giovedì, Febbraio 20

Dal Congo al Burundi e non solo: fake news e informazione imbavagliata Fake news e odio etnico, in Africa, sono sistematicamente diffusi da abili e spregiudicati politici, a ciò si aggiungono le minacce ai giornalisti che determinano disinformazione, cioè sottrazione di informazione

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Nel martoriato gigante africano dai piedi d’argilla i fenomeni di diffusione di odio etnico e fake news, in particolare contro tutsi, Burundi, Rwanda e Uganda ha sempre rappresentato un’arma politica per i vari regimi dittatoriali (da Mobutu a Kabila), al fine di confondere la popolazione, creare nemici esterni e regnare indisturbati, saccheggiando le immense risorse del Paese e impedendone lo sviluppo socioeconomico.
Ora sotto tiro vi è il Presidente congolese Felix Tishekedi e il Rwanda. Gli autori potrebbero essere l’ex Presidente del Congo, Joseph Kabila, e il Clan dei Mobutisti. Attacchi condotti attraverso WhatsApp, che permette agli utenti di scambiare messaggi, sia di testo che multimediali (come foto, video, note audio e documenti), evitando censure e chiusure del profilo dell’utente. Su WhatsApp si può trasmettere qualsiasi messaggio, anche di odio etnico e incitamento alla violenza, in quanto l’applicazione è priva di filtri. Il numero elevato di utenti di WhatsApp (si contano a milioni), rende difficile anche il monitoraggio da parte dei reparti di Polizia addetti.
Fake news e odio etnico, in Africa, sono sistematicamente diffusi da abili e spregiudicati politici, spesso all’interno del regime. E però, anche l’opposizione usa gli stessi metodi per avvallare le sue politiche, invece di proporre programmi chiari e alternativi alle logiche di potere.

Il fenomeno, strettamente legato a gravi conseguenze sociali e al degrado morale creato prima da Mobutu, e successivamente da Joseph Kabila, non è però prerogativa esclusiva dei politici congolesi.
Dopo il genocidio, in Rwanda, nel 1994, decine di missionari italiani e belgi orchestrarono una serie di fake news, inventandosi la teoria del doppio genocidio. Tale teoria consisteva nel far credere che l’Esercito ruandese all’est del Congo, durante la prima guerra pan africana (1996 – 1997), avesse ucciso un milione di rifugiati hutu. Una cifra identica alle persone sterminate dal regime genocidario ruandese nei 100 giorni dell’Olocausto, iniziati il 6 aprile 1994. Questa fake news aveva come obiettivo mettere sullo stesso piano carnefici (estremisti hutu) e vittime (tutsi), con lo scopo di negare l’ultimo genocidio compiuto nel ventesimo secolo. Smantellata dai dati delle Agenzie ONU (dimostranti che la maggioranza dei rifugiati hutu nell’allora Zaire rientrò in Rwanda nel 1997), la teoria del doppio genocidio fu sostituita con la teoria del genocidio dei congolesi da parte dei tutsi ruandesi durante la seconda guerra panafricana (1998 – 2004). Si arrivò ad affermare che l’Esercito ruandese avesse ucciso durante il periodo bellico 4 milioni di congolesi. La cifra aumentò di anno in anno, fino ad arrivare a 8 milioni. Studi effettuati da ricercatori indipendenti ONU sulle crescita democratica nelle province est del Congo, dimostrarono tutta la falsità di questa teoria.

I missionari italiani e belgi che diffondevano coscientemente queste fake news nascondevano le loro simpatie per la soluzione finale contro i tutsi e l’ideologia di morte HutuPower. Tra i più agguerriti vi fu Padre Franco Bordignon, che abitava a Bukavu, Sud Kivu. Nel 2007, una indagine ONU sui traffici illegali di armi nel Sud Kivu, inserì Padre Bordignon tra i finanziatori occulti del gruppo terroristico ruandese FDLR. Le prove raccolte dimostravano che Bordignon dirottava la maggior parte degli aiuti umanitari ricevuti dall’Italia e dall’Europa per comprare armi e fornirle ai genocidari.

Gli avvenimenti bellici della regione, con epicentro l’est del Congo, sono stati molteplici e tutti drammatici.
Di fatto,
dal 1996 le province del Sud e Nord Kivu non hanno conosciuto un solo mese di pace. 19961997 prima guerra panafricana. 19982004 seconda guerra panafricana. 2009 ribellione tutsi congolese guidata dal Laurent Nkunda. 2012 Seconda ribellione tutsi congolese del gruppo armato Movimento 23 MarzoN23. 20142019 pulizie etniche nel Nord Kivu contro l’etnia Banande. Maggio 2019 ai giorni nostri l’Operazione Corridoio Est, offensiva lanciata dagli eserciti congolese e ruandese per annientare le varie bande armate e gruppi terroristici all’est del Congo tra cui le FDLR. Negli intervalli tra i grandi scontri bellici le province del Nord e Sud Kivu hanno conosciuto una guerra permanente a bassa intensità, combattuta tra le varie bande armate che si scontravano tra di loro per il controllo dei territori.

Gli effetti sulla popolazione furono e sono tutt’ora apocalittici. Totale regresso socioeconomico. Azzeramento di educazione e sanità, con conseguente aumento del analfabetismo e decessi anche per banali malattie o incidenti. Sistematica violazione dei diritti umani, pulizie etniche, tentativi di genocidio (Banande e Banyamulenge), lavori forzati, schiavitù.

Le cause di questa incredibile e orribile situazione sono molteplici. Espansione territoriale dei vicini Burundi e Rwanda, con poche terre disponibili e alta densità di popolazione. Controllo delle risorse naturali da parte della Famiglia Kabila, Uganda, Rwanda, Angola. Rapina organizzata dei minerali da parte delle multinazionali occidentali e asiatiche. Guerre espansioniste dei vari gruppi armati congolesi e stranieri per aumentare i territori da loro controllati.
Esistono precise responsabilità imputabili ai governi di Kampala e Kigali non esenti da crimini di guerra e violazione dei diritti umani ma, in approfondita analisi, la responsabilità finale è da imputare al governo congolese.
Per circa 18 anni il Presidente Joseph Kabila, detto ‘Le Petit’, ha regnato grazie alla strategia della tensione, terrore e guerra permanente da lui stesso creata e promossa nell’est del Paese al fine di rubare le materie prime e arricchirsi.

Questa strategia è ora ripresa attraverso la campagna di fake news e odio etnico. L’obiettivo è quello di scatenare una serie di guerre etniche nelle province est del Congo per bloccare la politica di Tishekedi di normalizzare il Paese e di integrarlo nel tessuto sociale ed economico regionale assicurando finalmente pace e stabilità. Kabila e il Clan dei Mobutisti, per l’ennesima volta, considerano la guerra permanente e le pulizie etniche gli unici mezzi idonei per controllare il territorio e assicurare la continuità della rapina delle risorse naturali per arricchirsi a dismisura.

Proprio per la natura dell’applicazione WhatsApp è difficile contrastare questa campagna, estremamente pericolosa che si basa sull’ignoranza generalizzata del popolo congolese, sul suo immotivato complesso di inferiorità verso le popolazione dei Paesi confinante all’est, e sulla disperazione di milioni di persone costrette a vivere in condizioni disumane in un contesto di violenza generalizzata e continui conflitti a bassa intensità.
Vari analisti politici regionali temono che questa campagna possa essere capace di scatenare il furore popolare contro i Baluba e i tutsi, arrivando al paradosso che le popolazioni dell’est del Congo si rivoltino contro il Presidente Tsishekedi a tutto vantaggio di Joseph Kabila e il Clan dei Mobutisti, i veri ed unici responsabili delle violenze e del mancato sviluppo economico di questi ultimi 19 anni, dal 2001 in poi.

In conclusione, in Africa la disinformazione colpisce duramente e mette a rischio il futuro democratico e di sviluppo sociale. Come ci hanno dichiarato molti osservatori regionali, le disperate condizioni dei congolesi hanno creato una follia collettiva, rafforzata da rabbia e frustrazioneche li rende incapaci di senso critico e di riconoscimento della realtà. Ma il problema non è soltanto del Congo, è di molti Paesi africani in situazioni critiche, a partire dal Burundi, dove alle fake news, volto ad alimentare l’odio etnico, si aggiunge il bavaglio all’informazione, sia locale che internazionale, minacciata di cause temerarie da poteri non solo statuali, ma anche e in primis dalla criminalità internazionale al servizio di Presidenti di Paesi falliti.

[La prima parte di questo servizio è statapubblicata il 21 gennaio 2020, con il titolo Congo: odio etnico e fake news contro Tishekedi e Rwanda]

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