lunedì, Agosto 3

Dal Kurdistan alla Corea. L’opinione di Philip Giraldi A colloquio con l'ex agente della Cia riguardo alle principali questioni di politica internazionale

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Signor Giraldi, come pensa che il referendum attraverso il quale si potrebbe giungere alla formazione di un Kurdistan indipendente influirà sugli equilibri mediorientali?

I curdi meritano indubbiamente di avere uno Stato indipendente ma il referendum non produrrà alcun effetto pratico in proposito. Le quattro nazioni (Iran, Iraq, Siria e Turchia) che perderebbero territori a beneficio del Kurdistan indipendente non sono disposte ad accettare alcuna ridefinizione della mappa geopolitica a loro discapito. Tali Paesi, peraltro, non avrebbero alcuna difficoltà a stroncare sul nascere il progetto indipendentista curdo attraverso un severo blocco economico che risulterebbe perfettamente applicabile alla luce del fatto che il nuovo Stato che si verrebbe ipoteticamente a creare non beneficerebbe di alcuno sbocco verso il mare. Non ci sarà alcun Kurdistan indipendente in tempi brevi, sebbene i curdi iracheni abbiano la possibilità di mantenere una considerevole autonomia dal governo di Baghdad.

Quali effetti potrebbe avere il referendum kurdo sullo status di altre regioni in bilico (Nagorno-Karabakh, Transinistra, Catalogna) dove l’irredentismo è ben radicato?

Il decentramento va molto di moda in questi giorni, anche in Europa, e i tentativi curdi di ottenere l’indipendenza verranno emulati ovunque. Ma ogni caso va considerato a parte, in forza delle peculiari caratteristiche geopolitiche che presenta. Il Somaliland e la Catalogna indipendenti potrebbero sopravvivere, gli altri ne dubito fortemente.

Un soggetto direttamente coinvolto nella questione kurda è indubbiamente la Turchia. Negli ultimi anni, Erdogan ha combattuto con estrema durezza il Pkk e le altre formazioni kurde anelanti all’indipendenza. Crede che il leader turco accetterà la costituzione di un Kurdistan indipendente?

Assolutamente no. Impedire l’indipendenza dei curdi è il principale imperativo di politica estera a cui la Turchia si attiene da almeno trent’anni a questa parte, da quando si è cominciato a sentir parlare in tutto il mondo di ciò che è stato descritto come ‘terrorismo curdo’. Ankara farà ricorso all’esercito, se necessario, per prevenire la creazione di un’enclave curda presso il confine meridionale turco.

Da anni, sia Israele (piano Yinon) che gli Stati Uniti (piano Biden) elaborano piani miranti alla balcanizzazione del Medio Oriente. Ritiene che Tel Aviv e Washington considerino il referendum kurdo come un primo passo verso quell’ambita frammentazione della regione mediorientale?

Non penso. La politica ufficiale portata avanti dagli Usa consiste nel supportare un Iraq unitario, il che risulta sensato alla luce delle grandi preoccupazioni di Washington riguardo alla capacità iraniana di egemonizzare la regione. Teheran non avrebbe effettivamente alcun problema a cooptare un eventuale ‘Sciistan’ scaturito dalla frammentazione dell’Iraq. Un Iraq indiviso con al proprio interno solide minoranze curde e sunnite rappresenta invece una sorta di garanzia per gli Usa che il Paese non venga definitivamente inglobato nella sfera egemonica iraniana.

Secondo lei, a Mosca come viene considerata la prospettiva di un Kurdistan indipendente? Crede che, dal punto di vista russo, esista un filo rosso che leghi il referendum curdo e i tentativi statunitensi di frammentare la Siria?

I tentativi statunitensi di frammentare la Siria non sono basati su un calcolo degli interessi Usa nella regione, ma si devono essenzialmente alle forti pressioni israeliane su Washington. Mosca ambisce a mantenere l’integrità territoriale della Siria perché una balcanizzazione del Paese spingerebbe le frange secessioniste presenti nelle regioni meridionali della Federazione Russa a reclamare a loro volta l’indipendenza. Il governo russo sa lavorando per evitare che la minaccia del separatismo si ripresenti entro i propri confini.

Alcuni giorni Fa, al-Nusra ha attaccato la zona di de-escalation di Hama, protetta da un contingente della polizia militare russa. I russi hanno non solo respinto l’attacco, ma anche accusato l’intelligence Usa di aver avuto un ruolo nell’azione allo scopo di bloccare o comunque rallentare la conquista di Deir Ezzor da parte dell’esercito siriano. Cosa ne pensa di questo episodio? Crede che l’amministrazione Trump sia ancora supportando le frange intenzionate a rovesciare Assad?

Non credo che il governo statunitense supporti al-Nusra in maniera diretta, ma è certamente possibile che i jihadisti abbiano beneficiato dell’aiuto statunitense per l’operazione contro i russi. Gli Usa non sono in grado di contrastare l’avanzata dell’esercito siriano e dei russi. La guerra è finita e il governo siriano ha vinto.

Il Venezuela ha recentemente abbandonato il dollaro come mezzo di pagamento del proprio petrolio. Da qualche anno a questa parte, anche Russia e Cina hanno scaricato la moneta statunitense nei loro scambi bilaterali. Come crede che gli Stati Uniti reagiranno all’iniziativa di Caracas? Ritiene che sia in atto una sfida credibile alla supremazia del dollaro?

Economicamente parlando, il Venezuela ha ben più da perdere che da guadagnare dall’abbandono del dollaro, perché ciò favorirà l’espatrio dei capitali dal Paese. L’economia statunitense, al contrario, non ne uscirà danneggiata. Le mosse effettuate da Russia e Cina rappresentano invece un serio problema, anche perché sulla scorta dell’operato di Mosca e Pechino hanno cominciato a muoversi diverse nazioni dell’America Latina. La supremazia del dollaro si basa in larga parte sul fatto che la moneta Usa egemonizza i mercati energetici, e solo un’avanzata dell’euro o l’implementazione sistematica di meccanismi come quelli escogitati da Russia e Cina può minacciare seriamente la posizione dominante del dollaro come valuta di riferimento internazionale, ma francamente non credo che ciò possa accadere anche in ragione della grande incertezza che, a questo riguardo, continua ad avere l’Europa.

Nel suo discorso alle Nazioni Unite, Trump ha preso di mira l’Iran e minacciato pesantemente la Corea del Nord. A suo parere, perché gli Stati Uniti hanno un approccio tanto aggressivo verso questi due Paesi? Crede che Teheran e Pyongyang stiano minacciando in qualche modo gli interessi Usa?  

L’Iran rappresenta una falsa minaccia che è stata creata in larga parte dalla lobby israeliana per conto di Benjamin Netanyahu. Sfortunatamente, Trump e i suoi consiglieri si conformano a questa narrazione distorta continuando a considerare l’Iran come un pericolo. Rispetto alla Corea del Nord, la situazione è diversa. La minaccia è reale, sebbene enormemente esagerata, ma occorre lavorare diplomaticamente per raggiungere un accordo politico, non continuare a minacciare azioni militari. Occorrerebbe tentare di trovare una soluzione diplomatica per porre fine una volta per tutte alla guerra coreana con un accordo che riguardi l’intera penisola e preveda la completa rimozione delle truppe statunitensi.

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