sabato, Ottobre 24

Dall’Indonesia parte un esempio negativo ed una riflessione positiva Cori e insulti allo stadio contro il team malese Under 16 solo per una foto pubblicata in modo errato su Instagram da un giocatore peraltro minorenne

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Calcio e diplomazia, razzismo e conflitti inter-etnici, cori e insulti allo stadio: un problema che non colpisce solo l’Italia. A seguito dell’incontro di calcio tra le Nazionali Under 16 tenutosi a Surabaya, Indonesia, tra Malaysia e Thailandia durante l’ASEAN Football Federation (AFF) , parte della tifoseria indonesiana si è esibita in cori contro la rappresentativa malese del tipo “I malesi sono cani” oppure “Amirul è un cane. E così la Football Association of Malaysia (FAM)  ha inviato una lettera ufficiale di protesta alla sede dell’ASEAN Football Federation e all’Asian Football Confederation AFC  proprio a seguito dei cori ritenuti offensivi ed uditi chiaramente allo stadio. La rappresentativa malese, ad onore della cronaca, ha perso 2-1 nell’incontro con la compagine di pari età thailandese nella partita del Gruppo B tenutasi Martedì 30 luglio. Prima di partire per sostenere l’incontro, il giocatore Amirul Ashrafiq Hanifah ha caricato una foto del suo team all’aeroporto sul suo profilo Instagram ed ha inserito la bandiera indonesiana nello scatto fotografico. Ha però inserito la bandiera al contrario, invertendo bianco e rosso in modo tale che la bandiera appare essere quella della Polonia, errore del quale s’è subito scusato.

«Un’azione andava intrapresa. Ed io credo andasse presa immediatamente», è scritto nel testo di denuncia della compagine malese. «Solitamente si sceglie di essere diplomatici ma stavolta non è una questione connessa col risolvere la situazione diplomaticamente», si afferma in un testo pubblicato sulla pagina social Johor Southern Tigers Official Facebook Page.

Il Segretario Generale della Football Association of Malaysia Stuart Ramalingam, in un testo ufficiale ha affermato che i tifosi indonesiani sono andati ben oltre i limiti nei loro insulti e che spera siano intraprese azioni precise per evitare che vi possano essere simili repliche in occasione del prossimo incontro contro il Brunei venerdì prossimo.

«L’azione di inviare una lettera ufficiale alle sedi di AFF e AFC è stata rapida proprio perché entrambe le parti interessate siano al corrente e possano avviare le azioni necessarie per assicurarsi che non accada nulla di simile in occasione del prossimo scontro del Gruppo B contro il Brunei che si svolgerà già venerdì prossimo».

Nell’intenzione di voler assicurare il miglior livello di protezione del team, la FAM ha deciso di inviare l’ex co-membro FAM -oggi componente ACF- Mohd Dali Wahid, anche componente di massimo livello tra i membri ufficiali del Corpo di Polizia a Surabaya, in loco per valutare i criteri di sicurezza e le misure da migliorare da parte della Nazione ospitante oltre che da parte degli organizzatori.

E poi ha aggiunto: «Nel caso in cui si constatasse che la Nazione ospitante ed i suoi organizzatori stiano prendendo la materia troppo sottogamba, la FAM non esiterà a intraprendere azioni più drastiche in futuro». Stuart inoltre ha detto di voler sperare che AFF e AFC considerino l’intera materia come questione parecchio seria, menzionando un precedente incidente quando la Malaysia fu punita con una ammenda di 30.000 Dollari USA dopo che alcuni tifosi malesi intonarono cori offensivi contro il Brunei e Singapore durante gli incontri di Calcio maschile presso il Kuala Lumpur SEA Games nel 2017.

Allo stesso tempo, in un tweet, il Ministro per la Gioventù e lo Sport, Syed Saddiq Syed Abdul Rahman, ha affermato che azioni preventive sono state intraprese contro la Malaysia circa il comportamento irresponsabile di alcuni tifosi malesi. «Ora, che i nostri giocatori son stati chiamati cani e minacciati di morte, la FAM deve intraprendere azioni forti e mirate e riferire tutto alla AFF. Ora devono essere comminate punizioni severe».

Questo frangente segnala il fatto che situazioni di attrito inter-etnico, spesso a sfondo razziale, allignano in vari contesti, questa volta nel quadrante Sud Est asiatico. A fronte dei fatti di cronaca segnalati recentemente in Italia (e che hanno coinvolto anche una sportiva), la questione non è tanto peregrina. Si tratta di leggere attentamente quel che accade in quell’area geografica, per trarre le dovute conseguenze e trovare argomenti di riflessione nel caso italiano. Il fatto che si tratti di competizioni internazionali dove i giocatori sono minorenni, spinge a meditare ancor più profondamente sulla questione, in modo tale da studiare con maggiore oculatezza le radici antropologico-culturali dell’odio razziale, dei conflitti tra Nazioni e tra popolazioni di una stessa area geografica o di altre aree del Mondo. In questo modo, si può trovare terreno comune di intesa e azione contro certi fenomeni odiosi dei quali gli stadi sono solo lo specchio allegorico dello stato delle cose in una determinata società nella quale sono incastonati e che rappresentano in modo chiaro e netto.

Il caso dei tifosi giapponesi che lasciano pulito lo stadio dopo aver assistito ad un incontro internazionale (in occasione dei Mondiali russi del 2018) pure dopo una sconfitta, così come il team giapponese ha fatto altrettanto negli spogliatoi (lo ha fatto anche la Nigeria), è parecchio illuminante su quanto viene svolto già all’interno delle agenzie di socializzazione primaria -famiglia e scuola- affinché in società si giunga pronti all’appuntamento dell’appartenenza corretta alle regole del consorzio civile. Da questo punto di vista, lo Sport ed il Calcio nello specifico, potrebbero essere strumento di educazione civica molto più che sterili lezioni accademiche sul tema.

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