domenica, Agosto 25

Dal giornale senza giornalisti a tutto il resto Il futuro è già oggi: hanno vinto i robot. E noi abbiamo affittato il cervello

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Avvertenza indispensabile: sono di parte. Questo che segue è il pianto di dolore di un vecchio cronista, la rabbia di chi rifiuta la rottamazione degli ‘old media’. Ma forse ho torto io: il futuro è già cominciato, ma non mi piace per niente. Qualcuno avvertirà odore di muffa, ma è solo la consapevolezza di un mondo ormai omologato, dove non c’è più anima perché a un robot si può chiedere tutto, meno che la coscienza. La verità, infatti, è che ormai siamo tutti robot. Abbiamo abdicato come persone, hanno vinto loro.

Negli Stati Uniti addirittura l’’Associated Press‘, l’agenzia più prestigiosa del pianeta, ha deciso di affidare a un software, dopo le notizie di finanza, anche quelle di sport. Le storie verranno generate automaticamente, infatti, da un sistema di Intelligenza Artificiale.
Per non parlare delle manipolazioni. Ormai, purtroppo, non ci si può più fidare di niente e di nessuno. Per esempio, i libri. Un’opera-patacca sul giardinaggio è stata recensita a pagamento su Amazon e in pochi giorni è diventata un best seller. L’ennesima sputtanata 2.0. Ma sono dettagli. Il problema è molto più serio. Lo dico dopo aver letto storia e progetti di ‘H24‘, ‘non un’agenzia ma una boutique di informazione’, come la definisce il socio fondatore e boss, Mauro Parissone, inventore cinque anni fa di una start-up che oggi fornisce notizie-video a molte testate importanti. Quaranta dipendenti, due milioni e mezzo di euro di fatturato, produce news ad alto valore aggiunto ed è rigorosamente ‘reporter-free’, e anche adesso che magari si espanderà cerca fisici, statistici, matematici, non certo …disgraziati col tesserino dell’Odg. Al posto del tesserino rosso, infatti, c’è un algoritmo: non tanto per battere notizie ma per frullarle, pescarle nell’enorme mare della Rete.
Praticamente si mettono notizie su un aggregatore, una specie di bacheca, un palinsesto di notizie che non segue il normale flusso delle agenzie di stampa, ma il flusso che ormai passa da altri media: Facebook, Twitter,  Instagram. Questa bachecona si chiama Opendesk, “è un data management system che riceve i dati selezionati dal nostro algoritmo e istantaneamente visualizza cosa accade, quando e dove. In sostanza un sistema di gathering autonomo, in grado di aggregare, organizzare e presentare dati relativi ad avvenimenti di interesse generale tali da costituire il concetto di notizia“, spiegano. “E’ un sistema automatico che pesa le informazioni, intuisce quelle che possono crescere nelle intenzioni degli utenti, ne approfondisce i linguaggi collegando le immagini ai contenuti relativi e infine compone direttamente l’output”.
Spiega ancora Parissone: “La materia prima, l’informazione, è ormai un servizio base, come la distribuzione dell’acqua e dell’elettricità. La notizia è diventata pura relazione sociale, atto di scambio istantaneo fra individui. Agenzie, testate locali e web vengono filtrati da una macchina addestrata che impara dalla sua stessa esperienza codificata, dalla attività quotidiana di selezione. L’algoritmo dà un valore tra O e 1 di rilevanza, poi assegna un punteggio: più è alto, più la notizia è una notizia”. Dunque, per capire. Non una  notizia che è una notizia, ma la notizia che il pubblico vuole. Anzi, che il pubblico stesso produce.
Così, nella ‘People room’ non servono certo giornalisti. Ci sono Alessio, un data-scientist, e due brillanti ricercatrici. Più altri umani (o umanoidi) che giostrano fra Big Data e beauty camera. I corrispondenti? A Cefalù per esempio c’è un ingegnere che ha trasformato il suo smartphone in un centro di produzione. Oltretutto con i telefonini 5G tra poco chiunque potrà produrre video in HD. L‘azienda si espande a vista d’occhio e si aspettano cv. Con un’avvertenza: astenersi giornalisti. Del resto, avvertono, “la fotografia è stata inventata dai chimici, non dai pittori o dagli artisti. Noi lavoriamo sulla realtà, sulsuper-subito’”. Super-subito, capito? Vero, falso? Che importa.

Ma non è solo informazione, come ho analizzato nel mio ultimo libro, ‘Giornalismo, ritorno al futuro‘ (Giubilei-Regnani editori). La sfida di domani, ma forse già di oggi, è quella fra uomini e robot. Ne è piena da tempo la cinematografia. Basti pensare a ‘L’uomo bicentenario‘ del 1999, tratto dall’omonimo romanzo di Isaac Asimov, in cui si ipotizza un robot domestico, Andrew, con emozioni e sentimenti umanissimi fino a sfiorare il sogno di tutti che è quello dell’elisir di lunga vita. Ma anche al recente ‘Ex_Machina‘ di Alex Garland, che racconta una storia attualissima e forse non del tutto fantascientifica: un prototipo con sembianze umanoide, Ava, con pelle e circuiti, dotata di un’intelligenza artificiale basata sui motori di ricerca e sui dati personali.  Fino a che l’inumano diventa umano e scopre la volontà di sopravvivere.
Se il futuro non  è ancora del tutto arrivato, certo ci stiamo avvicinando. E chissà, forse si avvicina anche il momento in cui i robot ci distruggeranno. Intanto sembra già pronto Atlas, il robot umanoide nato dalla collaborazione tra la Boston Dynamics e un’agenzia governativa del Dipartimento della Difesa, con ‘sembianze’ molto simili a Terminator. Ma forse il più rivoluzionario di tutti è RoboHon, il telefonino robot di Sharp di prossima uscita (pare). Un mostriciattolo alto appena venti centimetri che ci ‘riconosce’ e parla, esegue ordini, risponde alle domande, ricorda gli appuntamenti. Per non parlare dei ‘bot’, abbreviazione di robot, che ormai gestiscono oltre il sessanta per cento del traffico online attraverso azioni automatizzate: alcune lecite come nel caso delle ricerche, altre illegittime come l’acquisizione di dati personali. Il sorpasso è stato certificato da Incapsula, società americana,  che spiega l’aumento degli interventi ‘non umani’ (61,5 per cento) con  il ghiotto e-commerce che ha prodotto automazioni quasi innocenti per indirizzare preferenze, ma anche interventi maligni per rubare dati attraverso sempre più sofisticati malware che superano anche gli antispam più rigorosi.

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