presso l’aeroporto,
il connazionale avrebbe reagito violentemente e si sarebbe sottratto dalla quarantena preventiva, grazie all’intervento diretto di alti esponenti del Governo burundese.
La notizia ha fatto molto scalpore presso l’opinione pubblica burundese,
tra la diaspora in Europa e tra i social media, in quanto il connazionale è accusato di essere troppo vicino al governo dittatoriale del Presidente Pierre Nkurunziza e condividere le idee politiche di quello che i burundesi definiscono un ‘sanguinario regime’. La notizia si è diffusa creando un caso politico che si inserisce nella delicata fase di transizione democratica e crisi che sta vivendo questo piccolo Paese dell’Africa Centrale. A fronte del rapido diffondersi di ‘rumors’ sul presunto incidente presso l’aeroporto di Bujumbura, le autorità governative sono state costrette a intervenire ufficialmente per smentirla.

Secondo la versione ufficiale data da un alto funzionario del Governo burundese su Twitter, il nostro connazionale sarebbe ritornato in Burundi per curare le sue attività imprenditoriali, prima della decisione presa di controllare i visitatori come forma di prevenzione della diffusione del contagio. Le autorità hanno ignorato le varie richieste dei cittadini (allarmate sul rischio di contagio) di mostrare il visto di ingresso del nostro connazionale per verificare la veridicità delle affermazioni ufficiali. Il Governo ha accusato i cittadini che hanno dato notizia sui social media di questo presunto incidente, affermando che si tratta di una deplorevole campagna di calunnie e diffamazioni rivolta verso un imprenditore che contribuisce allo sviluppo del Paese offrendo lavoro a più di 300 burundesi.

Il governo accusa i cittadini di aver diffuso false notizie con lo scopo di screditare anche le autorità e creare un clima di tensione durante il periodo elettorale. Le elezioni presidenziali in Burundi si terranno il prossimo maggio. La polemica sulle misure preventive adottate dalle autorità burundesi continua. Vari cittadini della diaspora qualificano come ‘completamente irresponsabili’ le affermazioni fatte dal Governo e si chiedono il motivo di interventi ufficiali ad personam. L’alto funzionario del governo sembra molto attivo negli interventi ad personam su questa vicenda, cercando a sua volta di politicizzare l’accaduto addossando la colpa di questi rumori ad ex miliziani del partito ora passati all’opposizione.

Correlati:

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore